di Alberto Pellegrino
Ricorre quest’anno il 440° anniversario di due eventi molto importanti per San Severino. Il 27 ottobre 1586, con un apposito breve apostolico, il papa Sisto V conferisce a San Severino il titolo di “Città”, un riconoscimento concesso per meriti storici, economici e politici a una comunità che da anni è pienamente inserita nello Stato pontificio. Sul piano pratico il titolo consente di esercitare una relativa autonomia giuridico-amministrativa regolata da uno apposito statuto; concede inoltre al capo della magistratura comunale il diritto di fregiarsi del titolo di gonfaloniere.
Il 26 novembre 1586 Sisto V, con la bolla Superna dispositione, istituisce la diocesi di San Severino, nomina il primo vescovo e innalza a cattedrale l’antica Chiesa nel 944 dove, secondo un’antica tradizione, era stato sepolto il corpo di Severino vescovo di Settempeda, quando gli abitanti avevano abbandonato la città romana e si erano rifugiati sul Monte Nero per costruirvi un nuovo centro fortificato, a cui avevano dato il nome del loro santo vescovo (cfr. Vita sanctorum Severini et Victorini, manoscritto del VII- VIII sec. d. C).
Un risultato positivo, collegato a questi due eventi, arriva nel 1607, quando la città è sottratta alla giurisdizione dei Legati della Marca e diventa un Governatorato autonomo con l’insediamento di un Governatore pontificio che stabilisce la sua sede in un palazzo nella parte alta dell’antica Piazza del Mercato. Intorno a questo ampio spazio porticato, fin dal Cinquecento, si è andato formando, lungo la riva destra del fiume Potenza, il nuovo centro urbano con la costruzione di chiese, palazzi d’importanti famiglie aristocratiche e interi quartieri popolari, mentre nel circondario sono sorti intorno alle pievi dei piccoli borghi, nei quali risiede una parte rilevante della popolazione che trae sostentamento dai campi coltivati a mezzadria.
Agli inizi del Cinquecento San Severino era stata colpita da una grave crisi economica e sociale a causa della pestilenza del 1523, che aveva provocato l’estinzione di circa due terzi della popolazione e un esodo forzato: “Sentì la città nostra amarezza nell’influenza del pestifero morbo, per estinzione di due terzi del suo popolo, restando poco meno che in tutto abbandonata: poiché le famiglie intere fuggivano nella campagna, per monti e per valli e luoghi di solitudine, non cercandosi altro utile che campar la vita” (Valerio Cancellotti, Historia dell’antica Città di Settempeda, ms. XVII secolo, Biblioteca Comunale di San Severino). Solo nella seconda metà del Cinquecento si verifica una ripresa dell’agricoltura, del commercio e dell’artigianato, con un ulteriore ampliamento urbanistico intorno alla Piazza del Mercato e con lo spostamento della popolazione a fondo valle, fenomeno che si completa nel Seicento come dimostra la Pianta di Cipriano Divini (1640).
Nel Seicento San Severino si colloca tra le città di media grandezza con una popolazione che supera di poco i 3 mila abitanti, i quali risiedono nella parte bassa, mentre una piccola parte di abitanti ancora vive nel centro fortificato del Monte Nero, dove si trova il Palazzo del Gonfaloniere e del Consiglio di Reggenza, il Palazzo vescovile e la Cattedrale. Si registra anche una rinascita culturale che, senza toccare punte d’eccellenza, raggiunge risultati a volte di notevole valore nelle arti figurative grazie alla presenza di pittori di una certa rilevanza come Giulio Lazzarelli e Paolo Marini.
San Severino, come il resto delle Marche, trae vantaggio da fenomeni rilevanti sul piano socio-culturale come la creazione d’istituzioni scolastiche rette da religiosi, la diffusione della stampa, la creazione di una biblioteca pubblica, la costruzione di una prima sala teatrale, lo sviluppo delle vicine università di Camerino e Macerata.
