Hirokazu Kore-eda torna a raccontare un tema centrale della sua produzione: il lutto ed il suo superamento, mettendo inoltre al centro la questione dell’intelligenza artificiale. In un futuro per niente lontano dai nostri giorni, la coppia composta da Otone (Haruka Ayase) e Kensuke Kōmoto (Daigo Yamamoto) ha perduto il bambino di sette anni, Kakeru (Rimu Kuwaki). I due trovano un’azienda che realizza umanoidi con le fattezze dei defunti, riproducendo tramite l’IA il carattere dello scomparso: in questo modo, i clienti possono avere nuovamente il loro caro. Una volta che il “nuovo” Kakeru arriva a casa, Otone e Kensuke cominciano a vivere un serio confronto con se stessi.
Sheep in the Box, presentato in concorso al Festival di Cannes 2026, è minimalista, apparentemente flebile, ma capace nella sua linearità di far emergere chiaramente i sentimenti e i dubbi più reconditi dei suoi protagonisti. L’autore vuole condurci a una riflessione sull’accettazione della morte, ma anche sul rispetto delle persone, delle cose, sull’imparare ad accogliere lo scorrere del tempo e i suoi mutamenti. Inevitabile l’iniziale richiamo a Steven Spielberg (A. I. – Intelligenza artificiale), ma il contenuto ed il tono sono inconfondibilmente di Kore-eda. Lo sviluppo dell’opera è graduale, senza mai accelerare: si prende i suoi tempi per mostrare l’elaborazione del lutto e la frammentazione di Otone e Kensuke. Non c’è nessuna ricerca di sensazionalismo, ma un progressivo accumulo di riflessioni che, alla fine, non possono più essere contenute: il senso di colpa della madre e quello del padre (differenti tra di loro) riaffiorano di continuo, e ad ogni riemersione mostrano lati inattesi.
Se in precedenti opere il taglio del regista è stato più potente e incisivo, questa volta Kore-eda adotta un registro più compassato e trattenuto. Questo approccio essenziale non gli impedisce di indagare le ombre più radicate dei suoi personaggi e di mostrare la sua visione sul futuro del rapporto tra IA e uomo: un legame mai dipinto in chiave apocalittica, bensì affrontato ed accettato in modo naturale. Una convivenza che porta inevitabilmente con sé incomprensioni e difficoltà, ma capace di aprire a nuove vie di pensiero, tale da ridefinire non soltanto la relazione tra umanoidi e individui, ma anche gli stessi rapporti tra esseri umani. Sheep in the Box ci indica un percorso ed evita di offrire risposte definitive: ci lascia con delle riflessioni e con delle domande che permangono ben oltre la visione. E questi quesiti che rimangono aperti non sono un vuoto, ma le fondamenta di una “nuova casa” (e il tema della casa è centrale nell’opera: il vero luogo di crescita emotiva e relazionale) ancora tutta da costruire.
Silvio Gobbi
Il Settempedano


