di Alberto Pellegrino
Il calcio non è solo uno sport ma anche passione, metafora della vita, spettacolo e partecipazione per chi lo pratica e per chi lo guarda, per questo ha sempre esercitato una forte attrazione anche per gli intellettuali. Chi scrive ha frequentato negli anni Cinquanta il campetto di calcio dell’Oratorio San Giovanni Bosco come terzino (alquanto scarso) prima di passare al tennis, ma è rimasto legato al mondo della palla rotonda come tifoso della Juventus dal 1949, come dirigente della U. S. Aurora, poi come giornalista sportivo per Corriere Adriatico, Il Messaggero e Il Corriere dello sport dal 1956 al 1962 è stato assiduo e appassionato frequentatore dello stadio per seguire la Settempeda. Ricorda che, dopo aver visto la partita e preso appunti, si andava di corsa al posto telefonico pubblico, sotto i portici di Piazza del Popolo, per dettare in diretta l’articolo agli stenografi del giornale e quello è stato un grande apprendistato di giornalismo.
La squadra cittadina è rimasta nel bagaglio di quei ricordi che hanno il profumo dell’adolescenza e della giovinezza con le immagini di quella Settempeda dei primi anni Cinquanta, quando giocavano Cecchino Marchetti-Raimondi (portiere); il grande Mario Mosca, un difensore centrale poi passato alla Maceratese in serie C e alla Lazio; Ovidio Mandolesi (difensore poi assessore e vicesindaco) e gli attaccanti i fratelli Mimì e Renato Sfrappini (poi diventato sindaco).
Per rendere omaggio a questa gloriosa società cittadina, che quest’anno compie cento anni d’età, vogliamo richiamare l’attenzione dei lettori sul rapporto calcio-letteratura che forse è più noto agli “addetti ai lavori”. Per iniziare ricordiamo che il primo a scrivere un’ode al gioco della palla col bracciale è stato il nostro Giacomo Leopardi che nel 1821 ha dedicato la composizione A un vincitore del pallone, che rientra nel ciclo delle “Canzoni civili e patriottiche” e che il poeta dedica al conte Carlo Didimi di Treia che era allora il più celebre atleta d’Italia nella pratica di questo sport. Il poeta recanatese, nel considerare la grave situazione politica dell’Italia, esorta i giovani a prenderlo come esempio di agonismo e di riscossa nazionale, come rimedio a una vita svuotata di qualsiasi valore, mentre lo sport offre la possibilità di salvarsi dalla noia e dalla infelicità passando dall’ignavia all’azione a favore della “patria cara”.
Umberto Saba e il calcio
Nel Novecento il grande poeta triestino Umberto Saba si è lasciato prendere dalla passione per il calcio nel 1933, quando ha già 50 anni e un amico gli regala un biglietto per una partita. Nasce un amore che cambia la vita, un amore al quale risponde con l’animo da poeta, intenso, passionale, profondo, che si salda con Trieste, l’altro grande amore della sua vita. Saba di calcio non sa nulla, ma va allo stadio dove si svolge la partita tra l’Ambrosiana (capolista), dove giocano Ceresoli, Allemandi, Serantoni, Levratto e Peppino Meazza, contro la Triestina, dove giocano Blason, Colaussi, Rocco. Sarà proprio Meazza a sbagliare un rigore, per cui la partita finirà zero a zero, ma Saba prova qualcosa di nuovo, un’emozione e tanti altri sentimenti che credeva fossero esclusiva della natura, dell’amore, di un bel libro. Gli apre una porta magica e scrive cinque poesie: Squadra paesana, Tre momenti, Tredicesima partita, Fanciulli allo stadio e Goal, che fanno parte del “Canzoniere”.
Nonostante la partita sia finita zero a zero, Saba partecipa alla festa collettiva: “Festa è nell’aria, festa in ogni via. / Se per poco, che importa? / Nessuna offesa varcava la porta, / s’incrociavano grida ch’eran razzi. / La vostra gloria, undici ragazzi, / come un fiume d’amore orna Trieste”. Così esprime l’improvviso amore sbocciato per la sua squadra: “Anch’io tra i molti vi saluto, rosso-alabardati, / sputati dalla terra natia, / da tutto un popolo amati. / Trepido seguo il vostro gioco. / Ignari esprimete con quello antiche cose / meravigliose sopra il verde tappeto, / all’aria, ai chiari soli d’inverno. / Le angoscie che imbiancano i capelli all’improvviso, / sono da voi così lontane! La gloria / vi dà un sorriso fugace: il meglio onde disponga. / Abbracci corrono tra di voi, gesti giulivi. / Giovani siete […] / V’ama / anche per questo il poeta, dagli altri / diversamente – ugualmente commosso”.