La rinascita culturale legata alle Accademie
Tra la fine del Cinquecento e la metà del Seicento vengono fondate a San Severino due importanti Accademie destinate a incidere positivamente sulla vitta cittadina, avendo lo scopo di promuovere attività letterarie, teatrali e musicali, le ricerche filosofiche e storiche, gli studi giuridici e scientifici, la teologia, l’archeologia e le arti figurative. Le Accademie sono associazioni promosse da privati cittadini che, pur esprimendo realtà diverse e spesso contraddittorie, rappresentano una forma di autorganizzazione degli intellettuali impegnati nei loro studi e impegnati a difendere la libertà di pensiero. Queste società di letterati, artisti, giuristi e scienziati costituiscono un enclave che sfugge alla rigida censura della Chiesa controriformista, che vorrebbe adeguare tutte le attività culturali e creative ai suoi principi per una difesa delle posizioni ortodosse e per fare un’opera di propaganda contro il protestantesimo. Viene pertanto istituito l’Indice dei libri, nel quale sono individuate le opere ritenute pericolose per la fede; la Chiesa si riserva il diritto di concedere o negare l’imprimatur (il “si stampi”) alle singole opere; condanna gli autori giudicati pericolosi e impone sanzioni anche a stampatori e librai che pubblicano e vendono opere giudicate eretiche o immorali.
Le Accademie sono solite scegliere dei nomi che definiscono con sottile ironia, con una “finta” modestia o con una ostentata originalità lo “spirito” dell’istituzione (Sonnolenti, Intronati, Inquieti, Neghittosi) e anche le Accademie di San Severino non sfuggono a questa moda quando scelgono la denominazione di Accademia dei Conferenti della Florida e Accademia degli Agitati.
Le Accademie accolgono cittadini di estrazione sociale aristocratica o alto-borghese, dotati di particolari qualità intellettuali, considerati degli “uguali” per dignità e preparazione culturale. Si tratta pertanto di un fenomeno elitario, riservato alle classi sociali più colte e benestanti, con una totale esclusione del proletariato urbano e delle popolazioni contadine, del resto condannate all’analfabetismo a causa della povertà e della mancanza di scuole pubbliche.
Le Accademie hanno tuttavia il merito di sostituirsi alle corti dei piccoli Stati italiani che hanno progressivamente perso il loro peso politico, per cui si verifica a una “migrazione” degli uomini di lettere verso istituzioni capaci di garantire il confronto e la comunicazione fra i componenti e di assicurare un incremento della produzione letteraria e teatrale, della ricerca erudita e archivistica. La vita accademica diventa l’espressione di una vitalità esaltata dai complessi rituali che regolano le ricorrenti adunanze dedicate alle disquisizioni filosofiche e scientifiche, alla declamazione di versi, alla lettura di brani letterari, alla elaborazione di nuove forme teatrali, per cui queste assemblee accademiche diventano anche l’occasione per allestire spettacoli sontuosi, arricchiti dalla musica, dal canto e dalla danza, contribuendo alla creazione di una civiltà dello spettacolo.
L’Accademia dei Conferenti della Florida
La vita culturale cittadina subisce il positivo influsso dei Padri della Congregazione dell’Oratorio che, sotto la guida del padre Antonio Talpa (1536-1624), hanno fondato nel 1579 una comunità che è considerata la prima filiale della Casa-madre romana e per questo definita da Filippo Neri la “figlia primogenita” della sua Congregazione. Nel 1580 il padre Muzio Achillei, uno studioso di teologia, retorica, matematica e diritto, fonda l’Accademia dei Conferenti della Florida; diventa il primo Priore, fa disegnare lo stemma che contiene un campo di fiori sul quale si posano delle api per succhiare il nettare e quindi rientrare negli alveari con intorno il motto Unus nullus. Nello Statuto sono fissate le regole associative nelle quali si stabilisce che gli accademici “si sforzino di essere buoni Christiani, confessarsi spesso, il che si(a) ogni mese, et facendo altre opere buone continuamente”; si stabilisce che si devono accettare “persone nobili, di buona vita virtuose, et habbino fatto et siano per fare buone riuscite ciascuno nelle virtù a’ i quali sarà inclinato, à tal che loro all’accademia et non l’Academia à loro faccia honore”.
Nel corso di un’assemblea, con voto segreto o pronunciato a “viva voce”, viene eletto il Principe, al quale spetta di scegliere un Cancelliere che ha il compito di custodire il sigillo dell’Accademia e di compilare il libro dove si annoteranno “tutte le honorate attioni che si faranno nell’Academia”. Per entrare nell’istituzione è necessario essere presentati da un Accademico “con una bella oratione (e)splicando in qualche parte le sue virtù”; nella prima assemblea il candidato sarà accettato con voto segreto e dovrà presentare una sua composizione per ringraziare gli Academici. Ogni primo maggio, festa della “Presentazione al Tempio della Beatissima Vergine” eletta a protettrice dell’istituzione, si tiene “un’academia universale et publica con la presenza del Signor Podestà del magistrato et altri cittadini”, nella quale si affrontano argomenti su materie stabilire dal Principe e ogni accademico deve presentare una composizione che ritiene valida, mentre gli Accademici assenti devono mandare un discorso che sarà letto nell’Assemblea. Nessun Accademico può rimanere inattivo per un anno a cominciare dal giorno del suo ingresso; ognuno deve scegliere uno stemma con il motto e il nome che lo distingue e che dovrà essere approvato dalla maggioranza degli Accademici. Nessuno potrà pubblicare e far circolare un’opera senza la preventiva autorizzazione del Cancelliere. Eventuali controversie tra gli Accademici saranno sottoposte al giudizio del Principe.
