di Alberto Pellegrino
La predicazione di Francesco d’Assisi ha trovano un terreno particolarmente fertile nella regione allora chiamata la “Marca d’Ancona” e compresa tra Ascoli e il Montefeltro, abitata da persone disposte ad accogliere l’insegnamento francescano fondato sull’amore, l’umiltà, la povertà e lo spirito di pace. Dopo l’Umbria, quest’area chiusa tra gli Appennini e l’Adriatico è caratterizzata da una fitta rete di eremi e conventi, comunità francescane che il centro di valori evangelici e di progresso spirituale contrapposti a una società basata sulla supremazia del potere e sulla violenza, dove la stessa Chiesa si mostra troppo ossequiente alla regole del mondo.
Il movimento francescano crea nella Marca di Ancona “una trama di ospedali dell’anima, fatti a posta per iniziare e sviluppare nel segreto della propria anima l’opera di risanamento. Il convento francescano non è un’oasi, un comodo rifugio, è il simbolo di un’offerta, insomma nelle intenzioni del fondatore no dovrebbe avere porte e restare aperto notte e giorno alla sterminata famiglia dei poveri, degli afflitti e di quanti la città organizzata emargina e, senza dirlo, condanna” (Carlo Bo).
A testimoniare il peso del movimento francescano nelle Marche vi sono I fioretti di san Francesco (1322/1328), un’opera da un autore marchigiano che ha raccolto una serie di racconti sulla vita di Francesco e dei suoi discepoli, dove il santo è posto come esempio di una vita cristiana che vuole esaltare i valori dell’umiltà, della carità, dell’amor di Dio, della rinuncia ai beni del mondo e della comunicazione fraterna con tutti gli uomini, gli animali e gli altri elementi del creato. I fioretti sono la traduzione in lingua volgare del testo latino Atti del beato Francesco e dei suoi compagni scritto da Ugolino da Brunforte detto anche Ugolino da Montegiorgio (1255/1260 circa – 1344/1345). Suo padre Rinaldo, appartenente a un’antica e nobile famiglia, è stato il signore di Sarnano, mentre Ugolino entra nell’Ordine dei frati minori all’età di sedici anni e presta il suo noviziato nel convento di Roccabruna (nei pressi di Sarnano), quindi passa la maggior parte della sua vita nel convento di Santa Maria di Montegiorgio.
Domenico da Leonessa
Sono numerose le figure di notevole rilevanza tra i Francescani che hanno operato nelle Marche e tra questi va annoverato Domenico da Leonessa, nato a San Severino intorno alla meta del XV secolo poi emigrato al seguito dei suoi genitori, quando era ancora un bambino, da San Severino nel piccolo centro abruzzese di Leonessa (oggi provincia di Rieti), che sorge sul versante settentrionale del Monte Terminillo. Entrato nell’Ordine francescano, Domenico è quasi stabilmente presente nella provincia religiosa marchigiana, dove ricopre incarichi importanti tanto da diventare per sette volte vicario provinciale. Nel 1467 è nominato vicario della Bosnia e Dalmazia, ma deve abbandonare l’incarico, perché soffre di mal di mare e quella provincia poteva essere raggiunta solo per via marittima. Nel 1476 è ritornato stabilmente nelle Marche, dove ha svolto una intenza attività come predicatore molto apprezzato dai fedeli secondo le testimonianze di suoi contemporanei, che gli riconoscevano il merito di avere contribuito alla diffusione del movimento francescano nella regione fino alla morte avvenuta il 20 aprile 1497.
Domenico è ricordato anche per essere stato la guida spirituale della Beata Camilla Battista da Varano, figura di rilievo nella storia della religiosità francescana femminile del Quattrocento. La suora ha riconosciuto i meriti di Fra Domenico nella sua formazione e gli ha dedicato La vita spirituale, la sua opera più famosa che inizia con queste parole “Sapiate, dolce e dilettissimo padre mio, che tutta la vita mia spirituale ha avuto origine, principio e fundamento da vui e non da altri”.
