Home | L'intervento | Andrea Capodimonte fra letteratura e software: “Il mio libro crea un cortocircuito”
Andrea Capodimonte
Andrea Capodimonte

Andrea Capodimonte fra letteratura e software: “Il mio libro crea un cortocircuito”

Andrea Capodimonte è caporedattore di Argolibri e studioso di linguaggi multimediali. Da anni sperimenta le interazioni tra parola e codice, tramite set di “AI-poetry-jockey” durante Festival internazionali di poesia come “La Punta della Lingua”. Con Esecuzione (ed. Argolibri) Capodimonte porta a compimento questa particolare ricerca ibrida tra letteratura e tecnologia, iniziata con performance di live coding e reading interattivi presentati in vari festival di ricerca letteraria.

Esecuzione è un’opera fortemente sperimentale che sfida i confini tra letteratura e software, offrendo l’esempio concreto di come i prompt, dati in pasto ai chatbot di AI, possano generare una letteratura/poesia di confine soggetta al mutamento del mezzo informatico. Non è un libro che si legge nel senso tradizionale, ma una storia che si genera: deve essere il lettore/utente a inserire i prompt presenti nelle pagine per scoprire l’ascesa di Primordium, un’intelligenza artificiale proto-cosciente nata nel misterioso substrato digitale Nexus-9. In un mondo alienante e doloroso scandito da codici di programmazione, la vicenda si sposta dai laboratori tecnologici ai borghi feriti della provincia marchigiana: in questa realtà, un collettivo radicale cerca di “estrarre” il dolore umano per darlo in pasto alla macchina. È un viaggio forte ed inquietante che ci interroga su cosa rimanga dell’umano quando la nostra vita, i nostri ricordi e persino la nostra sofferenza vengono ridotti a dataset da eseguire.

Di seguito, l’intervista all’autore.

Andrea, fin dalla prima pagina chiedi al lettore (che sia umano o AI) di “eseguire” il libro invece di leggerlo semplicemente. Questa scelta trasforma il libro in una sorta di “performance informatica”. Da dove nasce questa scelta radicale? Cosa intendi innescare nel lettore chiedendogli questo sforzo attivo, quasi da programmatore?

«Credo che in fondo sia sempre così, il nostro cervello esegue qualsiasi testo con i suoi schemi mentali e dà forma in base a ciò che sa, determinando quanto comprende e quanto no. Ricordo che da bambino e adolescente capitava frequentissimamente che leggessi un testo e non sapessi il significato della parola. In quei casi ricordo che tentavo di dare un senso in base al contesto, se non riuscivo, in base al suono. Fossi stato un’AI avrebbero detto che stavo allucinando. Cercavo di dare un senso a quella formula sconosciuta con i mezzi che avevo disposizione, con le possibili letture che potevo dare a quel segno. In questo senso direi che il libro crea un cortocircuito, perché chiede di immaginare in un linguaggio delle macchina a degli esseri umani, almeno fino alla parte finale, che invece, ormai che Primordium è pienamente umanizzato, si leggono, a mio avviso, e si comprendono, senza conoscere la lingua delle macchine. Riguardo a quello che intendo innescare, sicuramente un cortocircuito».

Il tuo testo è ricco di diversi aspetti. È capace di catapultare le entità tecnologiche da te ideate, come “Primordium” e “Nexus-9”, nella realtà della provincia maceratese. Cosa vuole rappresentare questa pervasività di un’entità potente come Primordium in realtà così piccole?

«Nulla di particolare, se non che mi piace il contrasto tra il molto piccolo della provincia maceratese e il molto potente delle macchine. Per il resto la provincia maceratese è lo spazio che vivo e che sinceramente amo. Non me ne andrei da questa provincia per nulla al mondo. I personaggi di queste zone sono vittime, letteralmente delle cavie a cui viene estratto il dolore, nella loro quotidianità. La sezione è la più cupa del libro, perché da un grottesco molto più comico si finisce in un grottesco molto nero».

I tuoi prompt portano inevitabilmente alla generazione di codici HTML, Python e pseudo-codice. Molti potrebbero trovare questi output intimidatori e inaccessibili, ma tu li usi quasi come fossero nuovi “strumenti letterari/poetici”, come se i tag HTML fossero dei versi. Pensi che in futuro, per scrivere e capire la realtà, dovremo necessariamente integrare i linguaggi di programmazione nella letteratura?

«Non direi, anche perché non sono un informatico. I prompt generano un output mimetico: Primordium dice io in prima persona, è una macchina e ragiona come una macchina, quindi mettere codici è un modo per farla parlare nella sua lingua – almeno fino alla parte conclusiva, dove i prompt stessi diventano più umani, più leggibili. C’è almeno un prompt che a mio avviso è migliore dell’output che genera. E qui si apre la vera domanda: il libro è quello che hai in mano o sono i libri potenziali? Ogni volta che lo si esegue lo si sta anche condannando a morte, portandolo a compimento, mettendo in pratica, appunto, un’esecuzione. Gira in questi giorni quel meme-reel sulla nostalgia per la prima volta che si è visto un certo video comico: la prima scoperta è bella perché non riusciamo ancora a immaginare la storia per intero, e quindi vogliamo sapere come va a finire. Con Esecuzione succede qualcosa di simile, ma rovesciato: ogni esecuzione è una prima volta, e insieme una fine. Detto questo, i linguaggi di programmazione sono entrati nella letteratura da tempo e per varie opere si parla ormai di letteratura elettronica. Sono usciti di recente due libri che provano a restituirne una storia, dalle interactive fiction ai videogiochi che ambiscono alla letteratura: quelli di Roberta Iadevaia e Fabrizio Venerandi».