Il poeta descrive poi la gioia del goal che pervade sia i giocatori, sia i tifosi presenti in tribuna che per poco non invadono addirittura il terreno di gioco. Il poeta ha deciso di utilizzare un’iperbole per descrivere la bellezza del momento immediatamente successivo ad un goal. Per il poeta pochi altri momenti nella vita dell’uomo emanano così tanta felicità come quando la propria squadra del cuore realizza una rete; è un’affermazione che restituisce l’idea delle sensazioni e del livello di emozioni percepite da Saba all’interno di uno stadio di calcio nelle vesti di tifoso. Il poeta ha descritto il modo di esultare singolare, quasi solitario, del portiere della squadra autrice del goal, il quale, anche se ha visto da lontano la rete realizzata nella parte opposta del campo, vuole partecipare all’esultanza dei suoi compagni, perlopiù mandando dei baci o facendo una capriola.
Goal
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasto sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.
Due altri poeti: Alfonso Gatto e Fernando Acitelli
Un altro grande poeta Alfonso Gatto la scritto la poesia La partita di calcio in cui racconta la storia di Boccaccio, che era “il gran portiere giallo / della squadra del quartiere. / Stava all’erta come un gallo / sulla porta del campetto / alla periferia. / Qua sul petto, / ed ogni palla è mia”. Ma quel giorno gli andarono tutte storte “chi lo sa, / sbuca di qua sbuca di là” e il portiere incassò ben 14 goal come se fosse un temporale con pioggia, grandine e tuoni: “Quattordici palloni / nella rete di Boccaccio / poveretto poveraccio, / bianco come uno straccio / col berretto da fantino / ubriaco senza vino”. Allora i tifosi lo coprirono d’insulti e il povero Boccaccio si strappava i capelli per la disperazione: “Tutti tutti, ad uno ad uno / si strappò capelli e baffi / e poi schiaffi sopra schiaffi / si ridette per lezione. / Restò lì con la sua testa / tonda, liscia come palla. Gli gridò dietro la folla / “tappabuchi, pastafrolla / vai a guardia d’un portone!” / E difatti il buon Boccaccio / col berretto e col gallone, / mani pronte e spazzolone, / oggi è a guardia d’un portone / dove passano persone / che fermare egli non può”.
Il poeta romano Fernando Acitelli ha pubblicato La solitudine dell’ala destra (Einaudi, 1998), una raccolta di poesie dedicate a giocatori famosi, poco noti o addirittura sconosciuti, ma non per questo privi di un’essenza di umanità. Vi prenda come esempio Luis Silvio Danuello, misterioso brasiliano che ha disputato nove partite nella Pistoiese senza segnare mai un goal, ma soprattutto non “beccando” quasi mai un pallone. Si dice che venne acquistato per errore per uno scambio di persona: “A Bahia fu la spiaggia a tradirti. / Vistoti palleggiare al ritmo di samba, / lo stolto talent-scout / raggirato da goleador balneari / abusò in parole solenni portandoti in Italia. / Furon avanzati paragoni incredibili, / da avanspettacolo, e quasi fosti accostato a Garrincha. / I pochi minuti di serie A / ebbero la maglia arancione / della Pistoiese”, ma in Italia non giocò quasi mai e rimase un mistero il suo arrivo nel nostro paese.
Pier Paolo Pasolini e l’amore per il calcio
Molti scrittori si sono appassionati per il calcio a cominciare dal filosofo Jean Paul Sartre, il quale ha detto che il calcio è la grande metafora della vita.
In Italia Pier Paolo Pasolini in una intervista ha dichiarato che, se non fosse diventato uno scrittore e un regista, avrebbe voluto diventare “un bravo calciatore”: “Dopo la letteratura e l’eros, per me il football è uno dei grandi piaceri”. Pasolini ha praticato il calcio dilettantesco ed è stato una valida ala destra.
