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“Primetime”, un lungometraggio di finzione firmato da Lance Oppenheim

Dagli anni Ottanta la televisione ha puntato sempre più sulla spettacolarizzazione dei contenuti per garantirsi ascolti e introiti pubblicitari più alti. L’informazione ha così iniziato a fondersi con l’intrattenimento, e lo stato attuale del nostro panorama televisivo ne è la conseguenza. Tra i programmi che hanno contribuito a questo mutamento c’è stato, negli Stati Uniti, To Catch a Predator, format della NBC condotto da Chris Hansen. Tra il 2004 e il 2007 fece scalpore per il suo metodo: adulti si fingevano adolescenti nelle chat online e fissavano un appuntamento con uomini in cerca di incontri sessuali con minorenni. L’incontro avveniva in una casa piena di telecamere nascoste, dove l’uomo veniva accolto da un giovane adulto che faceva da esca. Mentre credeva di essere solo con un minorenne, entrava in scena Hansen, che lo metteva di fronte ai messaggi scambiati in rete, con le telecamere ormai a vista. Successivamente, l’uomo veniva fermato dalla polizia.

Proveniente dal mondo del documentario, il giovane regista Lance Oppenheim passa al lungometraggio di finzione con Primetime, presentato in concorso alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia 2026 e incentrato proprio su quel programma. Girato in un formato stretto, quasi quadrato (rapporto 1,50:1), che richiama l’estetica televisiva dei primi anni Duemila, il film adotta una regia dal ritmo serrato e teso, con un uso marcato dei primissimi piani che saturano lo schermo e una fotografia cupa che avvolge gli ambienti in un’inquietudine costante.

Le interpretazioni sono di ottimo livello. Robert Pattinson, nei panni di Hansen, ne restituisce il carisma istrionico e il cinismo latente, diviso tra il sincero desiderio di incastrare i predatori e quello di inseguire il successo. Lo sviluppo narrativo si gioca proprio sullo scontro tra la missione etica di contrasto alla pedofilia e l’ossessione per i picchi di share, indispensabili per conquistare la prima serata e competere con i colossi del palinsesto dell’epoca. In questo cortocircuito emergono la spietatezza del mondo televisivo e la presenza di “predatori”, di varia natura, da entrambi i lati della telecamera. Se da un lato la dimensione etica avrebbe meritato un affondo più deciso sul limite oltre il quale un programma smette di fare servizio pubblico per diventare puro sciacallaggio, dall’altro Primetime ha il pregio di coinvolgere dall’inizio alla fine. Lo fa trascinando lo spettatore in un vortice di istanze giuste e nodi irrisolti, un affollarsi di pensieri contrastanti che il film rispecchia con la presenza dei microschermi di regia: compaiono di frequente, dividono l’inquadratura e moltiplicano i punti di vista, così come si moltiplicano le domande da porsi su un certo mondo dell’informazione.

Silvio Gobbi