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Ettore Marcucci
Ettore Marcucci

Storia locale (1): Ettore Marcucci cantante lirico e poeta

Storia settempedana. Personaggi dimenticati
ETTORE MARCUCCI CANTANTE LIRICO E POETA DEL PRIMO OTTOCENTO (1^ parte)

di Alberto Pellegrino

Ricorre il secondo centenario della nascita di Ettore Marcucci, nato a San Severino Marche il 14 agosto 1820 e rimasto subito orfano, perché la madre Pacifica Gentili muore nel darlo alla luce: “All’innocente etade/Del sen materno sembiante anche il conforto/M’invidiarono gli angeli, ché il mio/Nascer fu morte a quella pia: funesto/Presagio di domestiche sciagure” (Versi, Barbera Editore, Firenze, 1880, p.103).

Marcucci compie gli studi classici nel Ginnasio di San Severino sotto la guida di Lucio Rocchi, docente di lettere classiche nell’Università di Macerata (“Tu a miglior già volasti orbe lontano. /E grate io volgo a te l’ali dell’estro, /Ché tu m’hai fatto al bello stil por mano, /O fedele mio duca e mio maestro” (Versi, op. cit., p. 311). Il giovane mostra subito di possedere una vivace intelligenza e una spiccata vocazione per l’attività letteraria, tanto che giovanissimo viene chiamato a far parte dell’Accademia dei Filopisti, fondata nel 1816 e composta dalle maggiori personalità del mondo culturale settempedano. Mostra fin da adolescente la controversa personalità di un intellettuale ecclettico, che sarà prima un cantante lirico di successo per poi diventare poeta, saggista e traduttore di componimenti scritti in lingua latina e in altre lingue europee: “Dietro un vano piacer che gloria ha nome, /La vita io passo combattuta e dura” (Versi, op. cit., p. 54).

La prima infelice esperienza artistica

A dimostrazione della sua precoce vocazione letteraria, Marcucci nel 1835 scrive la tragedia La Martire di Mugnano (Tipografia Alessandro Mancini, Macerata, 1836), il cui manoscritto si trova nella locale Biblioteca comunale con il titolo di Trionfo della Religione ossia la Martire di Mugnano in Napoli. Il quindicenne poeta, ispirandosi a Vittorio Alfieri “che in fatto di tragico stile, e di sublimi concetti, è stato l’unico che si è potuto innalzare a grado di vera eccellenza”, compone un’opera dove immagina che l’imperatore Diocleziano nutra una violenta passione amorosa per la bellissima principessa Filomena che, essendo cristiana, lo respinge e sceglie il martirio per difendere la sua fede e la sua verginità. Gli ambienti letterari settempedani apprezzano il lavoro del “virtuoso giovinetto/Ettore Marcucci/in genio di pittura e di musica mirabile/ in eloquenza e poesia mirabilissimo/che non standogli pago il fresco animo di tali confini/ha tentato inoltrare/ne’ palchi sacri a Melpomene/e ben vi riuscì/la sua novella tragedia”.
Egli ne invia una copia all’Accademia della Crusca che purtroppo giudica la tragedia un’opera senza nessuna connessione tra le parti, una “ruberia” di frasi e di pensieri dai classici, l’uso di versi leziosi che trasformano una Martire in una “Femmina d’ogni vezzo cascante”. Gli accademici consigliano di non abusare del “proprio ingegno, e degli studi”, perché è prematuro frequentare “quel Palco e quelle Scene, che addimandano senno maturo, squisito sentire, un muovere, e piegarsi di stile, che solo è frutto di molti Anni, e di fatiche lunghe, e indefesse”. Per il giovanissimo autore è un duro colpo, perché voleva opporsi a una società “rotta nel vizio; amici non v’ha; i più stretti e casti doveri dimenticati; posta in non cale, e quasi porsi in ridicolo, la SS.ma Religione”.

