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Springsteen - Liberami dal nulla
Springsteen - Liberami dal nulla

“Springsteen – Liberami dal nulla”, il film di Scott Cooper

Nel 1955, l’attore Charles Laughton diresse il suo unico lungometraggio da regista, La morte corre sul fiume (The Night of the Hunter, in originale), con un potente Robert Mitchum nel ruolo dell’inquietante killer Harry Powell, intento ad uccidere i piccoli John e Pearl per rubare il loro denaro: un dramma cupo, dalla regia espressionista, ambientato in Virginia negli anni della Depressione. Nel 1973, Terrence Malick esordì alla regia con il lungometraggio Badlands (in italiano, La rabbia giovane), un’opera che trasse ispirazione da una serie di omicidi commessi, tra il Wyoming ed il Nebraska, da Charles Starkweather e Caril Ann Fugate alla fine degli anni Cinquanta. Un’opera asciutta e carica di silenziose riflessioni sulla forza del male, un male tanto inspiegabile quanto indomabile, radicato nelle giovani anime dei protagonisti. Nelle prossime righe, capirete il perché di questi preamboli cinematografici.

Partendo dai film e passando ovviamente anche per le opere di scrittori come John Steinbeck, William Faulkner e Flannery O’Connor (per citarne solo alcuni), la cultura americana ha rappresentato spesso i suoi lati oscuri, come la povertà, l’alienazione, la solitudine e la violenza. L’arte statunitense non produce solo opere leggere e commerciali, ma, da sempre, sa anche indagare i suoi aspetti più oscuri, drammatici e violenti, le realtà più difficili e periferiche.

Bruce Springsteen proviene da quella realtà di provincia (è nato a Long Branch e cresciuto a Freehold, New Jersey), conosce la povertà, le ingiustizie e le violenze che possono esserci in quegli ambienti periferici. Nel 1981, all’apice della sua carriera, dopo aver concluso un esplosivo tour sulle note di successi musicali come The River e Born to Run, finisce in uno stallo: il passato, caratterizzato da un padre violento, alcolizzato e bipolare, piomba addosso al giovane cantante. La star arranca, dovrebbe realizzare altre hit, battere il ferro finché è caldo, come vorrebbero i vertici della Columbia Records, ma lui si arresta, sommerso dal fiume carsico dei vecchi traumi irrisolti, ormai tornati in superficie. Questo peso porta alla realizzazione dell’album Nebraska, il più particolare della carriera di Springsteen.

Questo periodo difficile viene raccontato nel nuovo lungometraggio di Scott Cooper, Springsteen – Liberami dal nulla, interpretato da Jeremy Allen White (nel ruolo del Boss), Jeremy Strong (nella parte del manager di Bruce, Jon Landau) e Stephen Graham (Douglas Springsteen, il padre violento e fragile). Prendendo come soggetto il libro “Liberami dal nulla”, di Warren Zanes, Cooper scrive e dirige un film caratterizzato da una regia ricca di primi piani e messe a fuoco concentrate sui volti dei protagonisti (per enfatizzare il loro travaglio interiore); tramite anche l’ottimo utilizzo delle canzoni ed un montaggio efficace, Cooper riesce a dare sempre più corpo, lungo il corso dell’opera, ai demoni di Springsteen.

Il passato palpita come un cuore tachicardico ed il ricordo del padre oscura la lucidità del cantante. Douglas era capace di passare dalla violenza alla dolcezza in maniera incomprensibile per il piccolo Bruce: poteva maltrattare la moglie e picchiare il ragazzino la sera prima e la mattina dopo, come se nulla fosse, portare serenamente il bambino a vedere La morte corre sul fiume.

Bruce, crescendo, seppellisce questa confusione, ma dopo il grande successo, i demoni riappaiono per saldare i conti. Nel vuoto della sua vita e della sua casa, beccando in televisione Badlands di Malick, scatta nel rocker la molla e comincia a scrivere i versi del primo singolo di Nebraska (che si chiama proprio “Nebraska”), un racconto asciutto ed essenziale dei crimini di Starkweather e Fugate. Si “identifica” nell’assassino: nel film, la regia sottolinea proprio il momento in cui il cantante cambia nel testo i pronomi, passando da “He” a “I” e “Me”. Ma quell’identificazione in prima persona non è legata strettamente al killer, è il legame che sente Springsteen con tutti i derelitti protagonisti dell’album, tutti coloro che vivono in questo mondo malvagio («They wanted to know why I did what I did / Well sir I guess there’s just a meanness in this world»).

Nonostante le difficoltà nel realizzare questo album ed i dubbi da parte dei vertici dell’etichetta, Springsteen riesce nell’opera, grazie al fondamentale aiuto di Jon Landau: così l’album folk e realista, costituito da pezzi come Atlantic City e My Father’s House, fino a State Trooper e Highway Patrol, diventa realtà.

Il primo tempo del lungometraggio è preparatorio con, in verità, qualche scelta evitabile (ad esempio, la scena dove Bruce e la ragazza, Faye, vanno da alla giostra indica bene il difficile rapporto del cantante con l’amore: il continuo “su e giù” del carosello rappresenta questa precarietà di fondo, rischiando però di risultare retorica come scelta), ma nella seconda parte il film raggiunge la propria maturità, diventando diretto e schietto. Bruce entra nel vivo della sua depressione e la esorcizza tramite l’arte e tramite l’aiuto psicologico che accetta di ricevere quando ormai il panico è incontenibile.

Springsteen – Liberami dal nulla è un racconto onesto di un album importante nella carriera dell’autore e della storia della musica. È inoltre un racconto dell’America dimenticata, fatta di gente umile, buona e cattiva, vessata dagli eventi, ed è, per di più, lo specchio dei conflitti interiori di un giovane che ha vissuto la violenza e che si sente in colpa nell’abbandonare il proprio mondo di provenienza. L’interpretazione di Jeremy Allen White spicca notevolmente, per l’intensità e le doti canore, ed anche tutti gli altri attori riescono efficacemente nelle loro parti (Jeremy Strong e Stephen Graham hanno ben assorbito i propri ruoli). Springsteen – Liberami dal nulla ci ricorda che i cambiamenti più destabilizzanti arrivano quando non si aspettano, ma se affrontati realmente, possono portare ad un positivo cambio di percorso della propria vita. Perché anche nei peggiori momenti, quando la fatica ha la meglio e tutto perde senso, bisogna credere nel domani, come canta il Boss nell’ultima traccia di Nebraska: «Still at the end of every hard earned day / People find some reason to believe».

Silvio Gobbi