Molti visitatori, specie nei periodi di massimo flusso turistico, affollano le strette viuzze di Elcito, agglomerato di case in pietra arroccato su uno sperone roccioso a oltre 800 metri sul livello del mare, nelle ultime propaggini della provincia di Macerata.
Elcito era un castello eretto a protezione di un’abbazia benedettina, della quale, per diversi secoli, ha difeso il percorso di accesso.
La fama di Elcito non si estende, purtroppo, all’abbazia stessa, detta di Santa Maria in Valfucina. Essa è stata un importante centro religioso, politico ed economico dalla fondazione, databile intorno all’anno mille, fino al XV secolo, anche se già alla fine del XIII era iniziato il suo declino. Era situata nella valle sottostante al castello, il quale venne costruito dai monaci: l’abate stesso e il torresano (guardiano della torre) dormivano nel castello. Gli abitanti di Elcito saranno fedeli al monastero fino al 1298, quando lo acquistò il comune di San Severino in forte espansione. A quell’epoca i capofamiglia di Elcito erano 114 e pertanto la popolazione complessiva raggiungeva la soglia dei 500 abitanti.
L’importanza di questo luogo, dunque, non è soltanto religiosa, come attestano anche i numerosi possedimenti. L’abbazia ospitava spesso studiosi provenienti da ogni parte d’Italia e d’Europa. Ma oggi cosa rimane degli edifici che costituivano il complesso abbaziale?
Dopo sfortunate vicende, incendi e terremoti, tra i quali quello dirompente del 1799, solo una modesta chiesa, costruita nei primi anni del XIX secolo sui resti del precedente edificio di culto, tramanda il ricordo dell’operosa presenza dei monaci benedettini. Al di sotto dell’unica aula della chiesina, tuttavia, permane un vero gioiello di grande valore spirituale, storico e architettonico: una cripta a tre navate con volte a crociera sostenute da colonne in pietra. Di estremo interesse sono i capitelli scolpiti a figure simboliche, antropomorfe, zoomorfe o geometriche, alcuni dei quali visibili parzialmente poiché ormai assimilati dalla muratura di un ossario che occupa quasi totalmente la navata centrale.
Pochi dei turisti di cui si è detto e anche degli stessi abitanti della zona conoscono questo scrigno di rara bellezza. In occasione dell’affidamento dell’incarico di sistemazione dei danni provocati dal sisma del 2016, l’Arcidiocesi di Camerino e San Severino ha deciso di restituire alla conoscenza e alla fruibilità la chiesa e la cripta, associando alle necessarie opere di riparazione e di miglioramento sismico un programma di studi archeologici, architettonici e storici, ai quali far seguire un opportuno intervento di valorizzazione e la pubblicazione delle ricerche.
L’equipe di lavoro che si sta occupando della progettazione e delle indagini a partire dal 2021 su incarico dell’Arcidiocesi è coordinata dall’architetto Ilde Cipolletti dello studio mc2lab (cofounder Francesca Cruciani collaboratrice Amanda Giuliani), affiancata dall’ingegnere Marcello Muzzi e dal geologo Roberto Ranciaro, con la collaborazione degli ingegneri Nicola Ergo e Michele Zura Puntaroni. Inoltre l’ingegner Alessandro Ceci ha seguito la sicurezza.
In occasione delle indagini diagnostiche, propedeutiche allo studio degli interventi necessari, l’equipe si è prefissata l’obiettivo di verificare eventuali ulteriori connessioni con l’edificio antico della chiesa abbaziale, considerata la già nota presenza della cripta in modalità strutturalmente interlacciata all’edificio più recente e considerata anche la presenza di resti di archi, appartenenti alla struttura antecedente, tuttora individuabili nella tessitura muraria esterna dell’aula superiore.
Quindi è stata proposta agli uffici della Soprintendenza una campagna di sondaggi geologici, archeologici, scultorei e pittorici alla quale hanno partecipato le ditte Ispiro s.r.l., Kora S.r.l. – archeologia (coordinata dalla dottoressa Casadei e dal dottor Albertini), Adip Conservazione e restauro opere d’arte di Aureli Michele & Petrelli s.n.c..
Le operazioni sono state svolte nel 2022 e i referenti della Soprintendenza Marche con i quali l’equipe si è coordinata nei mesi di scavo sono stati il dottor Tommaso Casci Ceccacci, funzionario per i beni archeologici, e la dottoressa Rosella Bellesi, funzionario per i beni architettonici. La collaborazione con gli stessi è stata fondamentale per il coordinamento delle operazioni.
La pulizia dalla sterpaglia sul lato a valle ha rivelato una tessitura muraria a vista connessa all’attuale chiesa con funzionalità di terrapieno, che agli occhi dell’equipe si è rivelata immediatamente come la presenza del residuo di un muro laterale dell’antica navata. Successivamente, procedendo nei sondaggi di fondazione, si è riusciti a riportare alla luce l’impianto planimetrico, dando la possibilità, tramite fotogrammetrie estrapolate
con drone, di ricostruire la forma originaria dell’edificio.
Gli scavi sono stati attualmente chiusi e messi in sicurezza.
Il progetto di sistemazione si propone di consolidare la struttura absidale chiudendo l’attuale accesso alla cripta e conseguentemente ipotizza la possibilità di ricreare l’accesso alla stessa recuperando il passaggio originario sul lato della facciata d’ingresso, tramite una scala di accesso.
Il progetto è attualmente ancora in fase di approvazione presso gli uffici dell’Ufficio speciale per la ricostruzione. Si ipotizza che si possa dare inizio ai lavori nella primavera 2026.
L’equipe di lavoro sostenuta dall’Arcidiocesi di Camerino e San Severino ha programmato in autunno un incontro di divulgazione e sensibilizzazione riguardante le scoperte relative alle indagini e il progetto presentato con la finalità di valorizzare l’intero complesso di Valfucina.
Il risultato degli studi, delle progettazioni e dei lavori, riporterà questo significativo “bene” religioso e culturale del territorio marchigiano alla fruizione devozionale e, perché no?, turistica.
Il Settempedano