Nel 1601 i Padri dell’Oratorio devono lasciare il Santuario della Madonna dei Lumi per essere sostituiti dai Padri Barnabiti, per cui la comunità filippina si trasferisce nel Convento e nella Chiesa di San Benedetto (poi consacrata nel 1622 a San Filippo). Nel 1620 il vescovo Ascanio Sperelli assegna l’Oratorio annesso alla Chiesa di San Filippo come sede definitiva dell’Accademia dei Conferenti della Florida.
Nella prima metà del Seicento l’Accademia ha il suo massimo sviluppo e rappresenta una piccola “repubblica degli ingegni”, alla quale aderiscono i componenti delle più illustri famiglie cittadine, persone che esercitano le libere professioni o che si distinguono nel campo delle lettere, della poesia, della storia, della filosofia, della teologia, del teatro, delle scienze. Si registra la presenza d’illustri personalità come Giovanni Severani (1560-1640), che durante il soggiorno in città mette a punto un metodo di predicazione caratterizzato dall’alternarsi di parte oratorie e intermezzi musicali, il quale sarà poi applicato dai Padri dell’Oratorio in tutto il mondo; il drammaturgo Virgilio Puccitelli (1599-1654), residente presso la Corte reale di Varsavia; monsignor Giovanni Ciampoli (Firenze 1590–Jesi 1643), chiamato a ricoprire la carica di Governatore di San Severino dal 1637 al 1640, un elegante poeta e letterato, che ha lasciato le opere in prosa Poetica sacra, Prose, la raccolta Poesie funebri e morali, dove compare anche una Canzone del fiume Potenza.
L’attività teatrale dell’Accademia dei Conferenti della Florida
Tra le attività accademiche è lecito pensare che sia rientrato anche il teatro, perché nell’archivio dell’Accademia si trova il manoscritto della favola pastorale Le Ninfe della Foresta di Potenza e del Monte Nero di autore ignoto, suddivisa in tre parti e scritta per il matrimonio di Marc’Antonio Bruno con Barbara Margarucci.
Nella prima parte le “Ninfe del bel Piceno/che dall’alta foresta/a riveder venite/dell’ondosa Potenza il letto ameno”, le quali circondano Himeneo, il dio protettore delle nozze, disceso dal “luminoso impero” fino ai piedi del Monte Nero, dove un tempo era “l’estinta Settempeda”, perché con “dolci canti” vuole “beare i fortunati amanti” che sono “delle forze mie pregio maggiore/Coppia gentile in sì felice giorno”. Nella seconda parte le Ninfe del Potenza accompagnano Venere e il dio Amore che “con pudico strale…due bell’alme punse” per congiungere con un “nodo fatale” il “sommo valore” dello sposo e la “gran beltà” della sposa, invitando la divina madre ad ammirare i due sposi che di “pura fiamma ardono i petti”. Per opporsi allo scetticismo di Venere, le Ninfe dicono che “Senz’Amore il sol non splende/né la terra il seno infiora” ed Amore conferma che “tra pure fiamme e bruna fede/e tra pensier d’alta honestate/pudico amante troverà mercede”. Nella terza parte le Ninfe del Monte Nero si mostrano ostili verso il dio Amore che “ha con ingiuste leggi / riempito il suo regno / d’ira, di gelosia, d’odio, e di sdegno”. Le Ninfe ricordano che sul Colle della Luce abitava la futura sposa ammirata per la sua bellezza, mentre ai piedi del Monte Nero lo sposo attendeva che si realizzasse il suo sogno d’amore, quando eco comparire Amore che invita le Ninfe del Monte Nero, della Foresta e del Potenza a “cantar di beltà ch’il mondo ammira / e della gran Settempeda gli honori”. Le Ninfe rispondono che “de’ gli sposi felici i chiari fregi / risuonano hor tra la caduta gente. / Già barbari guerrieri, et empi Regi / l’antiche glorie hanno oscurate, e spente”. Amore esorta le Ninfe a godere “d’un amoroso ardore / e dalle vostre fiamme il mondo apprenda / come in terra s’imperi, e in ciel si splenda”. Insieme a Venere, le Ninfe esaltano la vittoria di Amore che segna la nascita di una nuova età dell’oro.
