Home | Pillole di cultura Settempedana | Alla scoperta della chiesa di Santa Maria in Valfucina (prima parte)
Due viste della Santa Maria in Valfucina
Due viste della Santa Maria in Valfucina

Alla scoperta della chiesa di Santa Maria in Valfucina (prima parte)

È di imminente uscita la rivista Quaderni Storici Esini sulla quale sarà pubblicato un mio contributo, frutto di lunghe ricerche relative alla chiesa e al monastero di Santa Maria in Valfucina. Alcuni argomenti li avevo già sintetizzati nella nuova guida “Elcito, il piccolo Tibet delle Marche”, che per sua natura non era adatta contenere approfondimenti più specifici. È mia intenzione dedicare una serie di “Pillole”, nelle quali vorrei anticipare alcuni degli argomenti che avranno poi più completa trattazione nella pubblicazione jesina. Prescinderò dalla storia dell’insediamento, in quanto è stata ampiamente trattata da Giammario Borri e da Raoul Paciaroni, che hanno analizzato la documentazione relativa all’attività economica del ricco insediamento benedettino e dalle ipotesi da me formulate sulla forma architettonica del perduto complesso monastico, che saranno qui pubblicate solo dopo l’uscita della rivista iesina.

La facciata d’ingresso; ai lati della porta si vedono dei resti di colonne in pietra, probabili resti dell’antica chiesa duecentesca

L’attuale chiesa di Santa Maria fu così riedificata, riducendone notevolmente le dimensioni, nei primissimi anni del secolo XIX, per porre rimedio al crollo subito da quella monastica a causa del terremoto del 1799. La chiesa ha avuto, poi, negli anni ’50 interventi di riparazione e adattamento, l’ultimo dei quali si deve al vescovo di Sanseverino Ferdinando Longinotti. Il suo intento fu quello di dotare la nuova Villa del Seminario di una cappellina per le sacre funzioni, che non aveva trovato spazio nell’edificio.

Le lapidi della facciata. Quella qui sopra, oggi quasi illeggibile, si ritiene memoria dei lavori di ampliamento eseguiti nel 1267, quella qui in basso, datata 1501, raffigura lo stemma di don Liberato Bartelli, Priore del Capitolo canonicale di San Severino, che pochi anni prima aveva ricevuto in affidamento dal Papa le proprietà dell’antica abbazia benedettina

L’odierno edificio non ha particolari pregi, se si fa eccezione per le due interessanti epigrafi murate sulla facciata d’ingresso. La più antica è oggi molto rovinata e non facile da decifrare. Si tratterebbe della memoria di un ampliamento della chiesa, probabilmente di una sua rilevante ricostruzione avvenuta nel 1267, in conseguenza di un rovinoso incendio avvenuto alcuni anni prima. L’altra lapide, datata 1501, reca l’arma di famiglia di Liberato Bartelli e vuole essere la semplice affermazione della nuova primazia del priore pro tempore della Collegiata di San Severino sull’insediamento ex benedettino.

L’interno della chiesina è costituito da una semplice aula absidata, priva di elementi decorativi: dominano l’ambiente il semplice altare in travertino e la balaustra prebiteriale, coevi agli interventi novecenteschi, mentre nulla resta degli apparati storici. Alcune tracce di decorazioni pittoriche si rilevano sotto successivi strati di calce, ma si ritengono resti di semplici quadrature architettoniche prive di valore storico-artistico.

Il modesto spazio interno della cappellina con i segni del terremoto Centro Italia 2016

Sono pochi gli elementi per poter risalire alle forme dell’originaria chiesa, del suo ampliamento duecentesco: solo una campagna di ricerche potrà consentire di formulare ipotesi certe. Lo studio più approfondito è finora quello eseguito qualche anno fa da Cristiano Cerioni: l’evoluzione ipotizzata dallo studioso prevede una prima fase, che egli colloca nel secolo XI e che ha il proprio elemento distintivo in ciò che rimane della cripta. Il successivo sviluppo sarebbe quello ascrivibile al secolo XIII, epoca in cui si avrebbe avuta anche l’espansione dimensionale dell’edificio, probabilmente dovuta ai lavori conseguenti al rovinoso incendio. Si può oggi immaginare con sufficiente certezza che la chiesa duecentesca abbia avuto il presbiterio affiancato da due simmetriche cappelle, anch’esse absidate, a formare la caratteristica pianta a croce latina commissa, detta comunemente “a Tau”, che caratterizzava anticamente la vicina chiesa di San Clemente, anch’essa di certa origine monastica. Recenti saggi archeologici – eseguiti sotto il controllo della competente Soprintendenza, i cui esiti non sono stati ancora resi pubblici – avrebbero proprio portato in luce le fondazioni di un vano affiancato all’attuale chiesa a settentrione, che si rileva anche nel catasto del 1813, e quelle di uno simmetrico a sud, in prossimità della lunga stalla realizzata nel secondo dopoguerra.

A sinistra l’ipotesi ricostruttiva Santa Maria di Valfucina, estrapolata dal resto del monastero, in confronto con la chiesa attuale, in evidenza a destra

Confronto tra la foto aerea (da Google Earth) della chiesa attuale e l’ipotesi della sua consistenza nel secolo XIII, rapportata agli altri edifici storicamente significativi presenti all’Abbadia di Valfucina

La progressiva crisi economica dell’abbazia, il suo successivo abbandono da parte della comunità monastica, il passaggio dei beni – prima in commenda, poi definitivamente in proprietà – al Capitolo della collegiata settempedana alla fine del secolo XV, avrebbero cristallizzato nei secoli l’aspetto dell’edificio. La rilevante sequenza di terremoti di cui si ha notizia nei secoli XVI-XVIII, deve aver più volte recato danni alla chiesa e agli altri edifici abbaziali, probabilmente semplicemente riparati e pian piano adattati in base a mutate esigenze funzionali. La chiesa, tuttavia, dovrebbe aver mantenuto inalterata la propria monumentale forma duecentesca almeno fino ai crolli dovuti al terremoto del 1799, mentre gli interventi promossi dal vescovo Longinotti non dovrebbero aver mutato sostanzialmente l’aspetto della ricostruzione ottocentesca, anche se hanno introdotto elementi incongrui, sia a livello strutturale che negli interni. I successivi interventi manutentivi del 1993, non hanno ugualmente avuto attenzione al valore storico della chiesa, né sono stati orientati al suo miglioramento antisismico. La fragile struttura ha subito gravi danni a causa del recente sisma, in conseguenza del quale si è dovuta sottoporre a significative opere di messa in sicurezza; attualmente l’edificio è in attesa degli annunciati lavori di riparazione e di miglioramento antisismico.

Luca Maria Cristini