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Appunti di Luigi Serra (1920-1929)
Appunti di Luigi Serra (1920-1929)

La cripta di Valfucina: un ambiente millenario (seconda parte)

Il tempo e la prudenza del vescovo Francesco Maria Forlani ci hanno consegnato un monumento che forse non tutti hanno avuto la possibilità di conoscere: la preziosa cripta della chiesa abbaziale di Valfucina. Fu il primate settempedano, in seguito alla propria visita pastorale del 1759, ad ordinare che ne venisse murato il varco d’accesso per metterla al riparo: «… da quei Villani calati nel sotterraneo per cavar profitto da quelle pietre, colonne», avendone intuito il valore storico e, probabilmente, avendovi già constatata una prima furtiva asportazione. La discesa nella cripta, che originariamente avveniva dalla navata, sarebbe poi divenuta comunque impossibile a causa della riduzione dimensionale della chiesa attuata dopo il sisma del 1799; ciò contribuì a preservarla da ulteriori spoliazioni.

Prima bozza di rilievo della Cripta di S. Maria in Valfucina, su base catastale, eseguito da L.M. Cristini nel 2017

Vi si accede attualmente attraverso una breccia nel muro esterno, che sappiamo essere già stata praticata alla fine del secolo XIX, considerato che dell’ipogeo parla già Vittorio Emanuele Aleandri nella propria guida di Sanseverino del 1894. Il luogo dovette suscitare l’interesse di appassionati o semplici curiosi: lo desumiamo da una memoria lasciata a matita su uno dei capitelli, la più antica finora rilevata, sulla quale si legge la data del 1911. Negli anni ’20, fu Luigi Serra, Soprintendente ai Monumenti per le Marche e Zara, a scendere nella cripta rilevandone in modo speditivo una parte della pianta, quella allora accessibile, in uno schizzo, descrivendo anche alcuni capitelli. L’ambiente ipogeo è stato reso meglio praticabile solo nel 1970, ad opera di un insegnante del liceo classico di Macerata: monsignor Otello Gentili. Riferiscono le cronache giornalistiche che vi portò a lavorare allo sterro i propri studenti per diversi giorni.

Ipotesi ricostruttiva della pianta della cripta del sec. XI (della sua porzione centrale?) nel disegno di L. M. Cristini tratto dalla guida “Elcito, il piccolo Tibet delle Marche)

La cripta è della tipologia detta “ad oratorio”, con le tre navate voltate a crociera, divise da tre coppie di colonne e concluse da un’unica abside. Sul muro di questa si aprivano in origine tre monofore con doppia strombatura, due delle quali oggi sono chiuse. Il muro curvo ingloba due semicolonne, su cui s’impostano gli archi della campata più orientale, mentre in quella che sarebbe la posizione delle due colonne a tutto tondo del presbiterio osserviamo il vuoto di quella mancante e un pilastro.

Il primo rilievo noto della cripta eseguito dal Soprintendente Luigi Serra negli anni ’20 del secolo scorso

A parte l’oscurità, la percezione dello spazio interno è resa ancor più difficile dall’ingombro del vano adibito ad ossario – che è nel cuore dell’ambiente – ottenuto tamponando due campate e mezza della navata centrale. La tomba era accessibile dal pavimento della chiesa superiore, essendo stato praticato un foro in una volta ed è stata realizzata per raccogliere i resti riesumati dalle antiche sepolture nel secolo XIX. Un segmento murario nel mezzo del presbiterio, costruito per ragioni statiche a ridosso dell’abside, insieme al pilastro, bilancia gli squilibri nella campata più orientale dovuti alla mancanza della colonna. È facile concludere che queste opere di sostruzione siano state conseguenza di quei furti di materiale, che avevano tanto allarmato il vescovo nel 1759; dalla loro presenza nel rilievo del Serra ricaviamo la certezza che fossero già esistenti nei primi decenni del secolo XX.

L’antica porta d’ingresso all’ipogeo fatta murare dal vescovo Forlani nel 1759 (foto Claudio Ciabochi tratta dalla recente guida di Elcito cit.)

La realizzazione di questi presidi, probabilmente costò anche l’eliminazione di ciò che restava dell’altare della cripta, che l’Aleandri descrive come una semplice mensa in pietra sorretta da cinque colonne e con un capitello corinzio in funzione di pietra sacra, scavato per contenere le reliquie. È lo stesso storico ad rendere noto che una parte di questo altare era stata prelevata dal vescovo Giacomo Ranghiasci per inserirla nella propria collezione di opere d’arte. Lo spazio originario della cripta è anche ingombrato da quattro massicci plinti angolari realizzati, con tutta probabilità nel secolo XIII, allorché la chiesa superiore fu ampliata. È interessante osservare come già prima della realizzazione di questi elementi, le pareti della cripta fossero intonacate e, verosimilmente, affrescate. Lo strato di intonaco, che si è conservato in molte porzioni di muri, volte, archi è infatti rilevabile anche al di dietro delle sostruzioni duecentesche, che sono semplicemente accostate alle pareti.

Vista della navata destra ripresa dal fondo dell’attuale della cripta, I capitelli sono in parte inglobati nel muro realizzato nel secolo XIX per ricavare un ossario (foto 2017)

Le colonne, ricavate dal calcare massiccio, hanno basi scolpite in forme semplici che si possono ancora scorgere al di sotto del guano di pipistrello misto a terra, sedimentatosi nei secoli sull’originale calpestio e terminano con capitelli tronco piramidali dagli spigoli smussati e capitelli di foggia campaniforme, tutti dalle facce riccamente scolpite. Proprio questi elementi, che sono le opere di maggior interesse del complesso architettonico, costituiscono una preziosa testimonianza di arte romanica e motivo di grande interesse per gli studiosi.

Luca Maria Cristini

1970 mons. Otello Gentili e i suoi allievi liberano l’ambiente ipogeo aprendolo alle visite dopo oltre due secoli di oblio