Pasolini ha inserito il calcio nel suo primo romanzo di successo Ragazzi di vita, dove scrive: “Quando i ragazzini s’erano ormai stufati di giocare, un sabato, alcuni giovanotti più anziani si misero sotto la porta col pallone tra i piedi. Formarono un cerchio e cominciarono a fare del palleggio, colpendo la palla col collo del piede, in modo da farla scorrere raso terra, senza effetto, con dei bei colpetti secchi. Dopo un po’ erano tutti bagnati di sudore, ma non si volevano togliere le giacche della festa o i maglioni di lana azzurra con le strisce nere o gialle, a causa dell’aria tutta casuale e scherzosa con cui s’erano messi a giocare […] Tra i passaggi e gli stop si facevano due chiacchiere. “Ammazzete quanto sei moscio oggi, Alvà!” gridò un moro, coi capelli infracicati di brillantina […] “Vaffan…”, gli rispose Alvaro, con la sua faccia piena d’ossa […] Cercò di fare una finezza colpendo il pallone di tacco, ma fece un liscio, e il pallone rotolò lontano verso il Riccetto e gli altri che se ne stavano sbragati sull’erba zozza”.
Spinto dalla sua passione sportiva ha elaborato una teoria semiologica secondo la quale il calcio è “un sistema di segni, cioè un linguaggio, che ha tutte le caratteristiche fondamentali di quello scritto-parlato. Infatti le parole del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato. L’unità minima del linguaggio del calcio, il suo “fonema” è il calciatore. Le infinite possibilità di combinazione calcistiche rappresentate dai passaggi fra i vari calciatori sono dei “fonemi” che nel loro insieme formano un discorso regolato da vere e proprie norme sintattiche. Tale sintassi si esprime nella partita, che è assimilabile a un discorso. I cifratori di questo linguaggio sono i giocatori, noi, sugli spalti, siamo i decifratori: in comune dunque possediamo un codice. Chi non conosce il codice del calcio non capisce il significato delle sue parole (i passaggi) né il senso del suo discorso (un insieme di passaggi). Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del goal. Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Anche il «dribbling» è di per sé poetico. Infatti il sogno di ogni giocatore (condiviso da ogni spettatore) è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare”.
Stefano Benni, un grande umorista appassionato di calcio
Un altro scrittore appassionato di calcio è Stefano Benni. Tra i suoi libri di successo ricordiamo Bar dello sport (1976) che ha questo incipit: “L’uomo primitivo non conosceva il bar. Quando la mattina si alzava, nella sua caverna, egli avvertiva subito un forte desiderio di caffè. Ma il caffè non era stato ancora inventato e l’uomo primitivo aggrottava la fronte, assumendo la caratteristica espressione scimmiesca”. Poi la civiltà è progredita, è stato scoperto il caffè ed è stato inventato il bar che da allora ha avuto frequentatori illustri fra cui il mitico Corsaro Nero, mentre Girolamo Savonarola “bollava la corruzione della nobiltà e lanciava il caffè Hag”.
Secondo Benni i Bar dello sport sono una istituzione particolare: hanno tutti in dotazione i flipper, la pesca del boero; il calcetto che nei bar di destra si chiama “calcio balilla”; il biliardo, la riffa, i giochi delle carte; il telefono con il “sorridente continuo”, “l’arrabbiato”, “l’innamorato”, “l’interurbano” dalle lunghe telefonate fuori città. C’è la bacheca dove si annunciano gli eventi per i frequentatori e c’è l’espositore delle cartoline che servono ai clienti per raccontare le balle dei loro viaggi soprattutto nei Paesi dell’Est “dove secondo quanto si racconta nei bar dovrebbero esserci tre milioni e mezzo di figli di italiani ogni anno”. C’è infine la “Astuta Cassiera” che, quando ti presenti con diecimila lire, ti sorride e dice “non ho spiccioli”, quindi ti molla tre biglietti per il tram, un Campari e 230 caramelle al rabarbaro. Per gli assidui frequentatori vi sono due “sacre” istituzioni. La prima è la vetrinetta delle paste che ha una funzione solo coreografica: “Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d’antiquariato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una […] Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvinarsi al sacrario. Una volta entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera […] Subito nel bar si sparse la voce. Hanno mangiato la Luisona! La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959 […] Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo […] Fu trovato appena un’ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda a dolori atroci. La Luisona si era vendicata”. La seconda istituzione è il “tecnico da bar” che ne costituisce l’anima, il sangue, l’ossigeno: arriva prima dell’apertura e aiuta il barista ad alzare la saracinesca; studia la Gazzetta dello sport e discetta su ogni disciplina sportiva in particolare sul calcio, dando consigli per la schedina, suggerendo e commentando le formazioni delle squadre e le tattiche che applicheranno il Toro, la Juve, il Milan.
