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Tacchini nell'aia
Tacchini nell'aia

Il Settempedano ai tempi della carta stampata. Cristiana Zampa: “Quella volta che il tacchino…”

Abbiamo fatto una simpatica chiacchierata con Cristiana Zampa, fondatrice del Settempedano e oggi direttore editoriale della testata che, quest’anno, taglia il traguardo dei venti anni di vita. A parte riportiamo la notizia dell’evento promosso per l’occasione da “i Teatri di Sanseverino”.

Cristiana, quando e perché nacque il Settempedano?

“Nacque 20 anni fa, il primo numero uscì ad ottobre del 1997, e nacque dalla necessità di creare uno spazio adatto ad ospitare le tante ed interessanti storie in cui mi imbattevo mentre svolgevo l’attività di corrispondente di vari quotidiani. Erano storie di settempedani, storie che i giornali a volte pubblicavano, ma solo se legate a fatti di attualità e solo parzialmente. Molti racconti, una volta passati sotto i tagli delle redazioni, che per lo più li utilizzavano per riempire le pagine in assenza di notizie di cronaca, perdevano il loro significato e io mi trovavo in grande imbarazzo nei confronti di coloro che quelle storie, spesso con grande orgoglio, mi avevano affidato e che avrebbero voluto condividerle nella loro interezza. Altra esigenza che si voleva soddisfare era quella di diffondere le notizie provenienti dal Palazzo comunale. Ricordo che ogni giorno, uscita dalla sede del Comune, sebbene posteggiassi in Piazza del Popolo, impiegavo circa un’ora per andare a riprendere la mia auto a causa delle tante persone che mi fermavano per chiedermi informazioni e notizie che avevo raccolto. Era la fine degli anni ’90, la legge sulla trasparenza amministrativa c’era ormai da qualche anno, ma i bilanci dei piccoli Comuni non consentivano di spendere soldi per iniziative editoriali. Allora ho unito le due cose e grazie al sindaco Fabio Eusebi, a cui il progetto piacque anche perché non dispendioso, grazie agli sponsor, che con una piccola spesa potevano avere uno spazio dove pubblicizzare le loro attività, grazie alla tipografia Bellabarba che mi ha messo a disposizione mezzi e professionalità, grazie all’intero Ufficio Postale che mi ha aiutato a trovare la formula giusta per raggiungere le 5.000 famiglie della città e grazie a un gruppo di amici convinti sostenitori dell’iniziativa, sono riuscita a partire ed è nato Il Settempedano“.

Che periodicità ha avuto fin quando lo hai diretto?

“Non ha avuto mai una periodicità regolare: quando trovavo i soldi e le notizie uscivo. Più o meno, comunque, ne venivano pubblicati 6 all’anno con cadenza quindi bimestrale e con un numero di pagine che variava a seconda della pubblicità e del materiale che riuscivo a raccogliere”.

Nel corso degli anni il giornale è diventato un punto di riferimento per la città: quali sono stati gli ingredienti giusti della tua ricetta?

“Comunicare in maniera semplice le decisioni dell’Amministrazione comunale, dando spazio anche alle opinioni delle minoranze e dei gruppi consiliari, e raccontare i fatti, le storie, dei nostri concittadini, inviando il giornale gratis in tutte le case, lo hanno reso uno strumento utile e interessante anche per chi magari non comprava giornali e non li leggeva neppure al bar. Ricordo che arrivarono alla redazione, creata nella mansarda di casa mia, tantissime lettere di congratulazioni. Ho anche però il ricordo di una signora che non voleva assolutamente ricevere Il Settempedano e me ne diceva di tutti i colori ogni qualvolta lo trovava nella cassetta delle lettere. Le dissi di parlare con il postino affinché evitasse di consegnarglielo, ma talvolta il postino si dimenticava e allora per me erano rimproveri…”.

Quante storie hai raccontato? Quali sono stati gli aneddoti più belli che ancora ricordi con piacere?