Il soggiorno a Roma

Marcucci si trasferisce giovanissimo a Roma per studiare canto, essendo dotato di notevoli mezzi vocali: “Intempestiva molle piuma al mento/Fioriami appena e dal Potenza al Tebro/Io già mi vidi tramutato” (Versi, op. cit., p. 103); in poco tempo si trasforma in un giovane maturo come si descrive lui stesso: “Membruto son non grande; ho fronte altera, /Lunga la barba tra biondastra e nera, /Crin folto, occhi pensosi e guancia bruna” (Versi, op. cit. p. 52). A Roma trova nuovi stimoli e nuove speranze: “In questa/Affacciarmi del mondo all’ampia scena, /Una novella respirar mi parve/Atmosfera e più limpida di mille/Speranze popolata, ove da lungi tinte in auro /Danzar l’ore future io travedea” (Versi, op. cit, p. 103), anche se rimane il rimpianto di non potersi dedicare alla poesia: “Ora del canto/L’arte celeste e sé mi stringe, ed ora/D’Astrea le carte , e del bel dì la cura/E’ manca o nulla”, senza abbandonare la speranza di poter scrivere ancora dei versi.
Marcucci, anche quando è un affermato tenore, non dimentica la sua città di origine, alla quale dedica un poemetto intitolato La mia città nativa, affermando che “Sia pur vil borgo, il loco/Ove si nacque, ove si è riso e pianto, /No, non si scorda mai”. Quando si è lontani e si soffre la solitudine, si sente la nostalgia per la patria lontana: “Quando d’affetto, cui non molce vana/Aura di corte e di venduta lode, /Libero carme, quale un senso ispira/Di patria carità, dettai negli anni/Ardenti miei, lungi dalle dilette/Natie contrade, e qua e là vagante/Per diverse città, senza famiglia/senza una casa ove qualcun mi attende, /Ma solo dai fantasmi accompagnato/Del mio pensier”. Costantemente invia il suo saluto di figlio alla “Diletta Settempeda”, orgoglioso della sua la Patria che “Né piccola né oscura ella già fosse, /Anzi gran donna del Piceno un tempo/E roman municipio. Ora quando al sommo/Più di sua nobil gloria ella salia, /Il vandalico ferro e il longobardo/al suolo n’adeguò gli archi, le terme…Tu pur sorgesti dalle tue ruine/Rinnovellata, o Città mia. /Sotto povero ciel, chiusa dai monti, /In breve limite segnasti/Delle tue mura il cerchio; ma l’antico/Valor mai non si spense, onde i tuoi figli/Si ornaro ognor delle virtù civili/Che sventura non toglie, auro non compra”.

La carriera di cantante lirico

Ettore Marcucci inizia nel 1840 la sua carriera di tenore a soli 20 anni, debuttando nel Reale Teatro San Carlo di Napoli, uno dei templi italiani del melodramma. Per interpretare il personaggio di Giano nell’opera Iginia di Asti di Tommaso Genovesi, viene scritturato questo tenore “giovane di buone speranze e bellissima voce” che riscuote un notevole successo, come egli stesso afferma: “Teneami Roma, e nell’orecchio ancora/Portava il popolar fremito accolto/Nella regal Partenope cittade”. Il 19 giugno 1841 è nominato a Roma socio onorario dell’Accademia Filarmonica; prende parte nel 1842 allo Stabat Mater di Rossini e nel 1843 a un concerto lirico organizzati da questa Accademia.

