Dieci teatri italiani sono stati iscritti nella lista del Patrimonio mondiale Unesco. Otto di essi si trovano in una regione “ad altissima densità” teatrale, la Marche, uno in Umbria, uno in Emilia-Romagna. Sono i cosiddetti “teatri condominiali”, sale nate tra il XVIII e il XIX secolo in un particolare momento di sperimentazione architettonica durante il quale si definisce il modello del “teatro all’italiana”. Ebbene tre di questi teatri sono stati realizzati su progetto dell’architetto settempedano Ireneo Aleandri, specialista dei luoghi per lo spettacolo e, non a caso, autore della grande arena maceratese dello Sferisterio, che da sola meriterebbe un riconoscimento quale edificio Patrimonio dell’Umanità per la sua grandiosa unicità nel panorama mondiale.
Teatro Feronia di San Severino Marche 1823-1828
Alla fine degli anni dieci dell’Ottocento, la Società dei Condomini si pone la questione di operare una decisa serie di interventi sul teatro: l’apparato ligneo, progettato nel 1740 dal fanese Domenico Bianconi, allievo dei Bibbiena, versava da anni in avanzato stato di degrado. Il 30 gennaio 1823 l’Aleandri presentava alla Deputazione Teatrale un preliminare con perizia di spesa, la cui approvazione valse all’architetto l’incarico di redigere il progetto. Dopo l’elaborazione di tre successive soluzioni, che si resero necessarie per assecondare le richieste della committenza, il 7 giugno 1823 il progetto ottenne la definitiva approvazione cosicché, di lì a poco, i lavori ebbero inizio. La sala, per la cui conformazione planimetrica l’architetto settempedano chiese anche consiglio all’amico e collega modenese Poletti, consta di 19 palchi per ciascuno dei tre ordini, caratterizzati da eleganti balconate a fascia. Il loggione è risolto formalmente come un vero quarto ordine di palchi, con caratteristiche dimensionali identiche ai tre inferiori; su di esso s’imposta la volta ad unghie di tipo bibienesco, cifra caratteristica della progettualità del settempedano.
L’arco scenico è impostato su un ordine gigante di due lesene composite che racchiudono i palchi di proscenio. L’intera decorazione pittorica della sala – in particolare la volta, il sipario e le balconate – fu commissionata al pittore settempedano Filippo Bigioli, coetaneo dell’Aleandri, anch’egli formatosi all’Accademia di San Luca. L’artista elabora a Roma bozzetti per le decorazioni, che poi furono materialmente tradotti In opera dal decoratore ascolano Raffaele Fogliardi. I lavori di costruzione ebbero inizio in quello stesso anno e furono, eseguiti da Domenico, Pietro e Vincenzo Mochi, da allora capomastri di fiducia dell’Aleandri a San Severino. Dopo cinque anni il teatro era pronto e fu inaugurato il giorno 31 maggio1828 con l’opera “Matilde di Shabran di Gioacchino Rossini.
Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno – 1839 -1949
Il progetto dell’Aleandri, approvato da consiglio dell’arte nel 1840, è sempre organizzato secondo la tipica impostazione architettonica dell’epoca chiaramente derivata dal Teatro alla Scala di Piermarini, Sia riguardo alla pianta della gran sala a ferro di cavallo, che all’ordine dei palchi sostenuti da colonnine e piccoli pilastri. Anche in questa occasione, tuttavia, l’architetto propose la tipica decorazione del soffitto della sala ad unghiature bibienesche, tipica della sua maniera di interpretare il tema, che ad Ascoli fu però contestata dai condomini e al termine di un lunghissimo contenzioso che finì per coinvolgere la Segreteria di Stato, non venne realizzata.

La facciata, lievemente aggettante nella parte centrale, sembra quasi scolpita in bassorilievo sul piano a conci squadrati in travertino. Essa presenta due ordini di portici contrapposti nell’effetto chiaroscurale prodotto dal piano di quello sovrastante con semicolonne corinzie e dal vuoto di quello sottostante con colonne ioniche e un attico su cui il cornicione descrive il caratteristico frontone classico. Qui l’Aleandri, pur mantenendo molti riferimenti rinascimentali di stampo palladiano, introduce alcune soluzioni stilistiche di chiara ispirazione quattrocentesca. Va comunque tenuto conto che, pur seguendo l’originale idea aleandriana, la facciata fu eseguita con modifiche dall’architetto ascolano Gabriele Gabrielli, sotto la direzione dell’ingegnere comunale Marco Massimi.
Teatro Nuovo di Spoleto, oggi “Teatro G. Menotti” 1854 – 1864
Il teatro fu costruito sull’area dove sorgevano la chiesa e il monastero di S. Andrea e, prima ancora, un edificio romano. L’iniziativa di sostituire il vecchio Teatro dei Nobili con un nuovo e più grande complesso era nata nel 1840 con la costituzione- ma fu con il concorso del Comune e con la capacità organizzativa e risolutiva di Filippo Marignoli che si giunse alla conclusione dei lavori. Nel corso del Novecento teatro ha subito avori di abbellimento (1933) e di ampliamento (1947) che hanno interessato rispettivamente la sala e la buca dell’orchestra. Qualche anno fa l’edificio è stato poi fatto oggetto di rilevanti opere di restauro. Il teatro, tipicamente all’italiana, ha una capienza di 550 posti; la sala ha la pianta a ferro di cavallo, quattro ordini di palchi e un loggione dalla tipica foggia bibienesca, tanto cara all’Aleandri.
