Un mese fa esatto – era il 25 Aprile, Festa della Liberazione – la visita del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, segnava la storia della Città di San Severino Marche. Per ricordare di nuovo l’evento riportiamo i discorsi integrali di chi, dal palco del Feronia, ha ricordato i temi della giornata e in particolare il valore della Resistenza.
Resteranno così pubblicati online a beneficio di tutti i lettori del Settempedano, a cominciare dalle giovani generazioni.
L’intervento integrale dello storico Matteo Petracci
Signor Presidente, Sindaco, Autorità tutte, cittadini di San Severino Marche,
è per me un onore essere qui con voi a celebrare il 25 Aprile, Anniversario della Liberazione d’Italia dal nazismo e dal fascismo
Dopo il conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Civile, Signor Presidente, e oggi, con la sua presenza, sentiamo vivo il riconoscimento della Repubblica al contributo alla libertà e alla democrazia dato da questo territorio, e al lavoro di generazioni di donne e uomini che hanno cercato di preservarne la memoria. E di questo, La ringraziamo.
Le Marche vivono la Resistenza in una posizione stretta tra l’Appennino e l’Adriatico, segnata dalle due linee difensive fortificate dai nazifascisti per bloccare gli Alleati lungo la penisola: la Linea Gustav, a Sud, e la Linea Gotica, a Nord.
Una Resistenza durata un anno, iniziata pochi giorni dopo l’Armistizio, il 12 settembre del 1943, ad Ascoli Piceno, quando reparti dell’esercito che non si sono sbandati e popolazione infliggono perdite ai nazisti piombati sulla città, per poi spostarsi sul Colle san Marco. Lì, dopo intensi combattimenti, il 3 ottobre sono sopraffatti. Il loro sacrificio segna l’avvio della guerra partigiana nella regione.
Nelle città collinari e costiere, si organizzano i gruppi di azione patriottica. Un reticolo di sostenitori impegnati a inviare alle nascenti formazioni partigiane vestiario, scarpe, medicinali e armi, recuperate anche grazie ai carabinieri, che si coordinano con i partigiani per svuotare le caserme, o si UNISCONO ai partigiani, portando le armi con loro.
Nel frattempo, larga parte della popolazione delle campagne si rende protagonista di un’azione corale di Resistenza civile. Soldati italiani in fuga dai rastrellamenti nazifascisti e prigionieri di guerra e internati fuggiti dai campi di prigionia vengono accolti. Sono intere famiglie a mobilitarsi, interi borghi. Chi li salva, rischiando la propria vita, identifica in quegli sventurati i propri padri, figli, fratelli o mariti inviati al fronte di cui non hanno notizie da tempo. Li accoglie perché riconosce la loro sofferenza. Il mondo mezzadrile, che per secoli aveva sviluppato l’attitudine a nascondere come strategia di sopravvivenza, fa ciò che sa fare: li nasconde e li protegge, mosso da quel sentimento religioso Cattolico, Universale per definizione, che permea le campagne e fa da argine alla propaganda razzista e bellicista del fascismo.
Molti dei prigionieri evasi sono indirizzati verso la costa, dove arrivano seguendo i corsi fluviali, aiutati dalla rete di aderenti alla Resistenza, con l’obiettivo di salire sulle imbarcazioni che li attendono alle foci dei fiumi, per essere portati verso il Sud. Altri seguono le vie di fuga approntate lungo i crinali dell’Appennino: case sicure dove dormire e guide esperte dei sentieri montani che li conducono oltre le linee. Altri ancora si uniscono alle formazioni partigiane in montagna.
Dal sud al nord della regione, i Monti della Laga, i Monti Sibillini, l’area del Monte san Vicino e dei monti Catria e Nerone offrono ai partigiani fortezze naturali, punti di osservazione sulle strade del fondovalle, altopiani che si trasformeranno in basi logistiche adatte a ricevere gli aviolanci Alleati.
