Il mio giardino persiano (My Favourite Cake) è una commedia drammatica scritta e diretta da Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha. Questi due registi iraniani (moglie e marito) raccontano, con tatto e profondità, la storia di Mahin (Lily Farhadpour), una donna che decide, dopo tanti anni di solitudine, di uscire e conoscere qualcuno. Incontra casualmente un uomo, Faramarz (Esmail Mehrabi), un tassista anziano come lei: i due si frequentano per una notte, passano la serata nella casa di lei, raccontando le loro vite, divertendosi, scherzando, ballando e soffrendo.
Il mio giardino persiano è un film dalla sceneggiatura molto sintetica, asciutto ma ugualmente capace di raccontarci l’Iran e le sue contraddizioni, con un tono pacato ma non debole. I divieti del regime iraniano, le limitazioni delle libertà individuali (come la difficoltà per una donna ed un uomo non sposati, e senza legami parentali, di stare tranquillamente in casa insieme), la presenza della polizia morale in ogni angolo, pronta ad arrestare qualsiasi donna e ragazza con un filo di trucco in più e l’hijab mal sistemato sul capo: questi e molti altri aspetti, emergono intorno allo sviluppo della storia, dandoci il quadro della realtà vissuta da questi due anziani soli. Due anziani senza famiglia, dimenticati da quasi tutti, che uniscono le loro solitudini in un’inaspettata nottata fatta di racconti, buon cibo e vino (proibito dalla sharia).
La regia è lineare, le sequenze sono semplici, con diversi campo-controcampo e movimenti di macchina lisci: la focalizzazione è tutta sui protagonisti, sui loro visi (molti primi piani), per vivere pienamente, attraverso i loro racconti ed espressioni facciali, i loro sentimenti e le loro vite. La casa di Mahin è ordinata, ben arredata, ma intrisa di un profondo senso di vuoto, ricca soltanto di ricordi e vecchie fotografie appese alle pareti: le fotografie non sono mai inquadrate nel dettaglio, ricordandoci così ulteriormente la lontananza della gioventù, di quei tempi forse più felici, ma sicuramente più ricchi di compagnia. Ed il bel giardino della donna, pieno di piante ed erbe aromatiche, diventa un rifugio di serenità in quella notte con Faramarz: un luogo capace di raccogliere la luce e l’ombra, tanto della giornata quanto dell’esistenza, capace di accogliere tanto la gioia della vita quanto di stemperare l’amarezza della morte.
Silvio Gobbi
Il Settempedano
