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The Running Man
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“The Running Man”, il nuovo film di Edgar Wright

The Running Man, il nuovo film di Edgar Wright, è un adattamento dell’omonimo romanzo di Stephen King (1982). La prima versione cinematografica uscì nel 1987, con protagonista Arnold Schwarzenegger, ma oggi torna al cinema in una veste molto più aderente al romanzo originale.

Ambientato in un futuro fin troppo vicino al nostro, il film racconta la storia dello statunitense Ben Richards, un uomo che ha perso tutto per aver denunciato le ingiustizie sul posto di lavoro. Messo sulla lista nera del governo, emarginato e senza possibilità di trovare impiego, decide di partecipare ad un reality show estremo, “The Running Man”, dove i concorrenti devono fuggire dai cosiddetti “sicari” per trenta giorni. Il premio è un miliardo di dollari: vincendolo, Ben potrebbe uscire dalla povertà, sistemare la famiglia e curare la figlia malata. Ma ben presto Richards scoprirà la crudeltà di questa realtà: la Rete – la grande macchina mediatica che controlla governo e opinione pubblica – manipola ogni evento trasmesso, trasformando ogni sofferenza in spettacolo e orientando così i sentimenti del pubblico. Ben vivrà concretamente la crudeltà di questa esperienza: la sua lotta per sopravvivere ai cacciatori sarà estenuante e disumana.

Rispetto alla versione del 1987, il film di Wright non è un semplice film d’azione: è una critica ferocemente attuale al nostro rapporto con i media, alla spettacolarizzazione del dolore e alle ingiustizie lavorative ed economiche che schiacciano, ogni giorno, sempre più persone. Nel mondo di Ben (come scritto, non molto diverso dal nostro) l’empatia è una colpa e la solidarietà una debolezza: il denaro è l’unico valore, ed è difficilmente accessibile.

Richards (interpretato da Glen Powell, molto convincente nel ruolo) rappresenta un protagonista tormentato, profondamente umano e imperfetto: un uomo che, nonostante il caos e gli errori, cerca di non perdere il senso di giustizia. La Rete lo vuole, lo osserva, lo studia e altera la sua immagine e le sue azioni per far salire gli ascolti. È pronta a manipolarlo anche con il deepfake, perché ciò che conta non è la verità ma la reazione del pubblico.

La regia di Wright sa alternare abilmente la tensione a momenti di improvvisa ironia. La macchina da presa si muove con fluidità e precisione: i piani sequenza sono ritmati e diventano parte della struttura del film, sono un’estensione della lotta e della fuga di Ben. La fotografia evidenzia efficacemente le tonalità fredde e sporche a seconda della situazione, ottenendo un’estetica che valorizza il dramma del protagonista. Il montaggio è serrato, accelerando e rallentando adeguatamente a seconda della situazione; inoltre, la colonna sonora rende ancora più disturbanti i momenti più intensi. Tutti questi aspetti tecnici e stilistici rendono ancor più pienamente il senso di inquietudine tipico di Stephen King.

Il finale del film è più speranzoso rispetto a quello del romanzo, meno devastante, ma non tradisce l’essenza e la critica dell’opera: le condanne ai media falsi, al sistema politico malato, alla sopraffazione e all’ingiustizia rimangono invariate. Wright non addolcisce King, ma, grazie a questo suo film di intrattenimento, riesce a rendere più accessibile il suo messaggio e a mostrarci quanto il mondo di Ben sia così pericolosamente vicino al nostro.

Silvio Gobbi