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si conclude la pluripremiata serie televisiva “The Bear”: la recensione
Si conclude la pluripremiata serie televisiva “The Bear”: la recensione

Con la quinta stagione si conclude la pluripremiata serie televisiva “The Bear”

La prima stagione di The Bear prese il via nello scalcinato ristorante della famiglia Berzatto, “The Original Beef of Chicagoland”, dove Carmy (Jeremy Allen White) si ritrovò catapultato dopo il suicidio del fratello Mikey (Jon Bernthal), lasciandosi alle spalle la carriera all’interno delle cucine dei migliori ristoranti stellati del mondo. Nel susseguirsi delle stagioni abbiamo imparato a conoscere a fondo il suo carattere: complesso, tormentato, un genio ai fornelli costantemente frenato dai traumi ereditati da una famiglia profondamente disfunzionale. Accanto a lui abbiamo visto muoversi Richie (Ebon Moss-Bachrach), la sorella Natalie (Abby Elliott) e, con l’ingresso di Sydney (Ayo Edebiri), il giovane chef cominciò a mettere davvero in discussione sé stesso. Quella dei protagonisti non è stata una crescita lineare, quanto piuttosto una montagna russa di passi in avanti e pesanti arretramenti relazionali: in questo percorso, il ristorante è mutato da “The Beef” a “The Bear”, diventando sempre di più il teatro di incontri, scontri, sorprese positive e ferite profonde.

Nella quarta stagione avevamo lasciato Carmy logorato, intenzionato ad abbandonare il mondo della ristorazione per cedere il locale a Sydney e Richie. Il giovane chef più talentuoso della sua generazione voleva mollare tutto per ritrovare sé stesso. Questa quinta stagione riparte esattamente da lì, il giorno successivo. Christopher Storer compie qui una scelta radicale, decidendo di dedicare ben sette episodi su otto a questo concitato “giorno dopo”. Tutto si concentra nella preparazione, negli imprevisti e nel caos del servizio, dove si accumulano tutte le situazioni tragiche possibili: Chicago è alluvionata, il locale è allagato, i rifornimenti non arrivano, i debiti sono alle stelle e Syd e Richie non accettano l’idea di fuga di Carmy. Tra la mancanza del wagyu e quella delle posate, non manca davvero nulla. Storer, come sempre, sa far parlare le immagini e trasporre gli stati d’animo attraverso la messa in scena: l’alternarsi di momenti sincopati a tratti di pura stasi esprime perfettamente l’interiorità tumultuosa dei protagonisti, di cui percepiamo il calore, la tensione, le paure e i dubbi. Questa forte compressione temporale condensa lo sviluppo drammatico in modo millimetrico, supportata inoltre dalla fotografia ben calibrata e da una colonna sonora capace di orchestrare una tensione lucida e unica.

Non mancano comunque i momenti divertenti e, soprattutto, le parentesi di riflessione. I protagonisti sono chiamati a fare i conti con loro stessi per prendere decisioni cruciali sul proprio futuro. Non esiste una soluzione perfetta, ma ognuno finisce per imboccare la strada migliore, quella giusta: il che non significa un cammino esente da intoppi, ma una scelta finalmente fedele alla propria natura. “The Bear” dimostra così di non essere soltanto un ristorante, ma una famiglia irrequieta che ha capito la necessità di “sacrificare” l’Io in favore del Noi: lo comprende Carmy, nell’ultimo folle servizio, e lo comprendono tutti gli altri. La serie si conclude così con un’apertura positiva, autentica e non stucchevole. Arrivano le meritate soddisfazioni, i chiarimenti e le decisioni reali. Le ferite diventano, una volta per tutte, cicatrici: un ricordo del passato che non rallenta più la vita, ma la accompagna nel suo proseguire.

Silvio Gobbi