Il regista tedesco di origine turca, İlker Çatak, torna al cinema con Yellow Letters, un film ritmato e coinvolgente che si configura come un’opera di denuncia sociale e politica. La pellicola mostra con efficacia come, laddove il potere è fortemente concentrato (in questo caso, la Turchia odierna), basti un nulla per compromettere l’esistenza dei cittadini. I protagonisti, una coppia di mezza età composta da un’attrice teatrale e un drammaturgo e docente universitario, si ritrovano catapultati in una realtà sospesa e assurda: perdono il lavoro perché denunciati come ostili allo Stato e al presidente Erdoğan.
Con quest’opera, in cui la realtà supera Kafka, Çatak si è aggiudicato l’Orso d’oro alla 76ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino. La vita di Derya (Özgü Namal) e Aziz (Tansu Biçer) viene scandagliata nel dettaglio in un crescendo di tensione: il regista ne segue il tracollo professionale, le tensioni di coppia e con la figlia adolescente, il trasferimento forzato da Ankara a Istanbul presso le famiglie d’origine. Emerge così il conflitto lacerante tra la libertà di pensiero e le briglie di un regime che colpisce duramente senza preavviso e senza fornire chiare spiegazioni, con tutte le ripercussioni del caso.
Le decisioni calate dall’alto appaiono incontestabili e segnano profondamente la coppia, costretta all’impotenza in attesa di un processo dai capi d’accusa nebulosi. Sebbene l’atmosfera richiami esplicitamente il paradigma kafkiano, il film nient’altro è che la cronaca di ciò che accade a chiunque osi dissentire in contesti autoritari: qui il termine “kafkiano” finisce per coincidere con il realismo più concreto.
Çatak, che già ne La sala professori aveva dimostrato di saper gestire efficacemente il dramma psicologico, conferma la sua abilità nel coltivare una tensione mai fine a sé stessa, ma funzionale a sottolineare e descrivere la realtà da lui indagata e denunciata. Lo sviluppo della vicenda è lineare e nitido, la regia evita virtuosismi eccessivi, affidandosi alla macchina a mano solo per enfatizzare i momenti di maggiore fragilità e tensione dei protagonisti. Ne scaturisce un racconto di ingiustizia profondo e genuino, dove i protagonisti sono spinti a mettere in discussione loro stessi, e li costringe a un bivio morale: protestare radicalmente per i propri diritti o cedere al potere? Nel finale, Çatak evita soluzioni manichee e suggerisce una “via di mezzo”: un compromesso che non è né totale cedimento né totale adesione, lasciando allo spettatore diversi spunti di riflessione.
Silvio Gobbi
Il Settempedano



