Con L’isola dei ricordi (Amrum), il regista tedesco di origine turca Fatih Akın torna a confrontarsi con il tema dell’identità, ma lo fa attraverso una prospettiva nuova: quella dell’infanzia e della memoria. Ambientato negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, nel nord della Germania, sull’isola di Amrum, il film racconta la difficile crescita di un bambino mentre il mondo in cui è nato sta repentinamente scomparendo.
La sceneggiatura è stata scritta insieme al regista e sceneggiatore tedesco Hark Bohm ed è ispirata alla sua infanzia: il protagonista è Nanning (Jasper Billerbeck), bambino della Gioventù hitleriana, nel momento in cui il Terzo Reich è ormai crollato e Adolf Hitler è morto. Per il piccolo Nanning la quotidianità è scandita dalla ricerca di una stabilità perduta. È disposto a fare di tutto per aiutare la famiglia e la madre, profondamente depressa per la fine del Reich: il piccolo accetta qualsiasi lavoro e arriva persino a rischiare la vita pur di portare a casa un po’ di pane bianco e di burro.
La sua vicenda mostra con efficacia la vita periferica del protagonista: un ragazzino percepito come estraneo dai locali (perché originario di Amburgo e rifugiatosi, temporaneamente con la famiglia, ad Amrum) e, per di più, membro di una famiglia rimasta fedele al Führer. Il film evita tuttavia qualsiasi giudizio schematico: la guerra e la caduta del regime restano sullo sfondo, mentre il punto di vista rimane quello del bambino, incapace di comprendere fino in fondo la portata storica degli eventi che stanno travolgendo il suo mondo.
Conosciamo Fatih Akın per lavori molto diversi da questo. Dall’esplosivo lungometraggio La sposa turca, incentrato sulle tensioni identitarie tra la cultura turca e quella tedesca, al dramma Ai confini del paradiso, passando alla commedia Soul Kitchen, fino a Rheingold, il regista ha spesso raccontato soggetti segnati da conflitti culturali e d’identità. Con L’isola dei ricordi Akın arriva a una nuova essenzialità nello sguardo: inquadrature posate, dettagli precisi, sequenze oniriche efficaci e mai ridondanti, diverse scelte registiche capaci di raccontare questa vicenda drammatica con la giusta sincerità, senza forzature. È uno stile che rinuncia alla spettacolarità per restare vicino al punto di vista del protagonista, trasformando il paesaggio dell’isola in uno spazio quasi mentale, sospeso tra ricordo e realtà.
La riuscita del film sta proprio nel personaggio di Nanning. Pur non essendo un protagonista tipico della filmografia di Akın, il regista riesce comunque a rappresentarlo con efficacia, realizzando un ritratto preciso e autentico, perché si tratta ancora una volta di un individuo ai margini del proprio mondo, sospeso tra realtà diverse e senza un’identità definita.
In questa “dissociazione” tra mondi, l’isola di Amrum diventa una metafora della vita di Nanning: così come l’isola è separata dalla terraferma dall’alta marea e dalle sabbie mobili, il ragazzo rischia di rimanere intrappolato nel passato, un terreno instabile e melmoso che minaccia di impedirgli di crescere e di costruire il proprio futuro. L’isola dei ricordi racconta così la fine di una realtà: quella di un bambino cresciuto dentro un’ideologia in crollo, sospeso tra passato e futuro, costretto (e sorprendentemente pronto) a trovare la strada per diventare adulto.
Silvio Gobbi
Il Settempedano