L’Accademia degli Agitati
Nel Seicento si verifica in Italia e nelle Marche la massima diffusione delle Accademie che contribuiscono allo sviluppo di una brillante stagione culturale. Anche a San Severino nasce nel 1657 l’Accademia degli Agitati, fondata dal patrizio Priamo Beni che mette a disposizione il suo palazzo destinato a diventare “il Parnaso ove comparivano in scena le Muse Settempedane a far pompa con spesse adunanze de’ loro armoniosi canti”, un mondo formato da giuristi, storici, latinisti, poeti, drammaturghi e pittori, tutti “soggetti studiosi di elevati spiriti, onorati di elegante erudizione” (Girolamo Talpa, Memorie della antica e nova città di Settempeda). Gli Accademici, con la loro attività multidisciplinare, si propongono di far rivivere il mondo classico come si afferma in questo sonetto: “Qui ‘ve tumido sorge altero il fronte/del Nero Colle; ov’lle falde amene/del bel Potenza, le dorate arene/riga placida l’onda e bagna il Monte./Qui siede Pinde, e qui d’Esiodo il fonte/scopre fecondo al Sol le ricche vene, qui Settempeda giace, e quivi Athene/il genio accoglie, e le sue voglie ha pronte./Qui Regia Pecchia li più dolci favi/de’ suoi libati fiori sparge per voi/e di Comica dà leggi più gravi”.
Il nome degli “Agitati” trova una spiegazione nello stemma dell’Accademia, dove è rappresentato un fuoco alimentato da due venti contrapposti a simboleggiare la voglia di conoscenza che muove la mente degli Accademici sospinta dai venti della ragione e della fantasia. Nello stemma è inciso il motto Alit et auget (alimenta e accresce), mentre nel sigillo è inclusa la frase Accad. Agitatorum S. Severini seguita da una piccola ape, simbolo araldico della famiglia Barberini (la Regia Pecchia). Infatti l’Accademia ha scelto come protettore il cardinale Antonio Barberini (1607-1671), nipote del papa Urbano VIII, uomo di grande potere, ma anche grande mecenate e promotore delle arti, al quale sono dedicate molte opere letterarie degli Accademici. Un suo ritratto, dipinto da Giulio Lazzarelli, troneggia nella Sala Grande di Casa Beni, dove si svolgono le adunanze dell’Accademia, che si è anche posta sotto la tutela spirituale della Madonna dei Lumi, dei santi Severino e Illuminato.
Tra i componenti dell’Accademia si distinguono il giurista Giacomo Boccaurati che nel 1671 compilerà gli statuti della città; il drammaturgo e poeta Gian Giacomo Gentili, autore del dramma per musica L’Analinda o vero Le nozze con l’inimico, musicato da Alessandro Scarlatti nel 1695; Ottaviano Gentili, studioso di astronomia e noto soprattutto per i suoi studi sul calcolo e la costruzione delle meridiane, autore del trattato Degli orologi da sole sotto il grado 43, un testo che contiene le regole per la realizzazione di orologi solari; il pittore Giulio Lazzarelli (1607–1667), esponente del barocco marchigiano attivo con opere pittoriche e affreschi in diverse chiese e santuari nelle province di Macerata e Ancona; lo storico e letterato Vincenzo Scampoli, noto soprattutto per il trattato politico-religioso Discorso apologico in difesa della milizia ecclesiastica, nel quale affronta il tema del ruolo delle armi e della difesa militare dello Stato della Chiesa.
Nell’archivio dell’Accademia si trova una vasta raccolta manoscritta di sonetti e canzoni, di prolusioni di carattere religioso, morale ed encomiastico di vari autori che, nel Novecento, la critica aveva la tendenza a considerare dei letterati di professione senza particolari pregi, dei nobili sfaccendati e annoiati che volevano atteggiarsi a mecenati, dei “mercenari” della cultura. Studi storico-letterari più recenti hanno espresso sulle Accademie un giudizio meno severo e hanno visto negli Accademici non dei perdigiorno ma delle persone impegnate nella vita pubblica, che spesso sono stati chiamati a ricoprire cariche di responsabilità nel governo della città o nelle Congregazioni religiose, degli intellettuali impegnati ad arricchire il loro sapere e a dare un contributo alla comunità.
