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I resti della colombaia circolare della Valle dei Grilli nella grotta che fronteggia la chiesa di Sant’Eustachio sul versante opposto della valle.
I resti della colombaia circolare della Valle dei Grilli nella grotta che fronteggia la chiesa di Sant’Eustachio sul versante opposto della valle

La colombaia della valle dei grilli: nascita e fine di un equivoco

La tanto attesa riapertura della strada che percorre la valle dei grilli ci dà l’occasione di tornare anche a rivedere la condizione della colombaia che si trova dirimpetto alla chiesa, sull’altro versante del fosso, costruita in parte all’interno una piccola grotta che l’ha parzialmente preservata dal degrado e dal crollo. La singolare costruzione è stata per quasi due secoli al centro di un’errata comprensione della sua funzione.

La colombaia della Valle dei Grilli presenta il fronte interno suddiviso in tanti piccoli vani che erano le cellette per ogni singolo piccione. Si notino anche all’interno le tracce d’intonaco

Almeno al secolo XIX si deve far risalire, infatti, la convinzione che questo manufatto possa essere stato una fornace per calce, tesi che ancora in tempi recenti ha continuato ad avere sostenitori. Questo errore si può rilevare già in un prezioso appunto grafico eseguito dall’architetto Angelo Angelucci di Todi, incaricato nel 1855 di eseguire uno studio sull’Abbazia di Sant’Eustachio dal conte Severino Servanzi Collio. Nel disegno in questione, di fianco alla traccia del piccolo fabbricato circolare, si può leggere la scritta “Forma di una fornace” nell’inconfondibile calligrafia del Servanzi Collio.

Disegno dell’architetto Angelo Angelucci del 1855; gli appunti a china sono di pugno del conte Severino Servanzi Collio. La colombaia è definita “fornace”: da qui l’errore che si è perpetuato fino ai giorni nostri

Ed è proprio il nobile settempedano, nel proprio pamphlet sull’Abbazia benedettina della valle dei Grilli, pubblicato nel 1884, che perpetra l’errata convinzione, sopravvissuta fino ai giorni nostri. Una prima confutazione di questa teoria è stata fatta da Roberto Ranciaro, trenta anni fa, nel proprio volume monografico sulla valle; seppur bene argomentate, ma forse non sufficientemente determinate nelle conclusioni, le sue ragioni non sono state sufficienti a chiarire l’equivoco. Nel 2008 – anno in cui si tenne un’edizione di “Salvalarte” di Legambiente dedicato alle colombaie – si sono registrate ancora opinioni divergenti circa la sua funzione.

Venendo a esaminare la struttura, il suo notevole diametro, unito alle caratteristiche costruttive e alla posizione, non possono giustificare in alcun modo una funzione diversa da quella dell’allevamento dei volatili. È noto che la valle sia stata nei secoli sede di un’intensa attività di estrazione e lavorazione del calcare, di cui ancor oggi abbiamo numerose evidenze compresi i numerosi resti di calcinaie. Queste, dette anche “calcare”, erano generalmente realizzate ai margini del bosco, su terreno in declivio e facilmente lavorabile. Si scavava una profonda buca circolare, che si rivestiva con pietre realizzando un vano troncoconico dotato di una bocca inferiore per l’alimentazione del fuoco e di una superiore per il carico del materiale. Le pietre erano calate nel tumulo fino a colmarlo, vi si accendeva il fuoco, mantenendolo costantemente alimentato con fascine di legna per una settimana alla temperatura di circa 900° centigradi. Il fatto di essere interrata garantiva alla calcara il fondamentale isolamento termico, mentre la sua collocazione in un terreno con notevole pendenza – per lo più le calcinaie della Valle dei Grilli si trovano con la bocca superiore al livello della strada – rendeva più agevole il suo riempimento col pesante materiale lapideo. Il manufatto che il Servanzi Collio ha indicato come fornace non presenta alcuna di queste caratteristiche.

Foto risalente alla fine del secolo XIX in cui si vede la colombaia nella sua estensione completa. Di fronte la chiesa di Sant’Eustachio

È completamente fuori terra e mostra un’accuratissima apparecchiatura muraria – che potremmo definire modulare – la quale presenta ancora oggi tracce d’intonaco su entrambe le facce. È evidente che nessuno avrebbe steso uno strato d’intonaco all’interno di una fornace dove si doveva mantenere una temperatura prossima ai mille gradi. Anche all’esterno questa finitura avrebbe avuto vita breve. Anzi, esposto a un calore del genere, la stessa apparecchiatura muraria in calcare, avrebbe subito la medesima sorte del materiale posto a cuocere. L’interno è dotato di dodici livelli di piccoli, identici vani in tutta la superficie. Tutte caratteristiche, queste, tipiche di una colombaia, seppure nella più rara configurazione circolare. Nella provincia di Macerata, a fronte di oltre duecento esempi di colombaie documentate fotograficamente da Luigi Poloni negli anni ’70-‘80, se ne conoscono solo altre tre a pianta circolare: una nella frazione Letegge di Camerino, la seconda a Vallibbia di Fiuminata e la terza in località Paradiso di Pioraco. Nell’interno di quest’ultima ho potuto rilevare una simile scansione a piccole cellette sovrapposte: sono nient’altro che gli alloggiamenti per i piccioni. Allevare questi volatili era una pratica molto diffusa perché garantiva proteine di ottima qualità e un eccellente fertilizzante.

La colombaia in località Paradiso di Pioraco, fotografata negli anni Ottanta da Luigi Poloni: è uno degli altri tre esemplari di pianta circolare esistenti nella Provincia di Macerata

I monaci benedettini dell’abbazia e i cavatori che hanno abitato a lungo la valle erano di certo interessati a entrambi questi prodotti. A differenza delle altre palombare circolari, che hanno un livello terreno per il ricovero attrezzi o altra funzione legata all’attività agricola, quella della valle dei Grilli, essendo ricavata in una grotta, non ha avuto la possibilità di essere sviluppata in altezza e ciò ne giustifica anche il più ampio diametro rispetto alle altre.

La colombaia vista nell’interno della grotta sulle parteti della quale sono evidenti le tracce dell’azione dei cavatori, compreso un anello per il serraggio delle corde ricavato nella roccia

Ora quel che rimane di questa preziosa e fragile testimonianza attende solamente di essere salvata dall’imminente definitiva perdita.

Luca Maria Cristini