La semplificazione delle forme, che nelle Marche è tipico di tanta scultura romanica, si declina nei rilievi di Valfucina in maniera originale e tale da conferire loro un aspetto ancor più arcaico che in altri siti, tanto da far supporre a qualche storico epoche di costruzione più remote per il nostro ipogeo. A differenza di molti spazi analoghi, i capitelli e le colonne di Valfucina non sono, poi, “materiale erratico”, ovvero elementi di recupero prelevati e riadattati da fabbriche più antiche, ma sono specifiche per questo edificio ed esprimono figurazioni e simbologie tipiche del proprio tempo. Come ha scritto Emma Simi Varanelli, questi lavori “si avvicinano alle creazioni plastiche auliche dell’epoca ottoniana, le quali attendono a far rivivere la romanità, pur presentando una tendenza all’astrazione e all’essenzialità volumetrica intensamente nuove”. In questo consiste anche la loro notevole rilevanza.
Nella nostra cripta i piedritti hanno tutti analoga morfologia e dimensioni: le colonne misurano circa 25 cm di diametro, le basi hanno altezza di 18/20 cm, mentre i capitelli misurano approssimativamente 23/25 cm di altezza, per una larghezza all’imposta degli archi di 34/35 cm. Alcuni di questi hanno decorazione in forme geometriche, altri figurazioni vegetali, zoomorfe o antropomorfe.
Per quanto riguarda i geometrici, vi si rilevano decorazioni ricorrenti in altre chiese dell’undicesimo/dodicesimo secolo: elementi di derivazione vegetale, figure geometriche, nodi intrecciati, tra cui il l’immancabile motivo del nodo di Salomone, e altri simboli ancora da decifrare. In questo insieme possiamo anche annoverare quelli il cui decoro sembra in qualche maniera evocare, con evidente stilizzazione e qualche sgrammaticatura, analoghi elementi dell’ordine corinzio, ultimo adottato nel tempo, nell’architettura classica. A questo proposito, sempre alla Simi Varanelli dobbiamo l’osservazione che: “Uno dei caratteri salienti della decorazione medievale è l’iterazione protratta nel tempo di archetipi prodotti ab antiquo”.

Il capitello con la figura di leone o di drago, con la caratteristica terminazione della coda e che ha in bocca un uomo (a sinistra), rimanda a elementi del tutto analoghi raffigurati nelle abbazie di Valdicastro (a destra in alto) e di Sant’Urbano (in basso)
Ben più interessanti sono quegli elementi scultorei che sono caricati con figure zoomorfe e antropomorfe. I due capitelli che terminano le semicolonne del catino absidale mostrano rispettivamente un angelo – così possiamo identificarlo per le ali stilizzate ai lati del volto – e il muso di un bue, quest’ultimo affiancato sul lato sinistro da uno stilizzato volatile. L’ipotesi è che possano rappresentare gli evangelisti Matteo e Luca nei rispettivi attributi agiografici. Fronteggerebbero i due elementi già descritti, due altri capitelli, di cui non abbiamo notizie: uno è quello presumibilmente rubato prima della visita del vescovo Forlani del 1759, l’altro potrebbe ancora celarsi all’interno del pilastro. Gli altri due capitelli figurati sono sulle semicolonne nei punti cardine di raccordo tra l’abside e la navata della cripta: sul lato sinistro è un volto muliebre, forse quello della Vergine Maria, e, nel punto opposto, una figurazione di un leone o drago con un uomo in bocca. Per analogia con altri esempi, si pensa possa alludere al Demonio, iconografia molto diffusa, che si riscontra con caratteristiche simili anche nelle vicine abbazie di Sant’Urbano e di Valdicastro.

Incisone, mai descritta prima d’ora, che sullo stipite dell’originario varco d’accesso alla cripta rappresenta un volto umano
I capitelli della navata, come detto, sono tutti caratterizzati figure geometriche, sia i quattro centrali a tutto tondo, sia gli altri sulle semicolonne della navata. I quattro capitelli angolari esterni delle navate laterali risultano invece occultati dai tozzi pilastri duecenteschi, costruiti per basare l’ampliamento della chiesa superiore. Un fregio che è stato definito “inusuale” da Fabrizio Bartoli, che ha recentemente dedicato uno studio alle simbologie armoniche nelle abbazie marchigiane, è quello che caratterizza il capitello vicino all’attuale breccia d’ingresso, il cui decoro stilizzato sembra alludere alla ghiera d’arco di un portale a tutto sesto. In ultimo, si vuole segnalare la presenza nella cripta di un ulteriore figurazione, che non era stata finora mai osservata ed è sullo stipite sinistro della porta attraverso la quale si saliva in chiesa. Vi si vede, con leggera incisione sulla pietra calcarea, una sagoma che a prima vista può richiamare la forma di un grande buco di chiave, ma che a una visione più attenta e con luce radente evidenzia gli elementi di un volto umano.
Altri tre significativi capitelli della cripta: a sinistra un’ideale rappresentazione bidimensionale del capitello corinzio con volute (rovesciate) e foglie d’acanto, al centro il capitello “insolito” che sembra alludere ad un arco con conci lapidei, a destra un volto muliebre, forse quello della Vergine Maria incluso tra due volute che alludono all’ordine corinzio
Si spera che i lavori annunciati per la prossima primavera, che dovrebbero permettere la fruizione – così si è letto – della cripta, possano costituire l’occasione per un approfondimento degli studi su questi brani scultorei, liberando alla visione quelli occultati e restituendo, magari, anche quello ora inglobato (si spera) nel pilastro del presbiterio.
Luca Maria Cristini
Il Settempedano