L’attività teatrale nell’Accademia. Il dramma pastorale “Le campagne d’Anfriso”
Tra gli “Agitati” ci dovevano essere degli autori che si dedicavano al teatro, visto che tra i manoscritti vi è il prologo di una commedia Il Sospetto, un canovaccio intitolato Il trionfo della purità destinato ad allestire una “Mascherata dei Cavalieri del Potenza alle Belle Dame del Monte Nero”. E’ poi rimasto quasi completo il manoscritto della favola pastorale Le campagne d’Anfriso di autore ignoto, la quale appartiene a un genere teatrale che nel Seicento gode di grande popolarità, perché porta sulla scena amori di ninfe e pastori, di umani e divinità mitologiche in una fantastica e incontaminata Arcadia, una regione di boschi, fiumi, ruscelli, prati in fiore, aure profumate impreziosite dal canto degli “augelli”. Nella favola pastorale la parola, il canto e la musica tendono a esaltare il gusto per la magnificenza e per il meraviglioso: “Or tra le pompe e gli imenei festosi/ampi teatri e scene eccelse indoro:/espongo oggi fra loro/al forsennato vulgo amor ascosi, /e tra bei suoni e canti/mostro d’antichi dei vari sembianti” (Gabriello Chiabrera, “Prologo”, Il rapimento di Cefalo).
Le campagne d’Anfriso, rappresentata nel 1661 e presumibilmente interpretata dagli stessi Accademici, riflette il climax del teatro barocco e trae ispirazione da un tema mitologico allora in voga: la storia degli amori tra Apollo e Dafne nella quale la metamorfosi diventa un elemento chiave.
Nella prima azione il dio e la ninfa diventano vittime della volontà di vendetta di Venere e del desiderio di dominio del dio Amore. La metamorfosi di Dafne esalta la vendetta di Venere che vuole punire la superbia di Apollo, che sta godendo della pace della natura, nella quale vuole “sugger cure innocenti a boschi in seno” e che preferisce la caccia alle “mollitie d’Amor alma impudica”. Colpito dagli strali di Amore, il dio rimane folgorato dalla bellezza di Dafne e vuole possederla. Per sfuggire ad Apollo, la ninfa chiede di essere trasformata in alloro e al dio non resta che cantare il suo “delirio amoroso” causato dalla perdita di una bellezza che rivaleggia con quella del sole e trovare consolazione nel servirsi del lauro per incoronare sovrani, eroi e artisti dalle “Alme sublimi”.
Nella seconda azione Apollo, che vuole vendicarsi, priva la Terra della luce del Sole, ma compare Giove che lo rimprovera e gli ordina di restituire la luce al mondo; quindi ordina ad Amore di liberare il dio da ogni schiavitù amorosa, ma il piccolo dio alato si riserva di colpire ancora Apollo.
Nella terza azione, in un giardino ai piedi dell’Etna, Amore esprime il dolore e lo sdegno per la sconfitta subita da parte di Giove, quando compare Venere che lo accusa di essere un vile incapace di dominare il Fato. La dea gli indica una nuova preda per riaffermare il suo potere: far innamorare la bella Aurora del giovane Orione, così Apollo perderà l’ancella preferita e sarà interrotto l’avvicendarsi del Giorno con la Notte con lo sconvolgimenti dell’ordine stesso dell’universo. Con un colpo di teatro, destinato a “suscitar meraviglia”, si spalanca il monte e appare l’officina di Vulcano che sta lavorando con i Ciclopi per fornire ad Amore le frecce destinate a colpire Aurora.
La quarta azione si svolge nell’isola di Creta, dove Orione sta cacciando le prede da consacrare a Diana, ma al sopraggiungere della notte si addormenta. Arriva l’Aurora sopra un carro fiorito e spinto dagli “zeffiri lascivetti” che applaudono l’arrivo del mattino “smaltato” di fiori, tra cui le rose profumate che tingono l’alba di rosso. Il dio Amore approfitta di questo momento per colpire Aurora che innalza un inno d’amore per Orione. I due amanti decidono di fuggire insieme: la dea è pronta a lasciare l’emisfero avvolto in una eterna notte, mentre Orione è pronto a seguirla anche nell’oltretomba, perché “hoggi mi cangia il Fato/ in un mostro d’Amore”. Probabilmente è andata smarrita l’ultima pagina del manoscritto, perché nell’argomento si dice che nel finale Amore innalzerà un canto per festeggiare questa vittoria insieme ai “Numi dell’oceano, che sorgendo dall’onde, celebrarono con esso lui il meritato trionfo”.
Il Settempedano