In tutto il territorio sono frequenti i sabotaggi e gli attacchi contro gli occupanti. Uno, in particolare, va citato, perché contribuisce a illuminare le differenze valoriali che caratterizzano le parti in campo. Si tratta dell’attacco a un treno fermo alla stazione di Albacina, a Fabriano, con a bordo centinaia di renitenti alla leva di Salò, catturati dai nazifascisti e posti dinanzi all’alternativa tra la deportazione e il collaborazionismo. Più gruppi partigiani attaccano il convoglio il 2 febbraio del 1944 e liberano circa 500 ragazzi, che possono poi tornare a casa. Una dimostrazione chiara delle finalità della guerra di Resistenza: una guerra necessaria affinché nessuno sia più obbligato a fare la guerra.
A combattere non sono solo uomini esposti all’arruolamento forzato. Ci sono donne, molte donne: staffette o attive nei Gruppi di difesa della donna, animati da Adele Bei, già condannata dal fascismo al carcere e al confino, a Ventotene, e futura Madre Costituente, e ci sono partigiane armate: come Walchiria Terradura, comandante di squadra della V* Brigata Garibaldi Pesaro, che aveva rinunciato ad assumere un nome di battaglia, perché Walchiria era sufficiente di per sé.
L’intensificarsi degli scontri per lo sfondamento della Gustav fa da spartiacque nella cronologia della violenza nella regione, perché le Marche sono attraversate da strade di collegamento con la via Flaminia e la via Salaria, dove passano i convogli nazifascisti diretti al fronte, e la presenza partigiana insidia la macchina bellica tedesca, rallentandola.
A partire dal marzo del 1944, numerosi rastrellamenti insanguinano il territorio. Vogliono sgominare le formazioni partigiane e terrorizzare la popolazione. Ed ecco le stragi di Pozza e Umito, nell’ascolano, di Montemonaco, nel fermano, di Vestignano di Caldarola, Montalto di Cessapalombo e di Sarnano, nel maceratese, di Jesi e di Monte Sant’Angelo di Arcevia, nell’anconetano, e quelle di Apecchio e Piazza d’armi, a Pesaro.
A volte, i partigiani riescono a respingere il nemico, come nella Battaglia di Valdiola, successiva alla strage di Braccano di Matelica, dove i fascisti fucilano il sacerdote don Enrico Pocognoni: alla sua memoria il Presidente Saragat ha conferito la Medaglia d’Oro al Valor Civile. Protagonista della vittoria a Valdiola è il Battaglione Mario, attivo nel territorio di San Severino Marche e formato da soldati italiani, antifascisti del posto, ex prigionieri di guerra britannici, sovietici e jugoslavi, preti e carabinieri, civili fuggiti dai campi di internamento per stranieri, l’imprenditore Enrico Mattei, ebrei scampati alla deportazione ad Auschwitz, un disertore austriaco e alcuni somali ed etiopi portati in Italia per l’esposizione coloniale di Napoli. Una formazione mista, plurale, all’interno della quale si parlano diverse lingue e si professano le principali religioni monoteiste, amalgamata intorno al loro comandante: il perseguitato politico antifascista Mario Depangher.
Dopo il superamento della Linea Gustav e la liberazione di Roma, gli Alleati devono impadronirsi di un porto più a Nord, sul Tirreno o sull’Adriatico, purché vicino alla Linea Gotica, necessario per accorciare le linee di rifornimento.
La strategia di difesa nazifascista prevede di trasformare le valli fluviali dell’Italia centrale in linee di difesa naturali, che tagliano il territorio dall’Appennino al mare.
Comincia la battaglia per la conquista del porto di Ancona.
La città è liberata il 18 luglio del 1944 e il porto ripristinato, ma i combattimenti proseguono fino ai primi giorni di settembre, alla liberazione di Pesaro e all’attestarsi del fronte in attesa di un secondo, lungo e sanguinoso inverno.
Un anno, poco meno. Un anno trascorso senza perdere di vista le ragioni più profonde della lotta, come testimoniato da documenti e fotografie d’epoca, che rimandano alla fratellanza e alla solidarietà tra i popoli. Una lezione valida ancora oggi: contro il suprematismo e contro il bellicismo che ne consegue.
Questa è stata la Resistenza nelle Marche, che ha trovato nel territorio di San Severino Marche uno dei suoi centri più organizzati. Anche grazie ad essa, godiamo da oltre 80 anni di democrazia, libertà e di una Costituzione che ne è erede diretta. Una Costituzione giovane, attuale ed inclusiva, testimone passato da generazione in generazione.
Il Settempedano