La sala è riccamente decorata con stucchi, dorature e dipinti, opera di Giuseppe Masella, uno dei più celebri decoratori dei teatri ottocenteschi romani; gli ornamenti del secondo ordine sono di Vincenzo Gaiassi, mentre il grande sipario storico, che rappresenta la “Disfatta di Annibale sotto Spoleto” è di Francesco Coghetti, uno dei più celebri pittori ‘accademici’ dell’epoca. La facciata, dal caratteristico costrutto neo vignolesco che fu cifra precipua dell’architetto settempedano, è animata dal portico bugnato e dalle profonde arcate sovrastanti, sorrette da pilastri ornati da coppie di paraste ioniche ed è decorata da stucchi e medaglioni di A. Biagioli. Nelle nicchie architravate del pilastri interiori sono collocate quattro statue in pietra del secolo XVII donate da Gian Carlo Menotti
Ireneo Aleandri (Sanseverino 1785-Macerata 1885)
La lunga vicenda personale di Ireneo Aleandri ebbe inizio a San Severino, ove nacque il giorno 8 marzo 1795 da Luigi e Vittoria La Liceo a Macerata, si trasferì nel 1814 a Roma per frequentare i corsi dell’Accademia di San Luca, guidata in quegli anni dallo scultore Antonio Canova e dove seguì in particolare gli insegnamenti di Giuseppe Camporese, nella classe architettura pratica e di Raffaele Stern in quella di architettura teorica. Compiuti gli studi nella Capitale, fece ritorno nella città natale per intraprendere la sua lunga attività professionale, che può essere suddivisa in tre fasi ben distinte e legate alle città in cui il professionista visse ed operò. Durante la prima fase, che va dal 1819 al 1833, l’Aleandri risiedette a San Severino, dove, con il fratello Giuseppe, si occupava anche della gestione della loro fabbrica di vetri. Risalgono a questi anni alcune fra le più significative opere del professionista settempedano; in particolare la porta di San Lorenzo (1820), il palazzo Margarucci (1822), il Teatro Feronia (1823), la chiesa di San Paolo (1828), la chiesa di San Michele (1830) e la torre dell’orologio (1832), tutte quante nella città natale.
Negli stessi anni l’Aleandri tu impegnato anche in due importanti progetti fuori Sanseverino: lo Sferisterio di Macerata (1823) – considerato il suo capolavoro – e una tra le più sorprendenti architetture marchigiane dell’Ottocento, e Villa Caterina al Lido di Fermo (1825), commissionatagli dal principe Gerolamo Bonaparte, fratello di Napoleone. Gli impegni di quegli anni non impedirono al poliedrico architetto di dedicarsi ad attività culturali al di fuori della professione; si deve infatti a lui la fondazione a San Severino di un’accademia che svolgeva le proprie sessioni in un teatrino ligneo realizzato su suo progetto, oggi purtroppo perduto.
Tra il 1833 ed il 1857 l’Aleandri ricoprì l’incarico d’ingegnere capo del Comune di Spoleto e, successivamente, della Delegazione Apostolica che aveva sede nella città, occupandosi soprattutto di strade, ferrovie, acquedotti e ponti; tra questi ultimi va ricordato il grandioso progetto per il viadotto di Ariccia (1846), conosciuto come l’ultima grande struttura del genere nello Stato Pontificio. Altre sue Importanti opere nel campo ingegneristico furono la realizzazione dell’acquedotto della Darsena a Spoleto, il progetto della linea ferroviaria Ancona-Roma per il tratto compreso tra Foligno e Orte e la razionalizzazione della rete stradale territoriale della Delegazione Apostolica umbra.
In tema di edifici sacri, disegnò, poi, le nuove facciate per la chiesa Collegiata di Otricoli (1840) e per la chiesa di Santa Maria delle Grazie, oggi conosciuta come Santuario di San Pacifico, a San Severino (1842). Aleandri trascorse l’ultimo periodo della propria vita a Macerata, ove si trasferì nel 1857 per assecondare le ultime volontà dello zio materno Nicola Niccolai, il quale lo aveva nominato suo erede universale. In quegli anni la notorietà dell’architetto era grandissima e ciò gli garantì incarichi professionali di ogni genere ed incarichi amministrativi di tutto rilievo. Ma egli, ormai ultra sessantenne, era quasi completamente assorbito dall’amministrazione del cospicuo patrimonio ereditato e dedicò sempre meno tempo all’attività professionale, declinando molti impegni. Sono di questo periodo il progetto – non realizzato – per la porta Romana a Macerata (1858), quello per il Cimitero Comunale di San Severino (1859) e i piani per i teatri di Montelupone (1869), Sant’Elpidio (1870) e Pollenza (1873) La stretta amicizia che lo legava a Nicola Luzi fece si che l’Aleandri frequentasse spesso la villa di Votalarca per il cui giardino, tra le altre cose, progettò il curioso “Carcere di Cajostro 1858) ed un padiglione “alla cinese. Membro per quasi un ventennio della Commissione dell’Ornato pubblico di Macerata, si occupò di redigere il regolamento edilizio della città L’architetto morì a Macerata il 6 marzo 1885 dopo che la città, nel 1880, gli aveva dedicato una mostra e gli aveva conferito una medaglia d’oro per celebrare i risultati raggiunti nella sua lunga attività professionale.
Luca Maria Cristini
(AI free)
Il Settempedano








