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L'incontro con Lorenzo Tugnoli
L'incontro con Lorenzo Tugnoli

Il fotoreporter Tugnoli si racconta agli studenti del “Divini”

Da ragazzo studiava Fisica all’università di Bologna, ma sentiva già che la sua vita sarebbe stata fuori da un laboratorio. Nel mondo, fra la gente. Ha seguito il suo istinto, ha rincorso un sogno. E oggi, a 42 anni, può dire di averlo realizzato. Parliamo di Lorenzo Tugnoli, fotoreporter italiano, vincitore nel 2019 del Pulitzer per la sezione Best feature photography (cioè il miglior servizio fotografico), grazie a un reportage sullo Yemen, nonché più volte premiato da World Press Photo nell’ambito del fotogiornalismo mondiale. Lavora per il Washington Post e da alcuni anni vive a Beirut, sposato con una donna libanese. Lo hanno incontrato su Meet gli studenti del corso di “Grafica e comunicazione” dell’Itts “Divini” di San Severino per iniziativa della professoressa Roberta Sorrentino, docente di Progettazione multimediale, che in questi mesi ha organizzato – assieme ai colleghi Alessandro Castelliti e Stefano Ciocchetti – una serie di approfondimenti con esperti esterni di alto profilo ed esperienza come Tugnoli. Il suo intervento è stato davvero interessante: i ragazzi ne sono rimasti affascinati, colpiti da aneddoti, consigli e ovviamente immagini. Come quella di un uomo coperto di polvere e ferite, con fumo e macerie sullo sfondo e, in lontananza, un mezzo dei vigili del fuoco che sta già lottando contro le conseguenze del disastro. E’ lo scatto con cui Lorenzo è stato selezionato tra i 6 finalisti del World Press Photo 2021 per la foto dell’anno. Ritrae il porto di Beirut poco dopo l’esplosione dello scorso 4 agosto. Lui era lì e ha vissuto in prima persona quei drammatici momenti della devastazione in cui hanno perso la vita 207 persone (6 mila i feriti, 15 miliardi di dollari di danni).

Parlando agli studenti, Tugnoli ha raccontato anche di essere appena rientrato dalla Libia, una terra pericolosa in questo momento, che vive una crisi profonda. Durante il viaggio ha scattato circa 8 mila foto, poi ne ha selezionate un centinaio per il suo giornale, ma alla fine ne verranno pubblicate soltanto una decina. E’ così che funziona il lavoro del fotoreporter: nel 2020 ha archiviato oltre 40 mila foto. “Uso due Sony – ha spiegato ai giovani del ‘Divini’ – con obiettivi fissi da 35 e 50, non ho mai amato gli zoom. Il segreto di questo mestiere, in fondo, è quello di essere lì, vedere in faccia la realtà che fotografi. C’è tanta richiesta nel mondo di foto fatte bene, ma per un reportage serve un lavoro accurato; devi avere innanzi tutto coscienza di come vuoi rappresentare una situazione, pensare alle persone che hai di fronte e fare attenzione alla sicurezza di chi fotografi. Bisogna andare oltre le immagini stereotipate, come ho cercato di fare, ad esempio, in Afghanistan, un Paese che non è solo burqa e kalashnikov…”.

La storia di Lorenzo Tugnoli inizia proprio dall’Afghanistan, nel 2010, dove arriva per la guerra contro i talebani: “C’erano 100 mila soldati Usa e Nato – dice – e molto lavoro per i giornali. Sono rimasto lì per cinque anni, cominciando così a fare seriamente il mestiere del fotogiornalista. Ho pubblicato anche un libro con la scrittrice Francesca Recchia dedicato a Kabul e a quattro sue realtà artistiche. Poi mi sono trasferito in Medioriente, dove ero stato in precedenza (Iran, Palestina, Libano; ndr), e da 5 anni vivo a Beirut. Studio l’arabo, cerco di capire sempre di più la realtà in cui mi muovo. Questo è molto importante per la professione che faccio. In Afghanistan, comunque, sono tornato anche di recente: Kabul è cambiata, la sua architettura modificata dalla guerra è stato il tema del mio ultimo lavoro in uscita proprio in questi giorni sul Washington Post. Voglio fotografare la bellezza, non solo le tragedie. Cerco momenti di pace, di normalità, perché giorno per giorno le persone vivono una loro vita fra le bombe”.

Prima dell’incontro con Tugnoli, avevano partecipato al percorso formativo “Thinking forward” per gli studenti di “Grafica e comunicazione” il fotoreporter napoletano Mario Laporta, docente all’Accademia di Belle Arti di Napoli; il graphic design Antonio Imparato, docente alla Scuola internazionale di Comics; la motion graphic Vittoria Belli, che vive e lavora a Londra per Netflix e Sky Art. Ed ancora: Claudia Nuzzo, che ha parlato di fotografia partecipativa con un progetto sviluppato per il carcere di Nisida; Veronica Nasti, docente all’Accademica di Belle Arti di Napoli, intervenuta assieme agli studenti del suo laboratorio sulle Nuove tecnologie dell’arte; Martina Troise, illustratrice scientifica per Zanichelli e Mondadori; e Diego Loffredo, street fotografo.

m. g.

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