Il Settempedano ha fatto conoscere centinaia di storie di settempedani: uomini e donne molti dei quali non ci sono più, e che rappresentano ancora oggi uno straordinario patrimonio umano di cui la nostra città deve andare fiera. Tante storie che non si sarebbero mai sapute e sarebbero andate perse se non fossero state fissate per sempre in quelle piccole pagine. Ogni volta che usciva un numero, il protagonista o i protagonisti di quel giornale, vivevano veri propri momenti di gloria: ricevevano telefonate di congratulazioni, plausi da tanti, sia conoscenti che non. Si creava un insolito e piacevole momento di vicinanza che scaldava gli animi. Tra gli articoli che più mi hanno appassionato di certo quelli con storie di amicizie tra uomini e animali. Grande soddisfazione l’ho provata poi nel far incontrare per la prima volta un padre con una figlia. L’uomo raccolse l’appello che lei gli lancio dalle pagine del nostro giornale nascosto tra le righe di una poesia. Che dire poi dei racconti degli scherzi terribili che dei burloni fecero ad un loro amico o dei tanti successi professionali che molti settempedani hanno avuto in altre città o anche all’estero. Che il nostro compianto collega Mario Squadroni fosse un attento giornalista lo sapevano tutti, ma è grazie a Il Settempedano che in città si è saputo che era anche un eroe avendo lui salvato in più occasioni delle vite umane. Mi piace pensare che Il Settempedano abbia contribuito ad avvicinare la gente grazie alle reazioni positive che i suoi articoli provocavano. Anche se eravamo ancora nel campo dell’informazione mono-direzionale già si manifestavano, in un modo o in un altro, i primi “i like” e le prime “condivisioni” sotto forma di telefonate, strette di mano, sorrisi e commenti alla notizia. Prima però il rapporto umano era prevalente ora basta un click su una tastiera”.

Poi c’è stata l’intuizione, tua e di Dalmo Federici, di registrare il dominio su internet per lanciare il giornale anche sulla rete. Già vi prefiguravate i nuovi scenari dell’informazione 2.0?

“L’intuizione è stata principalmente di Dalmo, ingegnere elettronico, che da tempo “bazzicava” Internet. Già da diversi anni, su suo suggerimento, avevo registrato il dominio in vista di trasferire Il Settempedano in rete. E così, al momento giusto, grazie a te, Il Settempedano è stato messo online. Tutto così è più comodo, più economico ed immediato, più efficace. Tuttavia Folco Bellabarba che brontolando mi correggeva gli spazi, l’odore dell’inchiostro appena stampato, la difesa del giornale dai frequentatori della tipografia che sbirciavano in cerca di anteprime, i commenti della Piazza ad ogni uscita sono momenti che non tornano più”.

Ti manca un po’ Il Settempedano ora che vivi in Sardegna e non scrivi più?

“Del Settempedano sono ora una assidua lettrice, contenta che tu lo stia portando avanti con nuovi collaboratori. Alcuni di loro figli di “vecchi” collaboratori. Strano a dirsi, ma non mi manca il giornalismo: per tanti anni mi sono fatta gli affari degli altri… ora mi faccio volentieri i miei. Tuttavia capita ancora che mi trovi a scrivere come addetta stampa di qualche iniziativa promossa da amici e l’antica passione si riaccende. Poi c’è il mare che mi chiama e… cambio idea in un attimo lasciando a casa il cellulare”.

C’è un articolo che avresti voluto scrivere su Il Settempedano?

“Dopo aver scritto per anni delle scorrettezze e ingiustizie sopportate da altri, avrei voluto raccontare anche la storia di mia madre, dei torti da lei subiti nel momento più brutto della sua vita da persone che profondamente amava come figli e che, anche professionalmente, si sarebbero dovute occupare di lei. Ma era una donna che perdonava e non avrebbe voluto che facessi del male a quelle persone e quindi, vinta la battaglia legale, ho lasciato perdere. Chi deve sapere, sa. Questo per dimostrare che ci sono fatti, anche di rilevanza pubblica, come questo lo era, che possono anche non diventare notizie. Ma tutto ora su internet è notizia: gioie e dolori, tutto è condiviso. Ma fino a che punto realmente c’è la partecipazione delle persone al dolore o alle gioie altrui? La miriade di informazioni che ci cadono addosso ogni giorno a me provocano un effetto di distacco anziché di condivisione. Apprezzo però Il Settempedano online perché il filtro del giornalista, in questo caso il tuo, si percepisce. So che quando leggo un tuo articolo o quello di uno dei tuoi collaboratori, è perché merita di essere letto. E lo leggo con attenzione e con interesse emotivo”.

Da donna, cosa ne pensi delle notizie sulle molestie che molte attrici e donne dello spettacolo hanno subito per poter lavorare?

“Mi verrebbe da dire: perché solo loro fanno notizia? E tutte quelle che lavorano in fabbrica o negli uffici che subiscono le medesime molestie? Quelle non contano? Ma voglio concludere facendoti fare uno scoop: anche io ho subito molestie. Ebbene sì, è lo scotto che ho dovuto pagare per poter intervistare gli anziani fratelli Dari Mattiacci, a Gaglianvecchio. No, non furono loro a molestarmi: saggiamente ritenevano di essere arrivati a toccare le loro venerande età proprio perché si erano tenuti ben lontani dalle donne. A molestarmi fu un grosso tacchino “da guardia” che razzolava nell’aia fuori dalla loro abitazione e che non appena mi vide mi si lanciò contro conficcandomi il becco in un polpaccio. E qui, oltre allo scoop, c’è anche l’utilità della notizia: donne quando andate in campagna, se pensate di poter incontrare un tacchino, mettetevi gli stivali!”.

Mauro Grespini