Attraverso una ricerca condotta sui documenti si è tentato di ricostruire la carriera lirica di Marcucci che purtroppo è stata breve, perché il tenore a soli 30 anni abbandona le scene nel 1850. Si è avanzata l’ipotesi che abbia abbandonato le scene per una crisi di coscienza dovuta a motivi religiosi, per la stanchezza e il distacco dal frivolo mondo dello spettacolo: “Titoli, onor, dovizie altri pur s’abbia: /Al seno io stringo, d’ogni pompa schivo, /La croce mia senza viltà né rabbia” (Versi, op.cit., p. 238). S’ipotizza che abbia avuto problemi di salute o che abbia scelto di dedicarsi alla sua amata poesia: “Di trascinar miei dì stanco talora/Fra dubbia speme che il cor smaga e alletta/Sulla scena or temuta or diletta/Ch’Euterpe m’apre all’armonia canora; /Desir più dolce mi lusinga, ond’ora/Vagheggio il Bello al sacro monte in vetta”.
Dopo il debutto di Napoli, Marcucci è presente nei cartelloni dei teatri Valle di Roma, Caio Melisso di Spoleto, Teatro Della Concordia di San Benedetto del Tronto, il Teatro comunale di Bologna, Ventidio Basso di Ascoli Piceno, La Pergola di Firenze, Alle Muse di Ancona, il Teatro Nuovo (oggi Rossini) di Pesaro, il Teatro condominiale di Lugo di Romagna, ma non si conoscono le opere in cartellone.
Finalmente nel giugno del 1843 il tenore cittadino, dopo i “sudati allori nell’italico suolo”, arriva a cantare nel Teatro Feronia, dove si rappresenta La vestale di Mercadante. Il giovane tenore cittadino “di bella fama e di aurea voce” suscita con la sua interpretazione l’entusiasmo dei settempedani con la sua “soavità di canto ed eleganza di comico stile”. Le “leggiadre figlie di Settempeda” sono invitate a donargli una “verde corona di alloro sparsa di vive rose”, mentre le lodi “versate dalle vostre labbra gentili discendano all’animo di lui fortunato giovine”. Mostrano il loro entusiasmo alcuni “altamente commossi Marchigiani, anch’essi “rapiti/Della magica voce al dolce incanto”. Nel 1847 Marcucci ritorna nel Teatro Feronia per interpretare l’opera I Lombardi alla prima Crociata di Giuseppe Verdi, messa in scena in occasione del Centenario dell’Incoronazione della Madonna dei Lumi, appositamente scelta in quel clima di patriottismo seguito all’elezione di Pio IX. Ancora una volta egli ottiene un successo personale, come dimostrano le “epigrafi” dedicate al tenore che “rallegrava di soavissimi canti nell’opera I Lombardi le scene della materna Settempeda… Nel raffigurare gli affetti eguale a pochi per la verità delle movenze e della espressione può comandare a tutti i moti del core e può accrescere il desiderio che alla nobiltà dell’azione e del sentimento rispondano più degnamente i carmi i quali ricordano co’ i metri le pagine gloriose dell’italica storia (e) le speranze della risorta Italia”.

Le opere interpretate da Ettore Marcucci

1840. Iginia di Asti di Tommaso Genovesi, Teatro San Carlo di Napoli
1841. Saffo di Giovanni Pacini, Teatro Valle di Roma
1842. Il Giuramento di Mercadante, Accademia Filarmonica Romana
1843. La vestale di Saverio Mercadante, Teatro Feronia di San Severino Marche
1844. La vestale di Saverio Mercadante, Teatro Caio Melisso di Spoleto
1846. Roberto Devereux di Gaetano Donizetti, Teatro della Concordia di San Benedetto del Tronto
1847. La Muta di Portici di Auber, Teatro Comunale di Bologna
1847. Lombardi alla prima Crociata di Giuseppe Verdi, Teatro Feronia di San Severino Marche
1847. La Parisina di Gaetano Donizetti e I due Foscari di Giuseppe Verdi nel Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno
1847/1848. Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, L’Italiana in Algeri di Giacchino Rossini, Roberto il Diavolo di Giacomo Meyerbeer, Teatro La Pergola di Firenze
1849/1850. I Lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi (10 rappresentazioni) e I due Foscari di Giuseppe Verdi (23 rappresentazioni), Teatro alle Muse di Ancona
1850. I masnadieri di Giuseppe Verdi, I due Foscari di Giuseppe Verdi, Gemma di Vergy di Gaetano Donizetti, Teatro Rossini di Pesaro
1850. Teatro condominiale di Lugo per la Fiera annuale di agosto-settembre

(continua)

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