La costituzione dei Monti di Pietà
Il nome di Domenico da Leonessa è anche noto un’attività di notevole importanza sociale ed economica come la fondazione dei Monti di Pietà, alla cui promozione e diffusione si è dedicato nella seconda metà del Quattrocento. Queste istituzioni creditizie sono state ideate e creare dai Francescani per contrastare l’usura e rappresentano una delle pagine più belle nella storia religiosa e sociale del francescanesimo marchigiano, perché sono il frutto dell’amore per i più poveri e costituiscono una originale capillare rete di assistenza. I Francescani condannavano gli sperperi del lusso per la loro natura antisociale; nello stesso tempo si battevano contro l’usura considerata la causa della rovina di tanti gruppi familiari e l’origine di vite segnate dalla piaga della povertà.
Nella società medioevale il prestito era erogato da cambiavalute e banchieri con tassi d’interesse che oscillavano tra il 14-20 e il 30-50 per cento con punte fino all’80 per cento. Si trattava pertanto di una piaga sociale che colpiva soprattutto le classi più povere condannate, nel caso d’insolvibilità, a perdere i beni dati in garanzia e quindi a cadere in una condizione di miseria ancora più grave. Rimediare ai danni provocati dall’usura, i Francescani hanno pensato di creare i Monti di Pietà consideratu “l’unico humano rifugio de esso sventurato popolo manecato, stracciato e devorato” (Marco da Montegallo, Tabula della salute).
I Monti di Pietà sono stati fondati per dare in prestito somme di denaro in una quantità stabilita caso per caso sulla base delle effettive necessità del richiedente senza chiedere in cambio nessun interesse. Era sufficiente lasciare in deposito un oggetto o qualsiasi bene di pari valore della somma ricevuta, un pegno che veniva riconsegnato al momento della restituzione della somma prestato, oppure era trattenuto e quindi venduto per rimborsare il Monte di Pietà della perdita di denaro subita.
In un secondo momento l’Ordine francescano ha deciso d’introdurre interessi più bassi rispetto a quelli praticati dal mercato finanziario (5-10 per cento), interessi giustificati dalla necessità di coprire le spese di gestione del Monte stesso. In questo modo riusciva a prestare del denaro e ha mantenere integro il principio della solidarietà, poiché il piccolo interesse richiesto non era una fonte di lucro, ma solo una garanzia per tutelare i prestiti concessi.
Nel suo insieme quella dei Monti di Pietà è stata una iniziativa socio-economica che ha prodotto notevoli effetti, perché ha messo in discussione e ha superato l’ostacolo della posizione ufficiale della Chiesa medievale, secondo la quale prestare denaro a usura o comunque a interesse era da considerare un furto e quindi un peccato capitale. Infatti solo ai banchieri ebrei (in quanto non cristiani) era ufficialmente concesso di prestare denaro con interessi in misura differenziata e spesso incontrollata, anche se vi erano degli operatori cattolici che esercitavano sia il prestito di denaro sia l’usura e tra questi vi erano anche individui appartenenti al clero.
Il primato dei Monti di Pietà nelle Marche
La rete dei Monti di Pietà è stata ideata e sviluppata in ambito francescano nella seconda metà del XV secolo prima nelle Marche e nell’Umbria, per poi diffondersi in tutta l’Italia. Della loro importanza si è già accennato e, se il Concilio di Trento non avesse ridotto queste istituzioni finanziarie solidali a semplici enti di assistenza snaturando la loro portata, l’Italia avrebbe forse avuto un’altra storia, dato che i Monti di Pietà erano sorti in ogni città, dalle più grandi alle più piccole, per cui la loro soppressione o trasformazione sono state una delle eredità negative lasciate dalla Controriforma tridentina.
Per diverso tempo si è ritenuto che il Monte di Pietà di Perugia, fondato nel 1462 da Fra Michele Carcano, sia stato il primo a nascere in Italia, ma ulteriori ricerche storiche hanno appurato che il primo Monte di Pietà è stato fondato ad Ascoli Piceno nel 1458 su iniziativa di Fra Domenico da Leonessa, ritenuto anche l’inventore del nome di queste istituzioni.
L’attribuzione è stata fatta sulla base di una nutrita documentazione rinvenuta ad Ascoli, in particolare sono risultati importanti gli appunti presi dai notai prima di redigere i verbali delle sedute comunali (chiamati bastardelli), perché in questi biglietti del periodo 1456-1461 è stato scritto che nel 1458 era presente ad Ascoli Fra Marco da Montegallo, impegnato a tenere un corso di predicazione per comporre le discordie cittadine e per mettere fine alla usura praticata dagli ebrei, un uomo che godeva di grande prestigio per essere l’inventore dei Monti di Pietà e delle regole che reggevano queste istituzioni. Nello stesso periodo era presente in città anche Domenico da Leonessa, il quale con una felice intuizione fonda il primo Monte di Pietà, la cui nascita era stata invece attribuita a Marco da Montegallo.