Benni ha scritto anche il più straordinario e fantastico romanzo sul calcio: La Compagnia dei Celestini (1992) ambientato nella ricca e corrotta terra di Gladonia, dove si trova il terribile orfanatrofio dei Celestini gestito dai Padri Biffero e Bracco, dal priore Zopilote. Dal collegio fugge la Compagnia dei Celestini, mitica squadra di piccoli campioni di calcio che vuole partecipare al Campionato mondiale di Pallastrada organizzato dal Grande Bastardo. Tra mille inseguimenti e avventure sfilano i personaggi di cronisti sportivi, donne bionde e misteriose, pittori pazzi, magici campioncini della pallastrada, il Professor Eraclitus, l’Egoarca Mussolardi, l’uomo più ricco e fetente di Gladonia. Arrivano da tutto il mondo le squadre di pallastrada e, tra risate e colpi di scena, si svolge il campionato fino alla finale tra i Celestini e i Diavoli, dove si gioca duro e qualcuno “ci lascia le penne”, seguirà la finalissima e “il destino porta via chi se lo merita e chi non se lo merita”.
Manuel Vàsquez Montalbàn. Un grande scrittore europeo appassionato di calcio
Nel libro Calcio, una religione alla ricerca del suo dio (Frassinelli 1998) lo spagnolo Montalbàn formula delle acute osservazioni sul rapporto calcio-letteratura: “Sono stati soprattutto gli autori latino-americani a trasformare il calcio in una moderna forma di epica. E allo stesso modo in cui Paesi come il Brasile e l’Argentina esportano giocatori in tutto il mondo, l’epica calcistica di autori come Eduardo Galeano e Osvaldo Soriano è stata esportata in tutto il mondo. Questi scrittori hanno saputo presentare il calcio per quello che veramente è, ossia una forma d’arte popolare. In questi autori c’è una naturalezza, una semplicità che manca del tutto negli scrittori europei. Che infatti, nel loro intellettualismo, hanno sempre snobbato il calcio”. In una intervista ad Avvenire ha ancora dichiarato: “Il calcio si sta trasformando in una religione sostitutiva di tipo laico, con una sua ritualità, i suoi simboli, le sue cattedrali, le sue sette. […] In questo processo di globalizzazione del calcio, (è) uno sport che si trasforma in proposta di alienazione collettiva su scala planetaria, fondata sulla contrapposizione tra Nord e Sud del mondo, tra Paesi che importano giocatori e altri che li esportano. Tutto questo, fortunatamente, ha un contrappeso molto positivo nel carattere multirazziale del calcio contemporaneo”.
Nel 1988 Manuel Vàzquez Montalban ha pubblicato Il centravanti è stato assassinato verso sera, un romanzo noir interamente dedicato al calcio e ambientato a Barcellona, dove opera il detective privato Pepe Carvalho, disincantato, ironico e colto protagonista di tutti i suoi romanzi polizieschi. Nella metropoli catalana due club calcistici sono accomunati dall’arrivo di due nuovi centravanti. La squadra più ricca del Paese, “simbolo dell’identità catalana” (tutto lascia pensare al F.C. Barcellona), per rilanciare la propria immagine nella stagione 1988-1989 ha acquistato, su iniziativa del presidente Basté de Lyniola, imprenditore ed ex uomo politico, il centravanti inglese Jack Mortimer, un fuoriclasse vincitore della Scarpa d’oro. L’altro Fútbol Club è la Unió Esportiva Centelles (che esiste veramente), una squadra sul viale del tramonto che milita in una divisione regionale. Il suo presidente, l’imprenditore Sánchez Zapico, per cercare di risollevare il club dal suo declino ha ingaggiato il centravanti trentottenne Alberto Palacìn, che ha alle spalle un glorioso passato quando era una giovane promessa del calcio spagnolo, prima che un grave infortunio al ginocchio ne condizionasse la carriera. Alla squadra più ricca del mondo arriva una lettera anonima, nella quale si minaccia di uccidere il nuovo centravanti inglese: “Perché avete usurpato il ruolo degli dèi che in altri tempi guidarono la condotta degli uomini, senza arrecare conforti soprannaturali, ma soltanto la terapia dell’irrazionale. Perché il vostro centravanti vi fa gestire vittorie e sconfitte dalla comoda poltrona di cesari minori: il centravanti verrà ucciso all’imbrunire. Perché il vostro centravanti è lo strumento che adoperate per sentirvi dèi che gestiscono vittorie e sconfitte dalla comoda poltrona di cesari minori: il centravanti verrà ucciso all’imbrunire”.
