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“Nouvelle Vague”
“Nouvelle Vague”

Richard Linklater racconta l’alba della “Nouvelle Vague”

Richard Linklater riesce nell’impresa di raccontare l’alba della Nouvelle Vague con un taglio dinamico e autoriale, privo di qualsiasi pesantezza. Il film Nouvelle Vague restituisce, con intatta freschezza e senza idealizzazioni, l’urgenza di quel movimento di giovani critici francesi decisi a sovvertire il linguaggio cinematografico. Nel racconto di Linklater ci sono tutti: François Truffaut, Claude Chabrol, Jacques Rivette, Agnès Varda, Suzanne Schiffman ed Éric Rohmer, mentre sullo sfondo restano le “vecchie glorie” come Roberto Rossellini e Robert Bresson. È un mondo in cui il passato dialoga costantemente con un presente ribelle, ereditando dal Neorealismo la fame di realtà, ma declinandola con una inedita libertà espressiva.

Nasce tutto nella redazione dei Cahiers du Cinéma: verso la fine degli anni Cinquanta, la rivista è piena di giovani critici pronti a diventare registi. Mentre Truffaut viene acclamato a Cannes per I 400 colpi e Chabrol ha già consolidato il suo percorso, Jean-Luc Godard (Guillaume Marbeck) si sente inizialmente “indietro”. Tuttavia, la sua non è stasi, ma attesa febbrile. Con una produzione ridotta all’osso, poco denaro e poco tempo, Godard tenta il grande colpo: imbarcare il giovane Jean-Paul Belmondo (Aubry Dullin) e la star americana Jean Seberg (Zoey Deutch) per il suo primo lungometraggio. Da questa combinazione fortuita e radicale nascerà Fino all’ultimo respiro, il film che riscriverà la storia del cinema.

Linklater sceglie di narrare questo “Big Bang” cinematografico seguendo le riprese giorno per giorno e ricostruendo, con estrema precisione, l’atmosfera della Parigi dell’epoca: dai bistrot alle stanze d’albergo, ogni dettaglio concorre a creare un senso di verità, rifuggendo da qualsiasi artificiosità. Il film esplora la ricerca di Godard: i piani sequenza, la sceneggiatura ridotta al minimo e dominata dagli eventi, l’uso del jump cut (imposto per tagliare la durata della pellicola, e rivelatosi poi una scelta rivoluzionaria dal punto di vista tecnico), mostrando la forza e, al contempo, i limiti umani del pro-tagonista.

Il ritratto del giovane Jean-Luc è quello di un uomo risoluto e non ancora ostile: un artista deciso, a tratti fastidioso, ma capace di una spiazzante sincerità e autoironia. In questa fase, l’amicizia con Truffaut è ancora solida: l’invidia, se presente, è uno stimolo creativo privo dell’astio che arriverà negli anni successivi. Linklater cattura gli sbalzi umorali e lavorativi di Godard, mostrando come fosse capace di passare dalla geniale creazione di scene iconiche a improvvise sospensioni delle riprese per giocare a flipper: la descrizione che ne esce è un sincero tributo alla gioia di fare cinema, mostrando come anche il caso, quando guidato da una precisa visione, possa condurre a frutti incredibili.

L’utilizzo del rapporto 1,37:1 e di un bianco e nero vibrante, insieme a citazioni colte ma mai ingombranti, rendono l’opera un omaggio delicato ed efficace alla storia del cinema. Gli interpreti danno corpo e anima ai personaggi originali senza scadere nella macchietta e Linklater firma così un film dove l’amore per la settima arte è evidente: un lungometraggio dinamico e coinvolgente, dove la memoria è un’anima viva e mai stantia.

Silvio Gobbi