La pianta “ficus religiosa”, o fico sacro, è importante per varie culture e religioni, specialmente per buddhisti e indù, perché è una pianta venerata, dal forte significato religioso. Cresce senza tanti problemi: addirittura, una volta piantata, le sue radici si diffondono a dismisura, possono essere fortemente invasive e avere la meglio su ogni altra specie dell’area; una volta piantato, la crescita dell’albero può andare quindi fuori controllo. Il regista iraniano Mohammad Rasoulof, non a caso, sceglie questa figura per il titolo del suo ultimo film, Il seme del fico sacro, “Premio speciale della giuria” al Festival di Cannes 2024 ed in corsa agli Oscar 2025 per la categoria “Miglior film internazionale” (in rappresentanza della Germania).
Rasoulof (classe 1972) è un regista da sempre critico nei confronti del regime iraniano, ha partecipato attivamente a diverse proteste e manifestazioni, ha subito diverse condanne ed è finito in carcere (come il suo collega, Jafar Panahi); nel 2020, vinse l’Orso d’oro al Festival di Berlino per il film Il male non esiste, un’opera critica sulla pena di morte in Iran. Questa volta, protagonista della sua ultima vicenda è una famiglia alto borghese, costituita dal padre Iman (Misagh Zare), la moglie Najmeh (Soheila Golestani) e le due figlie Rezvan (Mahsa Rostami) e Sana (Setareh Maleki). Iman è stato da poco nominato giudice istruttore, in coincidenza con l’uccisione di Mahsa Amini, la giovane uccisa dalle percosse inflitte dalla polizia morale a causa dell’hijab mal indossato: ricordiamo tutti le proteste che seguirono e la nascita del movimento femminista “Donna, vita, libertà”, sostenuto anche dagli uomini.
Iman vive intensamente questo periodo, caratterizzato da numerosi giovani arrestati: deve istruire contro di loro molti processi-farsa, con imputazioni gravi e richieste di condanne a morte solo perché “dall’alto” vogliono sedare la rivolta con tutti i mezzi; inoltre, in quanto giudice istruttore, per la sua sicurezza, gli viene data in dotazione una pistola. In casa, la moglie e le figlie sentono il peso della situazione, drammatica tanto dal punto di vista familiare (il padre sempre più stressato) quanto sociale (le proteste colpiscono le persone da loro conosciute, come le compagne d’università e di scuola delle ragazze): il dramma esplode quando Iman perde la pistola, ed è convinto che sia stata una delle tre donne di casa a farla sparire. Cresce così in lui l’ostilità nei confronti della sua famiglia, e l’uomo tirerà fuori il peggio di sé per far confessare le tre donne, ma gli sviluppi della vicenda non saranno scontati.
Il seme del fico sacro è un film lungo (circa 2 ore e 48 minuti), ma costruito con una tensione e con un ritmo tali da non perdere mai un colpo. Rasoulof si muove tra i suoi personaggi con abilità: la macchina da presa passa dalle inquadrature sui dettagli, capaci di farci volutamente indugiare, in maniera quasi rituale, sui particolari (significativa la scena iniziale della consegna della pistola con i proiettili: capiamo da subito che quell’oggetto sarà il centro del dramma; senza dimenticare la commovente scena dove Najmeh aiuta una compagna d’università della figlia a togliere i piombini che le sono stati sparati in faccia durante una manifestazione), alle sequenze concitate e cariche di tensione, tipiche dei migliori thriller (come il lungo e dinamico piano sequenza quando l’uomo si accorge di aver perso la pistola, e la sequenza finale di Iman che insegue la sua famiglia). Oltre alla forma, Il seme del fico sacro è potente anche per il suo contenuto. È un’opera realista ed intimista al tempo stesso, mostrando come la situazione politica-sociale influenzi la vita individuale (e familiare) di ogni iraniano. Inoltre, durante tutto il lungometraggio, la realtà iraniana è continuamente sbattuta in faccia al pubblico senza filtri, perché va vista così com’è, a differenza di come il regime vorrebbe: i frequenti (e tanti) inserti di veri video ripresi con il cellulare delle proteste, delle violenze subite dai manifestanti (video circolati su internet e sui social) sono un continuo monito, un atto volto a sottolineare chiaramente come la trama della vicenda sia fondata su una reale e diffusa situazione di violenza e di repressione delle più basilari libertà.
In questo contesto, vediamo bene come la “micro-storia” di Iman e della sua famiglia sia influenzata da quel potere teocratico e totalitario che controlla tutto, che porta tutti a dubitare di tutti (e a denunciare tutti). Nella mente di Iman, come nei suoi colleghi (i devoti “difensori della rivoluzione”), si radicano le radici dell’ideologia estrema ed intransigente del regime islamico sciita degli ayatollah. La bontà di questi uomini “normali” scompare quando si tratta di difendere la loro posizione ed il loro mondo, arrivando addirittura a poter fare del male alle proprie mogli, alle proprie figlie e ai propri figli: per essi, tutti possono diventare nemici da sottoporre a interrogatorio, senza escludere l’uso della violenza e della tortura. La loro mente è deviata dalla pervasività del loro sistema, un regime infestante come la pianta del fico sacro, capace di radicarsi nel profondo della mente di ogni individuo che si sottomette ad esso. Najmeh, la moglie, sceglie invece la famiglia: comprende gradualmente le figlie, e le innocenti ragazze vessate dal regime, e le aiuta, compiendo una mutazione determinata e senza retorica. Quando Najmeh e le figlie capiscono la gravità della situazione, comprendono che il distacco con la figura del marito-padre deve essere netta, come netto deve essere il distacco della popolazione dal proprio regime, sostanzialmente irriformabile per il regista: un regime che va radicalmente cambiato e letteralmente sepolto (come, in particolare, una scena fortemente simbolica spiega chiaramente). Una realtà che può mutare attraverso l’emancipazione delle donne iraniane (una lotta iniziata da prima del ’79, ma acuita dopo l’instaurazione del regime degli ayatollah), una conquista necessaria per migliorare ogni sua altra componente (economica, politica e sociale), perché, come scritto da Marjane Satrapi e Abbas Milani, «[…] se le donne non sono libere e con pari diritti, la libertà e la democrazia non possono essere parte della società». Questo vale per l’Iran, e non solo; questa è una delle condizioni necessarie per cominciare a sradicare definitivamente le radici profonde di quel fico sacro e dannato.
Silvio Gobbi
Il Settempedano
