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Dopo il Concistoro don Edoardo saluta quanti sono accorsi a Roma per festeggiarlo nella chiesa di San Gregorio VII
Dopo il Concistoro don Edoardo saluta quanti sono accorsi a Roma per festeggiarlo nella chiesa di San Gregorio VII

Edoardo Menichelli: il carisma e la schiettezza

Nel trigesimo del suo ritorno nella Casa del Signore (19 ottobre – 19 novembre; ndr) vorrei ricordare il cardinale Edoardo Menichelli facendo memoria di un giorno che per lui e per tutti noi fu speciale: il Concistoro che lo elesse alla porpora il 14 febbraio 2015, poco più di dieci anni fa.
La chilometrica fila di coloro che attendevano per l’ingresso nella basilica di San Pietro, attestata al braccio di Carlo Magno alle sette e mezzo di quella mattina di sabato 14 febbraio, lasciava presagire che si sarebbe trattato di uno di quegli appuntamenti che la storia avrebbe ricordato.
E così fu, con fedeli da tutto il mondo: quelle donne fasciate nelle variopinte sete tailandesi e birmane e quegli uomini delle isole Tonga, dai buffi gonnellini di raffia indossati sotto rigorose giacche di taglio occidentale, avevano portato una festosa e variopinta umanità all’interno della solenne basilica vaticana, come forse mai era successo prima. Il santo Padre stava inserendo nel collegio cardinalizio prelati in massima parte extraeuropei, provenienti come lui “dalla fine del mondo”.

I tubi con le bolle pontificie e le berrette pronte per la consacrazione. La prima in basso a destra sarà quella di don Edoardo

Tra essi, gli italiani erano solamente due: l’arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro, che si era speso senza sosta per alleviare il dramma di Lampedusa e il nostro Edoardo Menichelli, da sempre in prima linea nelle problematiche degli ultimi, dei senza lavoro, degli emarginati, uomo di aperture coraggiose nel dialogo interreligioso

(https://www.vatican.va/roman_curia/cardinals/concistoro-14feb2015/index_it.htm).

Basilica di San Pietro, attesa per la consacrazione cardinalizia

C’ero anche io quel giorno per festeggiare don Edoardo, già parroco di San Giuseppe quando sono nato: “Questo l’ho battezzato io!”, diceva sempre a chi mi vedeva con lui. Quel giorno, arrivato lui per primo nel piazzale davanti a Santa Marta, mi vide tra la selva di giornalisti in fila per entrare in basilica e mi chiamò vicino a lui: scherzando voleva in tutti i modi che mettessi la sua berretta. Potete immaginare la selva di fotografi, in attesa dei neo porporati, si rivolsero tutti verso di noi scattando decine di foto. Ne uscì fuori un divertente siparietto.

Davanti ai fotografi di tutto il mondo prima dell’ingresso in San Pietro

Papa Francesco impone la berretta di porpora

Nella Basilica petrina, le venti berrette di porpora, perfettamente allineate su un tavolo nell’abside di San Pietro insieme agli anelli e alle bolle di nomina, sono finite sul capo di altrettanti uomini non a sancire l’ottenimento di un titolo onorifico, ma, come aveva severamente ammonito lo stesso papa Francesco, a significare un impegno incessante verso carità e misericordia per gli ultimi.
Proprio il colore porpora – “guardatemi adesso, perché sarà difficile che mi rivediate così vestito”, aveva scherzosamente detto il cardinale settempedano alla festante folla che lo aspettava nella chiesa di san Gregorio VII dopo il concistoro – è quello che rappresenta meglio il martirio a cui tutti siamo chiamati. “Tutti, compresi voi!”, aveva chiosato il neo cardinale. Aveva a collo una semplice croce pettorale d’argento, bella, di forma moderna, e semplice, e ci teneva a dire che era uguale a quella di don Tonino Bello; anche questo voleva essere un chiaro segnale della sua indole di pastore.

Il primo intervento di don Edoardo da cardinale nella chiesa di San Gregorio VII: “guardatemi adesso, perché sarà difficile che mi rivediate così vestito”

Così era “don Edo” – come voleva essere chiamato – lontano dalle forme, dalle inutili ostentazioni: guidava in lungo e in largo per la diocesi di Ancona e Osimo una Fiat Panda color sabbia, targata “CD” Corpo Diplomatico – credo unica piccola vetturetta con una targa così altisonante – e sorrideva del fatto che il suo essere arcivescovo di Ancona gli conferiva anche il titolo di Conte di Numana.

L’ingresso a San Severino del neo cardinale e il dono ricevuto dalla Vicaria

Il suo ingresso da cardinale a San Severino vide la Concattedrale di Sant’Agostino stracolma di fedeli, come mai si era vista da anni e la vicaria settempedana gli diede come dono un bel dipinto a olio, rara copia moderna del “Gesù adolescente con San Giuseppe falegname” di Gerrit van Honthorst, per fare memoria del suo primo servizio pastorale in città nella parrocchia della piazza. L’opera proveniva dalla ricca collezione d’arte del nostro Seminario, gelosamente custodita per anni dal compianto don Quinto Domizi e oggi dispersa, non si sa dove, dopo la vendita dell’immobile.

Lasciata la cattedra episcopale di Ancona, dopo due anni di cardinalato, decise di trasferirsi a San Severino, capoluogo del Comune dove era la sua amata terra natale di Serripola e dove aveva ricoperto il ruolo di viceparroco nella centrale chiesa San Giuseppe. È stato per molti anni una vera risorsa per il sempre meno numeroso e invecchiato clero locale. Dal Santuario della Madonna dei Lumi, dove aveva scelto due modestissime stanze come alloggio personale, si spostava ovunque per celebrare messa, anche nelle più piccole e lontane chiese sussidiarie della vastissima campagna settempedana, pronunciando le sue profonde e toccanti omelie, chiare e forti, talvolta dure su argomenti come la famiglia, il fine vita, l’educazione dei giovani, i valori preziosi che la società a suo dire stava smarrendo.

Con rav Riccardo Di Segni ricorda i giochi d’infanzia con i fratelli di quest’ultimo, Frida ed Elio, conosciuti quando erano profughi di guerra a Serripola

Questo incessante impegno di apostolato verso tutti era inframezzato, finché la salute gliel’ha permesso, a frequenti trasferte per la predicazione degli esercizi spirituali ai sacerdoti in tutta la Penisola.
Solo un’impietosa e veloce malattia l’aveva ultimamente sottratto agli altari, una malattia che ha accettato con serenità e con fiducia nel Signore. In molti ricordano, come me, il suo ultimo e commovente intervento pubblico, via telefono, nel Santuario della Madonna dei Lumi il 14 ottobre scorso, quando tutti i sacerdoti, con le religiose e i religiosi della città e molti fedeli, si erano radunati in preghiera per il suo ottantaseiesimo compleanno.

La semplice, croce pettorale scelta per l’ordinazione cardinalizia

E quella porpora non l’ha voluta indossare nemmeno nel sul ultimo passaggio terreno: il feretro ha chiesto fosse composto con paramenti candidi e con quella croce ancor meno sontuosa pastorale di legno che aveva sempre indossato nel suo ministero, semplice e austera nella forma e nel materiale, ma con un enorme carisma come quello che emanava lui, don Edo. Una preghiera per lui.

Luca Maria Cristini

Don Edoardo saluta gli ex parrocchiani di Roma nell’atrio della Sala Nervi in Vaticano

Il cardinale Edoardo celebra la Santa Messa per la novena agostana in una tra le più piccole chiese del territorio settempedano: Santa Maria delle Pantanelle nella frazione Cagnore