Parafrasando Federico Zeri potremmo definire “relitti di un grande naufragio” i pochi resti materiali che abbiamo oggi del millenario monastero di Santa Maria in Valfucina. Le complesse vicissitudini di natura antropica e naturale, che dalle origini – verosimilmente databili al X secolo – ai nostri giorni hanno prodotto tali e tante trasformazioni fino a cancellare quasi ogni traccia dei cinque secoli di vita monastica.
Una fortuita circostanza ha fatto però giungere fino a noi quasi quattrocento pergamene – per lo più contratti di compravendita e affitto – che ci permettono di comprendere i momenti salienti della sua storia. Questa documentazione, unita ai pochi resti di cui si è detto, ci consentono di formulare ipotesi relative a quei relitti, per interpretare i quali, però, abbiamo a disposizione anche un altro importante strumento, fino ad oggi non considerato. Concorda la gran parte degli storici che, a partire dalla riforma cluniacense – i cui assunti iniziarono a diffondersi in Italia nei secoli X e XI – nella costruzione degli insediamenti benedettini vi sia una certa standardizzazione edilizia. che discende, in primo luogo, dalla medesima regola, dal fatto che vi fosse una continua osmosi delle idee dovuta dalla circolazione dei monaci, dal confronto che gli abati avevano negli annuali capitoli generali, dall’opera di monaci capomastri consapevoli dei principi riformati del monachesimo d’oltralpe. Il fenomeno deve aver interessato anche le nostre realtà territoriali e ciò si rivela ancor più vero, come è ovvio, per realtà geograficamente e cronologicamente vicine.

Nell’immagine le lettere identificano gli edifici odierni con in filigrana l’ipotesi ricostruttiva del monastero duecentesco di Santa Maria in Valfucina
Nel nostro specifico caso le fonti scritte ci assicurano che l’Abbazia di Valfucina visse il momento di maggior prosperità economica nel secolo XIII, intorno alla metà del quale, dopo un rovinoso incendio – forse dovuto a un tentativo di assedio ordito dal Comune di Sanseverino – l’insediamento ebbe una radicale ricostruzione che coinvolse anche la chiesa. La già accennata riforma cluniacense e quella successiva cistercense, che ne perfezionò i canoni, hanno di certo contribuito a plasmare le forme architettoniche in occasione di questo rinnovamento. Lavorando proprio sulla base di questo “planning modulare d’origine bernadrina” – per dirlo con le parole della storica Angiola Maria Romanini – e potendo fare un parallelo con una vicina fondazione benedettina giunta a noi quasi completamente integra com’è quella di Valdicastro, si possono proporre degli interessanti confronti. Ne scaturiscono delle ipotesi planimetriche, che come tali debbono ovviamente essere considerate, in quanto la loro effettiva validità si potrà verificare solamente con opportune indagini sul posto, come è avvenuto di recente per la chiesa. Di questa, di cui abbiamo qui già trattato ampiamente, si è potuto scoprire che si trattava di un grande edificio sacro, con pianta della rara tipologia a croce latina commissa, dotata di tripla abside nel transetto e lunga navata unica sul modello ambrosiano. Lo stesso schema, ce lo assicura in questo caso la mappa del Catasto pontificio del 1813, caratterizzava la vicina e coeva Pieve di San Clemente (anche se probabilmente con unica abside al termine del presbiterio, così come avviene anche per la chiesa di Santa Maria delle Stelle in Vallesina, già dipendenza dell’Abbazia di Sant’Elena) e le chiese romualdine di San Salvatore in Valdicastro e Santa Maria di Sitria. Si tratta, come detto, di una tipologia piuttosto rara, di chiara ascendenza paleocristiana, i cui esempi più eminenti sono considerati – e non si tratta certo di un caso – la chiesa abbaziale di Farfa del 1060, quella del monastero di Fonte Avellana o quella che si ritiene la prima configurazione della cattedrale di Ascoli Piceno.

