Il nuovo film di Joachim Trier, Sentimental Value, è un’opera stratificata, densa di significati e di ricerca, capace di osservare i legami familiari in maniera lucida e non artefatta: un film che ascolta il dolore senza mai alzare inutilmente la voce.
Al centro della storia ci sono Gustav Borg (Stellan Skarsgård), regista affermato, e le sue due figlie: Nora (Renate Reinsve), attrice, e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), storica. Gustav è una figura ingombrante, tanto artisticamente quanto emotivamente: un padre assente, presente solo a proprio comodo, con un matrimonio fallito alle spalle ed un rapporto disfunzionale con le figlie. La morte dell’ex moglie, madre di Nora e Agnes, diventa l’occasione per un riavvicinamento tardivo, motivato dal desiderio di Gustav di coinvolgere Nora nel suo ultimo film.
Accanto ai personaggi, un ruolo centrale è occupato dalla casa in cui la famiglia è cresciuta: un luogo che raccoglie memorie, gioie e dolori, diventando un vero archivio emotivo. Ed è proprio lì che Gustav vorrebbe girare il suo film, trasformando uno spazio intimo e familiare in set cinematografico.
I personaggi si muovono così all’interno di un dramma fatto di conflitti irrisolti, egocentrismi soffocanti e incapacità di comunicare. Temi tutt’altro che nuovi, capaci di richiamare apertamente (sia a livello contenutistico che formale) registi come Ingmar Bergman (Persona), ma Trier riesce a rileggerli con una sensibilità diversa, più misurata. Il dolore non diventa mai esibizione della sofferenza: è trattenuto, preciso, attraversato inoltre da un’ironia sottile che alleggerisce la situazione senza mai sminuirla.
Dal punto di vista formale, Trier utilizza spesso, con grande sicurezza, la camera a mano, senza alcuna volontà di provocazione. Sotto questo aspetto visivo, l’eredità del Dogma 95 (fondato da Thomas Vinterberg e Lars von Trier) è riconoscibile, ma completamente ripulita dalla vecchia carica ideologica e provocatoria. In Sentimental Value, la macchina da presa è uno strumento funzionale, capace di restituire i tremori interiori dei protagonisti, i loro traumi psicologici, ed il loro percorso verso una possibile riconciliazione e accettazione.
Il film cresce progressivamente durante la visione. Dubbi, fragilità, scoperte e contraddizioni dei protagonisti si accumulano scena dopo scena, rivelando un’umanità complessa, vera e mai semplificata. La sceneggiatura, scritta dal regista insieme a Eskil Vogt, è precisa e dialoga perfettamente con la regia, fatta di movimenti calibrati e stacchi al nero, apparentemente bruschi, ma sempre funzionali al ritmo del racconto.
Gli interpreti sono tutti perfetti nei loro ruoli, in particolare Stellan Skarsgård offre una delle sue prove più autentiche, e Renate Reinsve (già protagonista del precedente La persona peggiore del mondo) mostra la sua centralità nella storia, confermando una sensibilità rara e sincera. Questi aspetti concorrono a rendere il film un’opera completa e capace di catturare i sentimenti che vuole rappresentare. Un lungometraggio che ha, inoltre, conquistato il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2025 e ha trionfato agli European Film Awards, senza dimenticare il Golden Globe per il “Miglior attore non protagonista” (Stellan Skarsgård) e le numerose candidature agli imminenti Oscar, tra cui “Miglior film” e “Miglior regia”.
Silvio Gobbi
Il Settempedano




