Dopo aver catturato col suo obiettivo ogni tipo di paesaggio, di volto, di momento di vita sia in Italia sia all’estero, fin dove i suoi viaggi lo hanno portato, Claudio Scarponi esce a settembre con un nuovo lavoro fotografico che lo ha visto puntare la sua lente sulle nostre zone per raccontare un tragico evento, il terremoto del 2016, che a distanza di dieci anni segna ancora la vita di molte persone e comunità.
“Il terremoto di dieci anni fa ha portato via con sé non solo pietre e case, ma il ritmo quotidiano di intere comunità. Ho voluto fissare le ferite subite dalla nostra terra, perché restino a memoria di questo fatto che ha colpito profondamente la nostra gente non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale, cercando di dare un senso all’incredibile”.
Il fotoracconto che Claudio Scarponi ha realizzato, con la collaborazione grafica e di impaginazione della figlia Arianna, mette in evidenza le sue capacità tecniche di fotografo ma anche quelle di reporter facendo riemergere il suo stile di giornalista di inchiesta che lo ha sempre contraddistinto.
“La selezione di mie foto in questa pubblicazione presenta immagini dei luoghi colpiti, delle macerie lasciate dal sisma ma soprattutto immagini delle persone vittime di questo evento costrette a lasciare le loro case, a dormire nei palazzetti dello sport, a mangiare in tendopoli, in balia di una paura che le continue scosse non facevano placare. Sono foto di persone sofferenti, costrette ad adattarsi a nuove vite, in situazioni spesso affollate e rumorose, per andare avanti, per sopravvivere in attesa di un ritorno alla normalità”.
E’ proprio l’attesa di cui Scarponi ci parla il motivo centrale del suo lavoro intitolato appunto “Cronaca di un’attesa”.
“Ho definito questi dieci anni – la più lunga attesa del nostro tempo – per sottolineare la grande dignità del territorio maceratese che, sebbene ancora non veda la fine di questa lunga storia, non ha mai smesso di attendere e di sperare in un recupero totale di quanto andato perso. Ho voluto anche rappresentare la forza e la tenacia delle nostre popolazioni, ricordando i loro disperati appelli di aiuto scritti o affissi sulle porte delle case, appelli che vanno ben oltre la richiesta di ricostruzione”.
Stampato su pagine nere – come è nera e triste la storia che si racconta – il viaggio fotografico a ritroso di Scarponi parte da San Severino.
“Nel territorio settempedano sono stati circa 1.924 gli edifici dichiarati inagibili. Il sisma ha inferto una ferita profonda nel patrimonio artistico: il Duomo di Castello e l’antica Chiesa della Pieve sono l’emblema di un isolamento che ha colpito anche la Concattedrale di Sant’Agostino, i Santuari del Glorioso e di San Pacifico, Villa Collio e le nobili residenze settecentesche a lungo prigioniere di imbracature metalliche”.
Il viaggio della memoria di Scarponi ci porta poi a Visso.
“Quella che era definita la Perla dei Sibillini appare trasformata in una cittadina spettrale: il suo centro storico ha subito danni gravissimi tanto da essere stato dichiarato quasi interamente Zona Rossa”.
A Ussita, nei pressi delle case prefabbricate per tanti anni riparo per molti sfollati, si trova posto per mettere un altare e celebrare la Messa all’aperto riunendo così una comunità in cerca di conforto e risposte. Impressionano poi le recenti foto (2026) della zona vecchia con gli edifici ancora fasciati da impalcature di ferro. In alto a sinistra una gru all’opera quasi a rappresentare una speranza.
A Castel Sant’Angelo sul Nera, epicentro della scossa di magnituto 5.4 del 26 ottobre e della scossa 6.5 del 30 ottobre 2016, la più forte in Italia dal 1980, l’autore ha dedicato la copertina. Lo scatto riprende anche i Vigili del fuoco, corpo il cui lavoro è stato fondamentale nella crisi generata dal sisma.
“Qui – scrive Scarponi – le immagini raccontano una ferita che va oltre il semplice crollo: centro storico e frazioni sono stati quasi interamente cancellati e così il campanile di San Martino dei Valdesi che incarna il simbolo di una comunità spezzata”.
Ed è su questo comune che il giornalista di inchiesta emerge più del fotografo a supporto di quello che le immagini non riescono a dire.
“Nonostante Castel Sant’Angelo sia stato uno dei primi Comuni a presentare i piani attuativi, la ricostruzione privata si è scontrata con un muro di vincoli e passaggi burocratici estenuanti. Ad aggravare il tutto la classificazione di elevato rischio idrogeologico che ha reso ogni cantiere una sfida complessa. Solo a gennaio 2026 la ricostruzione è entrata in una fase operativa dopo anni di blocchi burocratici e geologici”.
Il fotoracconto si chiude con sette foto di Camerino.
“Camerino rappresenta il cuore ferito del Cratere con 2.406 edifici inagibili e danni stimati per 1,2 miliardi di euro. L’intero centro storico per anni è stato Zona Rossa, sbarrato. Le foto mostrano palazzi storici e universitari, svuotati: gusci di pietra che conservano stanze deserte. Per un decennio Camerino è stata una periferia senza centro. La vita cittadina e accademica delocalizzata in strutture esterne alle mura, ha prodotto la frammentazione dell’identità sociale di quella città”.
Le immagini datate 2026 hanno un significato che va oltre la memoria.
“Oggi, nel 2026, 10.000 persone sono ancora fuori casa. Questa galleria fotografica non è solo memoria, ma un atto di denuncia e di amore per chi resiste, per chi aspetta ancora di varcare la soglia e per chi, nonostante tutto, continua a chiamare casa queste montagne ferite”.
Come è nata l’idea di questo libro?
“Questa idea è nata per mantenere il ricordo di ciò che è stato anche perché il paesaggio urbano è già cambiato e molti di quegli edifici che vediamo nelle foto sono stati demoliti o ristrutturati, altri ancora sono in fase di recupero. Queste foto pertanto assumono l’importante valore di fotografia documentaria: sono cioè documenti che a distanza di dieci anni restituiscono una realtà che il passare del tempo sta facendo dimenticare. Ci sono persone che non hanno visto quello che è successo da un Comune all’altro e persino all’interno del proprio Comune ad esempio nella stessa San Severino. E ci sono bambini che, oggi adolescenti, non ricordano nulla di quegli istanti sebbene drammatici. Sono documenti che ho voluto stampare perché anche la stampa della fotografia oggi assume un valore importante. Fotografiamo ogni giorno miliardi di immagini che rimangono nei cellulari, negli hard disk e poi finiscono nel dimenticatoio, vanno perse, cancellate e invece un modesto libro di foto stampato, se archiviato, può rimanere per tantissimi anni a testimonianza di un fatto che ha colpito e trasformato il nostro territorio e anche la nostra gente”.
Claudio Scarponi ha stampato in proprio il suo fotoracconto la cui presentazione ufficiale è prevista per sabato 12 settembre nello Scrigno della Gioia in via Ercole Rosa a San Severino. La pubblicazione sarà distribuita gratuitamente fino ad esaurimento delle copie.
CZ
Il Settempedano