Quella che si suppone essere stata la struttura della Sala capitolare del monastero si crede possa essere stata demolita dopo la Seconda guerra mondiale, essendo ancora presente nella mappa catastale del 1938
Ciò detto, per quanto concerne il monastero di Valfucina, un parallelo con la vicina abbazia di San Salvatore ci può fornire utili indirizzi.
In primo luogo, esaminando quello che doveva essere il braccio orientale del monastero, possiamo supporre come questo fosse in continuità strutturale col transetto meridionale. Di norma, lì si collocavano al piano superiore le celle dei monaci, i quali attraverso un collegamento diretto potevano accedere al presbiterio per le frequenti liturgie anche notturne. Al piano inferiore, adiacente al transetto e con accesso diretto dal portico del chiostro, si suppone fosse la sala capitolare; se così fosse, le mappe catastali proverebbero che la sua struttura muraria sia stata distrutta nell’ultimo dopoguerra, per permettere la costruzione della nuova stalla.

Parte della lunga schiera di case coloniche si ritiene edificata sulle fondazioni di quello che era il braccio meridionale del monastero
Il braccio sud del monastero, che di norma conteneva al piano terra le cucine, il refettorio e altri locali di natura utilitaria, possiamo immaginarlo in esatta corrispondenza con la lunga schiera di abitazioni coloniche. Queste probabilmente furono costruite, e ricostruite dopo il rovinoso terremoto del 1799, sulle fondazioni dell’edificio monastico. Di questi danni abbiamo preziosa testimonianza nella relazione dell’architetto Clemente Moghini redatta per conto dell’amministrazione del Capitolo della cattedrale pochi giorni dopo il sisma. Osservando attentamente questo lungo corpo di fabbrica, probabilmente anche ampliato nel secolo XIX verso oriente, si notano evidenti segni di riprese e suture murarie, con superfici non sempre complanari, che stanno a testimoniare i ripetuti interventi di riparazione e rifacimento edilizio subiti.

Le murature del fienile presentano tracce evidenti di murature medievali e vi si può leggere la scansione delle arcate del chiostro abbaziale
Molto interessante, ai fini della comprensione dell’originale sviluppo planimetrico del monastero, è il fienile adiacente alla facciata della chiesa. Il suo muro settentrionale è allineato a quello sud della navata ed entrambi sono collegati in perfetta complanarità da una porzione di muratura in parte sotterrata, sulla quale si rileva ancora la presenza della porta che doveva mettere in comunicazione la porzione inferiore della chiesa con il chiostro. Questa apertura era detta talvolta “porta dei coristi” e poteva essere anche usata per l’ingresso dei conversi, che non potevano avere accesso al presbiterio. Le murature basamentali del fienile evidenziano una chiara origine medievale: ciò spiegherebbe perché, in base al confronto Valfucina-Valdicastro, il pieno dell’attuale edificio (che è quello probabilmente indicato dal Moghini alla fine del secolo XVIII come: “i nuovi magazzini colli fienili annessi”, considerato che non risultano altri fabbricati nella mappa catastale di poco successiva) sia stato edificato in quello che originariamente era il vuoto del chiostro. Le murature di base di questo sarebbero state sfruttate come fondamenta per il nuovo edificio, soprelevandole e aggiungendovi un muro di spina a sostenere il colmo della copertura. Sulla porzione orientale, all’interno del fienile, appare ancora quella che si ritiene essere la traccia dei pilastri si cui erano impostate le arcate del chiostro.

A sinistra la cosiddetta “porta dei coristi” nel monastero di Valdicastro e a destra quello che ne resta a Valfucina. Questa porta immetteva nella navata della chiesa direttamente dal chiostro ed era usata dai monaci conversi, cui era proibito salire sul presbiterio
Come si è detto tutte queste ipotesi dovranno essere verificate da una puntuale campagna di ricerca nel sottosuolo e, magari, suffragate da nuove ricerche nell’Archivio capitolare settempedano, al quale non è stato possibile accedere.
È fuori di dubbio che la consapevolezza o la conoscenza dell’originale sviluppo planimetrico del monastero possa essere un’irrinunciabile guida per l’auspicabile recupero funzionale dell’intero complesso, che si sta finalmente avviando con l’imminente restauro della chiesa.

Ricostruzione assonometrica del complesso monastico di Valfucina, visto da nord-est, nel suo presunto aspetto duecentesco
A chi volesse approfondire, propongo la lettura del mio scritto sul tema, pubblicato nella rivista Quaderni Storici Esini n. 16/2025, già disponibile nella Biblioteca comunale “F. Antolisei”.
(AI free)
Luca Maria Cristini
Il Settempedano


