Christopher Nolan ha viaggiato. Ha viaggiato molto dal 1998, dal suo primo lungometraggio, Following, un’opera indipendente che già racchiudeva in forma embrionale le sue tematiche più care. Ha viaggiato virando verso lavori come Memento, The Prestige, la trilogia di Batman, la scienza e fantascienza di Interstellar, la guerra di Dunkirk, la scissione fisica e psicologica di Oppenheimer. Con queste pellicole, Nolan ha sviluppato il suo discorso sul tempo: entità non lineare, in continua rimodulazione, dove il passato è presente e, a volte, diventa futuro. Una matassa difficile da districare, eppure, anche nel caos, tutto finisce per diventare chiaro: il tempo è il più grande nemico e alleato dell’uomo, ciò che permette di fare le scelte giuste e, insieme, condanna a rivivere quelle sbagliate.
Ulisse (Matt Damon) è lontano da Itaca da quasi vent’anni, tra la guerra di Troia e il tortuoso viaggio di ritorno. Lascia Penelope (Anne Hathaway) e il figlio Telemaco (Tom Holland), affidando il trono alla moglie, in balia dei Proci. Partendo dal poema omerico, Christopher Nolan realizza la sua Odissea: prende il mito, lo analizza, lo reinterpreta e ne restituisce un Ulisse più tormentato del previsto. Astuto come sempre, ma questa volta anche schiacciato dal peso di ciò che si è lasciato alle spalle: l’aver abbandonato la propria terra, l’eccidio di Troia, le tante vite sacrificate per i propri obiettivi. È il racconto di un ritorno sporco, macchiato da un dolore che Ulisse porta con sé passo dopo passo, costantemente in bilico tra l’audacia di sfidare gli Dei a proprio vantaggio e il conto che quella stessa audacia gli presenta.
Questo conflitto interiore è il vero fulcro del film. Nel continuo andare avanti e indietro nel tempo, tra presente e memoria, vediamo Ulisse discendere sempre più nell’Ade della propria mente, dove i fantasmi si affollano fino a farsi insostenibili: il viaggio di ritorno assomiglia più a una fuga dai propri errori che al classico nostos omerico. Per ritrovare sé stesso deve prima accettarsi, accogliere gli sbagli commessi e affidarsi al fato, tanto all’ira quanto alla protezione delle divinità. Capisce il peso della propria astuzia: il cavallo che porta alla vittoria di Agamennone è anche lo strumento che scatena morte e distruzione, un trionfo pagato a un prezzo altissimo, sia etico che umano. Ed è qui che Nolan offre il richiamo più esplicito a Oppenheimer: l’intelligenza come qualità che va soppesata con il senso del limite, quando rischia di essere causa di morti e stragi.
La regia accompagna questa discesa con un rigore che si sente scena dopo scena. Girata in 70mm, con una costruzione studiata nel dettaglio, la pellicola scorre per tre ore su un ritmo serrato, senza cali di tensione, grazie a un montaggio (Jennifer Lame) che intreccia i piani temporali senza mai disorientare lo spettatore. Inoltre, la densa fotografia di Hoyte van Hoytema e la colonna sonora di Ludwig Göransson lavorano in coppia per segnare ulteriormente questo percorso tra presente e ricordo, quasi fossero due timbri diversi della stessa voce. Dentro questa cornice si collocano i momenti più alti del film: lo scontro mostruoso con Polifemo, l’incontro con Circe dalle riuscite e originali tonalità horror, la discesa tra le anime dei morti per interrogare Tiresia.
La presa di coscienza è il fantasma che si concretizza, sempre di più, lungo la pellicola, ed è ciò che spiega, alla fine, la fuga costante di Ulisse. È un peso che l’uomo riesce ad affrontare pienamente solo durante la “prigionia” di Calipso: una prigionia fatta di dolcezza e di costrizione, dove a trattenerlo non è solo l’incantesimo del loto quanto il suo inconscio, che cerca di rifiutare tutto ciò che è accaduto. Qui Nolan fonde la ninfa con l’episodio dei Lotofagi, rendendo la sua isola un luogo di sospensione dal tempo. I sette anni trascorsi insieme, restituiti a frammenti lungo il film, mostrano l’evoluzione del loro legame: il continuo riaffiorare, spezzato, dei dolorosi ricordi di Ulisse, e Calipso che capisce che il vero modo per amarlo è lasciarlo andare, dopo averlo aiutato a ricomporsi affinché possa tornare dalla tenace Penelope.
L’Odissea di Nolan ci ricorda che il ritorno a casa non è mai solo una questione di distanza percorsa, ma di quanto a lungo un uomo riesca a portare il peso del proprio passato prima di doverlo, finalmente, accettare e deporre. E il nuovo, moderno Ulisse è proprio questo: un uomo che ha commesso tanti errori, che è fuggito a lungo, ma che alla fine capisce di non dover più scappare dal proprio vissuto, per poter vivere e ripartire con una nuova coscienza.
Silvio Gobbi
Il Settempedano




