Il presidente della Repubblica italiana, Mariano De Santis (Toni Servillo), giurista esperto in diritto penale, entra nel suo semestre bianco (gli ultimi sei mesi di carica, periodo in cui il presidente non può più sciogliere le Camere). Manca poco alla fine del suo servizio, e ci sono ancora delle questioni da risolvere: la legge sull’eutanasia (difficile da digerire per De Santis, data la sua formazione cattolica) e due richieste di grazia. Il rapporto con la figlia Dorotea (Anna Ferzetti), sua assistente alla presidenza, porterà l’uomo a mettere in discussione le sue certezze, mentre i ricordi dal passato turberanno sempre di più la mente del presidente.
Reduce dalla 82ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia 2025, dove Toni Servillo ha ottenuto una meritata Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, La grazia di Paolo Sorrentino è un film che scandaglia gli aspetti umani della figura politica più importante della nostra Repubblica: un ruolo carico di poteri, ma spesso poco noti al grande pubblico. A differenza del cupo cult sorrentiniano Il divo (incentrato su Giulio Andreotti), La grazia è un film sì attraversato da ombre, ma anche da luci, mostrando l’umanità inattesa di un uomo potente colto dalle sue fragilità.
Il cinema di Sorrentino alterna momenti di alto livello registico e lampi di ironia a simbolismi non sempre necessari, talvolta ridondanti. Il film riesce comunque a rappresentare bene il rapporto, tra affetto e conflitto, tra padre e figlia. Anna Ferzetti è precisa e incisiva nel suo ruolo, al fianco di Servillo: i due mostrano come il legame familiare possa arrivare a incrinare anche un personaggio granitico e attendista come questo presidente, soprannominato infatti “Cemento Armato”.
De Santis è un uomo dai saldi principi, ma contraddittorio e appesantito dal tempo che passa e dal tradimento subito dalla moglie defunta, avvenuto quarant’anni prima e mai del tutto metabolizzato. È un uomo di diritto, rigoroso e stanco, prigioniero della propria indeterminatezza. La regia è, come spesso accade nel cinema di Sorrentino, di alto livello: primi piani potenti, movimenti di macchina fluidi, ambienti capaci di accogliere il surreale e l’onirico senza rompere il legame con la realtà. Quando Mariano lascia emergere i suoi dubbi, il film si esprime al meglio, e Dorotea si rivela il punteruolo capace di scalfire il granito senza spezzarsi. Non a caso, è proprio lei a vivere l’incontro più significativo con uno dei richiedenti la grazia: una sequenza che rappresenta uno dei momenti più riusciti e intensi dell’intero film.
La grazia non è tra le opere più radicali di Sorrentino, ma è forse una delle sue più sincere. Un film per molti aspetti prevedibile, ma che guarda al potere dal suo crepuscolo, interrogandosi su responsabilità, rimpianti e possibilità di redenzione, perché i cambiamenti radicali possono accadere anche quando tutto sembra ormai giunto al termine.
Silvio Gobbi
Il Settempedano