Per scoprire chi è il folle autore della lettera e per proteggere la sua star calcistica, il presidente è costretto a ingaggiare Pepe Carvalho. Intorno al detective comincia a ruotare lo strano mondo del calcio con avvocati maneggioni, procuratori, addetti alle pubbliche relazioni, alberghi di lusso e locande malfamate frequentate da personaggi di un sottobosco urbano come Doña Concha, ex prostituta proprietaria di una pensione intestatale da un ex cliente; Marta, una giovane prostituta e tossicodipendente, ex universitaria, nullatenente e fidanzata di Marçal, pure lui tossicodipendente, disoccupato e nullatenente, figlio di un magnate delle demolizioni di Barcellona, ex universitario, succube della fidanzata.
Non si tratta del solito caso da risolvere, perché Carvalho si trova in mezzo ad avvenimenti complessi, diviso tra una Barcellona democratica, sportiva, benestante e una città che prova ancora qualche nostalgia della Spagna franchista e che, per preparare le Olimpiadi del 1992, è impegnata a rifarsi il trucco per mostrare al mondo intero una nuova immagine di sé dopo il quarantennio di dittatura franchista. Barcellona rimane sempre una città dal volto ambiguo, dove si muovono donne e uomini disorientati, consumati, con sogni e obiettivi da ricostruire; uomini scaltri alla ricerca di denaro, speculatori abili nei traffici immobiliari, nei sotterfugi, negli inganni, che cercano di approfittare del boom economico del Paese per accaparrarsi terreni e ricchezze a discapito di un proletariato che abita e vive ai margini della città e non ha una speranza di redenzione.
Per Montalbàn i moderni eroi sono i ricchi calciatori e gli uomini d’affari: “Il mito dell’eroe si è sempre basato sull’uomo potente o sul dio-uomo che vince il male e che il libera il suo popolo dalla distruzione e dalla morte. […] L’eroe viene circondato da testi sacri, cerimonie, per lui si canta, si balla, gli vengono offerti sacrifici e tutto ciò trasmette ai fedeli emozioni soprannaturali ed esalta l’individuo fino a portarlo a identificarsi con l’eroe. A questo uomo che crede nell’eroe, che vi si identifica, stiamo dando lo strumento per liberarsi dalla propria pochezza, della propria insignificanza e si crede dotato di una qualità sovrumana […] è il calcio o qualsiasi altro rituale della vittoria e della sconfitta […] L’eroe sportivo sostituisce i Napoleoni locali e i dirigenti sportivi sostituiscono gli dèi che ordinano il caos”.
I club calcistici più ambiziosi vogliono rappresentare la Spagna e vedono come un “drago” nemico le quadre avversarie di tutto il mondo, per cui il grande calcio finisce per trasformarsi gradualmente in oppio del popolo, in una distrazione necessaria per colmare le lacune di una società che ancora rispecchia le evidenti diseguaglianze sociali rappresentate da due club profondamente diversi: il ricco Fútbol Club può permettersi l’ingaggio del miglior attaccante inglese per puntare a vincere altri titoli; il Centellas deve accontentarsi di mettere sotto contratto un centravanti a fine carriera con un passato da ex promessa del calcio. Le indagini di Carvalho diventano così anche un pretesto per descrivere i cambiamenti subiti dalla sua Barcellona: “Le città si accettano perché sono un rifugio, come le patrie o i ricordi» sentenzia Pepe (Assassinio al Comitato Centrale), ma la Barcellona “città dell’infanzia” e “paesaggio della sua memoria” sta mutando davanti ai suoi occhi a causa delle speculazioni edilizie e anche sportive, perché il volano della “distruzione ricostruttiva” del sistema capitalistico una volta avviato non si ferma più.
Secondo Montalbàn, Barcellona sta perdendo i suoi caratteri di città portuale mediterranea per diventare una vetrina al servizio del turismo di massa, un “campionario architettonico di valore universale” (Il centravanti verrà assassinato verso sera), anche Carvalho cerca di reagire a quanto lo circonda con le armi dell’ironia e del cinismo del “duro”, dietro il quale si nasconde un carattere sentimentale. Il detective scopre l’inutilità delle indagini visto che la sua inchiesta non ricostruisce l’armonia infranta dal delitto; gli assassinati non troveranno giustizia, i mandanti e i colpevoli rimarranno impuniti, l’ordine sociale non sarà rinnovato nel segno di “giustizia è fatta”. La società non diventerà migliore, anzi confermerà la sua spietata sordidezza. La soddisfazione per avere scoperto l’intreccio, il movente e i responsabili dei crimini lascia quindi l’amaro in bocca a Carvalho, il quale cercherà di trovare consolazione nei succosi piatti della tradizione gastronomica e nel buon vino di Spagna.
Il Settempedano