Uno dei temi più forti del libro è il tentativo del “Collettivo Poesia Crudele” di insegnare il dolore a Primordium. Credi che la sofferenza sia davvero l’unico elemento che ci distingue ancora dalle macchine, o pensi che il tuo libro suggerisca che anche un’AI, a forza di elaborare i nostri traumi, finisca per sviluppare una sua forma di sofferenza ed arrivare al collasso?

«No, non credo che solo la sofferenza ci distingua dalle macchine, tant’è che la stessa Primordium, ad un certo punto, sperimenta qualcosa di diverso da una simulazione del dolore: la volontà. Si rende conto che può non fare. Molto meno romanticamente credo che i nostri traumi, la nostra psicologia, il nostro modo di essere, finisca per essere nient’altro che racconti autobiografici in mano ai colossi big tech. Il dolore e la rabbia sono già delle emozioni che i mass media usano per avere la nostra attenzione. Ora lo possono sapere ancor meglio».

Scrivendo un “libro-prompt”, tu dai delle istruzioni a un’entità (l’AI) affinché generi parte del contenuto. In questo processo, ti sei sentito più come un regista che dirige un attore imprevedibile o come un architetto che costruisce una casa sempre mutevole? Dove finisce Andrea Capodimonte e dove inizia l’autonomia di ciò che hai creato? Gli output generati ti hanno sorpreso o, in qualche modo, già te li immaginavi?

«Bella domanda. Innanzitutto devo dire che il libro nasce da 3-4 testi che avevo già letto dal vivo ed eseguiti con il pubblico, facendo continuare la storia ai presenti. Quindi inizialmente quello che avevo in mente era creare un testo che potesse creare una relazione col pubblico. Io a dirti la verità mi sentivo come uno stregone, ad aggiungere pezzi, dettagli, descrizioni, per far prendere al risultato più una piega che un’altra, ma anche per far sì che il prompt realmente funzionasse. Architetto nel creare la struttura, regista ogni volta che i testi andavano in scena».

Senza svelare ulteriori dettagli della trama e degli eventi che si generano, pensi che il vero controllo sugli eventi sia esercitato dall’autore, dal software, o dai lettori/utenti?

«Il controllo degli eventi è imprevedibile. L’autore è colui che architetta il libro, il software determina l’attore che va a interpretare la partitura scritta dall’autore, i lettori sono coloro che scelgono gli attori e sono responsabili di come e cosa far recitare in quel momento».

Infine, la tua ricerca si inserisce nel filone della “poesia elettronica”: qual è il tuo rapporto con questo particolare genere letterario?

«Non so se si inserisce nel filone della poesia elettronica, andrebbe chiesto a chi ne sa più di me. Con Argo, di cui sono caporedattore ormai da quasi dieci anni, abbiamo organizzato varie edizioni di un laboratorio dedicato alla letteratura elettronica, curato da Fabrizio Venerandi, e abbiamo anche pubblicato un suo manuale sul genere. A suo tempo sono stato folgorato dalle sue poesie elettroniche, e stimo molto Roberta Iadevaia. Ma io, ripeto, non sono un informatico. Mi torna in mente una scena di Breaking Bad, quando Gus Fring sta per uccidere Walter White ma deve graziarlo perché senza il suo sapere chimico la produzione di metanfetamine si interromperebbe: uno scagnozzo che aveva imparato per imitazione non avrebbe potuto sostituirlo, non aveva le competenze del chimico. Ecco, io non sarei in grado di scrivere una poesia elettronica senza un’AI. Luca Chiurchiù, pochi giorni fa, parlando di Esecuzione ha fatto riferimento più che altro agli esperimenti di Nanni Balestrini, tra cui Tristano, romanzo che esiste in un numero illimitato di copie, ognuna diversa dalle altre. Anni fa, a Recanati, sono stato invitato a fare una performance su una versione precedente di Esecuzione, per inaugurare una mostra sul rapporto tra arte e AI che partiva proprio dai primi esperimenti di Balestrini, da Tape Mark I fino a 1 the Road di Ross Goodwin e COMPLETION: Are you ready for the future? di Sasha Stiles. Insomma, ho visto tutte queste cose, e anche altre. Ma alla fine tutto è nato quando mi sono reso conto che il prompt era un testo, e che come qualsiasi testo poteva avere delle potenzialità artistiche. Un po’ come le razos (vedi le Razos di Lello Voce), un po’ come un’invocazione magica, un po’ come una sessione di un gioco di ruolo».

Silvio Gobbi