La torta del presidente ha vinto la Caméra d’Or al Festival di Cannes 2025, premio assegnato alla miglior opera esordiente. L’autore, il regista iracheno Hasan Hadi, scrive e dirige un’opera intensa e coinvolgente, capace di fondere dramma personale e memoria collettiva.
La protagonista, Lamia, è una bambina povera che vive con la nonna. A scuola viene estratta a sorte per preparare la torta di compleanno del presidente Saddam Hussein (l’intero Paese deve celebrare il compleanno del dittatore, comprese quindi le scuole). Siamo nell’aprile del 1990 e Lamia si muove in un Iraq provato, costretta a cercare ingredienti per noi semplici da reperire: uova, farina, zucchero, lievito. La sua ricerca drammatica diventa un simbolico percorso ad ostacoli attraverso un mondo che fa di tutto per non proteggerla.
Hadi decide di comprimere il tempo storico, introducendo una serie di anacronismi per intensificare il dramma: il film mostra un Iraq già fiaccato dalle sanzioni delle Nazioni Unite e dai bombardamenti americani, eventi che, storicamente, si sono verificati solo dopo l’invasione irachena del Kuwait nell’agosto 1990 (e i bombardamenti ebbero luogo da gennaio a febbraio del 1991). Nel momento in cui il film è ambientato, l’Iraq era già profondamente indebolito dagli otto anni di guerra contro l’Iran (1980-1988), ma non ancora sottoposto alle sanzioni internazionali. Questa particolare modifica storica e temporale dell’autore, consente di concentrare ed intensificare in un unico quadro la tensione, la fame e la precarietà della vita civile irachena di quel periodo.
Lungo la pellicola, la figura di Saddam è onnipresente: ritratti e fotografie del presidente si insinuano in ogni scena e in ogni luogo (scuole, mercati, ospedali), dando un senso costante di controllo. La sua immagine, insieme laica e divina, osserva la dura vita dei cittadini, mentre bambine come Lamia sono costrette a celebrare il compleanno del dittatore e a recitare quotidianamente formule di fedeltà alla nazione. Il regista rende così visibile la compresenza di opprimente controllo e assenza di cura reale, sorveglianza ferrea e indifferenza del regime verso i bisogni della popolazione.
La regia segue dinamicamente la protagonista, incollata ai suoi passi, e trasforma le strade e i mercati iracheni in uno spazio labirintico: la macchina da presa è sempre vicina a Lamia, creando immedesimazione e tensione. La forza del film risiede, inoltre, nell’intreccio tra piccolo e grande, tra esperienza individuale e storia collettiva: la giornata di Lamia, inizialmente semplice, diventa una lente per osservare l’intera società irachena sotto pressione. Il dramma della bambina riflette la condizione di un paese intero: una realtà dominata dalla violenza, dalle ingiustizie, dove ognuno cerca di sopraffare il prossimo, salvo poche eccezioni. Il finale, coerente con l’opera e intenso nel risultato, lascia emergere, in modo definitivo e drammatico, l’insuperabile vulnerabilità dei giovani protagonisti.
Silvio Gobbi
Il Settempedano





