Nel blu delle corsie della piscina, cronometro sempre al polso per migliorare i record personali, sfida e vince l’acqua a colpi di gambe e braccia. Quelle stesse gambe e braccia che mette a dura prova in un altro tipo di corsia dove indossa una divisa bianca e un dolce sorriso che spesso passa inosservato tra volti sofferenti. Quel sorriso che però trova nuova carica ogni volta che, zaino in spalla, affronta con entusiasmo percorsi immersi nella natura munita della sua Reflex. E’ dalla natura che ruba forme e colori per poi restituirli attraverso le sue tele. E’ un alternarsi di chiari e scuri, di ombre e di luci come a descrivere la vita. Poi ci sono i volti. E la storia da raccontare si fa ancora più intensa per le mille espressioni e le mille interpretazioni.
E’ questa Gianna La Torre?
Si, credo che tu abbia colto tutti i colori della mia vita e le loro sfumature più significative. La mia parte artistica però ha il peso più importante: la definisco il mio “salvavita”. Non mi basta solo nuotare, camminare, fotografare, leggere e… lavorare. Tramite i colori riesco ad esprimere al meglio e fissare le mie emozioni siano esse generate dalla vista di un paesaggio che di un volto. E’ comunicare così parte di me. E’ rapportarsi con gli altri. E’ vita.
Come nasce e matura questa tua passione?
Nasce da una propensione verso la pittura. Per questo ho frequentato l’Istituto d’Arte Cantalamessa a Macerata dove ho appreso diverse tecniche per l’uso dei colori ad olio, degli acquerelli e dei pastelli. Mi sono diplomata nel 1988, ma una produzione vera e propria di quadri è iniziata quasi dieci anni dopo quando ho sentito un forte impulso a riprendere in mano pennelli e spatole. All’inizio ero molto severa con me stessa e attenta al risultato, poi ho deciso di lasciarmi guidare solo dalla voglia di rappresentare ciò che provavo e anche di divertirmi e non ho più smesso di dipingere.
Da dove scaturisce il tuo guizzo artistico?
Scaturisce per lo più da scoperte di luoghi e incontri con persone. Se qualcuno cattura la mia attenzione lo fotografo ed esattamente in quell’istante so già come muoverò i miei strumenti per riprodurne l’immagine. La macchina fotografica fissa l’attimo, il ritratto rappresenta il mio punto di vista, ciò che ho colto dell’animo di quella persona. Questo succede anche nei paesaggi. Si potrebbe pensare ad immagini statiche che lascino poco spazio all’espressività dei sentimenti di chi, come me, ama riprodurli. Invece la loro trasposizione nelle tele mi permette di rappresentare ciò che provo e desidero comunicare sia che si tratti di gioia, malinconia, serenità o speranza.
Hai già esposto i tuoi dipinti?
All’età di cinquant’anni (ora ne ho 57), per una promessa fatta a mia madre, ho organizzato la mia prima mostra a San Severino affittando gli spazi della Chiesa della Misericordia. Dopo cinque anni, la seconda, a Tolentino nelle grotte di Palazzo Sangallo con il patrocinio del Comune e lo scorso anno il Comune di Pioraco mi ha ospitato nel suo Polo Museale. Quest’anno ho esposto due tele in una collettiva in Umbria. Non ho, per così dire, un gran curriculum espositivo!
Hai definito la tua arte un “salvavita” ma non senti l’esigenza anche di farti conoscere di più?
Dopo anni di arte in solitudine, diciamo così con ironia, amiche e conoscenti che apprezzano i miei quadri mi stanno spronando ad esporre nuovamente.
Chissà che qualcuno, leggendo magari questa intervista, non colga e faccia propria l’idea. E dia una opportunità (patrocinio) mettendo a disposizione un luogo dove Gianna possa far conoscere anche ad altri la sua arte, il suo sorriso e la sua simpatia.
CZ
Il Settempedano






