Pochi giorni fa, Francesco Guccini è morto nella sua casa di Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano, all’età di 86 anni. Ci ha lasciato lì dove si era ritirato da tempo, lontano dai palchi e dalle osterie bolognesi che avevano caratterizzato gran parte della sua vita, anche se il suo ritiro non è mai stato assoluto: continuava ad apparire in interviste e dichiarazioni, lasciando che fosse soprattutto la scrittura, come aveva scelto lui stesso, a prendere il posto della musica.
Guccini ha cantato di Auschwitz, di Dio che è morto e risorto, della città di Bologna, di Cyrano e Don Chisciotte, degli anarchici, ma quello che, per me, riassume meglio il suo carattere è l’uomo de L’avvelenata: colui che guarda il mondo senza vendersi ad esso, arrabbiato ma divertente, ironico e caustico quando serve, scherzoso e serio nelle stesse quattro righe. L’uomo che evidenzia i limiti del cronista pieno di sé, la ridicolaggine del critico impegnato, il tipo che ti manda a quel paese in rima e un attimo dopo ti fa ridere. Un personaggio che sapeva osservare. E forse è stato proprio il “Guccini-osservatore” a rimanere più impresso nel cinema, soprattutto nel ruolo più noto e riuscito, quello dietro al bancone di un bar in Radiofreccia. Successivamente, Guccini è apparso in diversi lungometraggi, come nel film su Horst Fantazzini, Ormai è fatta!, e nelle commedie di Leonardo Pieraccioni, dove lo stesso sguardo tagliente si stempera in una comicità più popolare.
Ma è, appunto, con Radiofreccia (1998, esordio alla regia di Luciano Ligabue) nel ruolo del barista Adolfo che Guccini interpreta un personaggio secondario ma indelebile. Non recita: è quasi sé stesso, l’Emilia ce l’ha dentro. Adolfo è un barista di provincia con lo sguardo di chi ha visto passare tutto e non si stupisce più di niente, ma non per questo ha smesso di avere un’opinione tagliente su ognuno dei ragazzi che passano per il locale. Nell’Emilia tra la metà e la fine degli anni Settanta (tra la carica eversiva delle radio libere, l’inizio del crollo delle utopie collettive e l’eroina che comincia a mietere i primi morti) il suo bar è un luogo dove ci si può ancora dire le cose in faccia, scontrarsi e ridere. Guccini/Adolfo osserva Freccia (Stefano Accorsi) e i suoi amici con la stessa ironia ruvida e la stessa schiettezza con cui, vent’anni prima, si era rivolto ai critici militanti e ai benpensanti ne L’avvelenata: nessuna pesante lezione morale, solo la battuta secca che, detta al momento giusto, vale più di un discorso. Anche a Pavana, lontano dai banconi e dai palchi, Guccini non ha mai smesso di osservare, ha solo cambiato posto da cui farlo. Le interviste, le più rare apparizioni pubbliche, i testi ancora scritti fino all’ultimo: lo stesso sguardo tagliente, ironico e acuto degli anni Settanta, applicato al tempo che finiva. Non gli sarebbe piaciuto un finale retorico, e allora meglio lasciarlo così: seduto da qualche parte, a guardare il mondo passare senza essersi svenduto ad esso, né come cantautore, né come attore.
Silvio Gobbi
Il Settempedano