Dopo il Monte di Pietà di Ascoli, per tutta la seconda metà del Quattrocento, sono stati istituiti nelle Marche ben ventotto Monti di Pietà su iniziativa del Minori Osservanti della Provincia Picena secondo le regole dettate da Marco da Montegallo e da Domenico da Leonessa. Nel 1468 sono nati i Monti di Pietà a Recanati e a Urbino (fondati da Domenico da Leonessa); sempre nel 1468 Fra Fortunato Coppoli da Perugia ha fondato il Monte di Pietà a Pesaro e a Macerata che è nato su iniziativa di Fra Giovanni da Ripa Cerreta. A Fabriano il Monte di Pietà è stato creato nel 1470 da Marco da Montegallo, il quale ha aperto anche i Monti a Fano e a Tolentino nel 1471, a Jesi nel 1472, a Fermo nel 1478. Lo Statuto di quest’ultimo Monte, l’unico completo che sia pervenuto fino a noi, contiene le regole da seguire per fondare e reggere queste istituzioni. Nel 1491 Francesco da Caldarola ha aperto il Monte di Pietà nella sua cittadina e nel 1522 Giacomo della Marca ha creato il Monte a Sarnano; nel 1584 è stato fondato un Monte a Pollenza. Tra la metà del Quattrocento e il primo Cinquecento sono stati inaugurati i Monti di Pietà di Apiro, Arcevia, Camerino, Matelica, Montecosaro, Montefano, Offagna, Osimo, San Ginesio e Treia. Occorre anche ricordare che la gestione dei Monti di Pietà non è risultata sempre limpida e cristallina, dato che diversi Monti hanno dovuto chiudere i battenti per l’incapacità o la disonestà degli amministratori; esemplare è stato il caso del cassiere di Macerata che nel 1510 è stato sorpreso in flagrante malversazione.
Il Monte di Pietà di San Severino Marche
Il movimento francescano ha trovato profonde radici a San Severino anche per le due visite effettuate da Francesco d’Assisi, che sono state documentate nelle “Vite” di Tommaso di Celano e di Bonaventura da Bagnoregio. La prima volta Francesco, insieme al compagno Fra Paolo, arriva da Osimo e porta con sé una pecorella raccolta per strada, la consegna alle monache del Monastero di Colpersito, che hanno accolto l’animale e con la sua lana hanno tessuto una tonaca da inviare al santo nel convento di Santa Maria degli Angeli. Il secondo passaggio di Francesco è avvenuto intorno al 1212 quando, di ritorno dal suo viaggio in Oriente, era approdato in Ancona ed era in viaggio verso Assisi. In quella occasione era avvenuto l’incontro con il “re dei versi” Guglielmo da Lisciano, poeta di corte dell’imperatrice Costanza, madre di Federico II. L’incontro del trovatore, che era venuto a trovare una sua parente, avviene nel convento di Colpersito e l’uomo rimane come folgorato dalle parole e dalla figura del Santo, per decide di entrare nell’Ordine del Minori e di diventare una stretto e importante collaboratore di Francesco, mettendo mano (si dice) anche dalla stesura finale del Cantico delle creature.
Nel quadro del grande movimento francescano riguardante la nascita dei Monti di Pietà rientra anche San Severino Marche, dove nel 1470 è stato aperto il Monte di Pietà su iniziativa del predicatore Fra Gabriele Ghislieri da Jesi. Come sede dell’istituto le autorità diocesane hanno destinato l’Oratorio del Santo Sacramento costruito sul fianco della Chiesa di Sant’Agostino. Purtroppo il Monte ha breve vita, perché nel 1473 è stato costretto a cessare la propria attività a causa di un grave furto che lo aveva privato di tutte le risorse finanziarie. All’inizio del Cinquecento il Comune ha tentato di ricostituire il Monte di Pietà senza trovare i fondi necessari, poi la riapertura è stata possibile nel 1520 grazie a un lascito testamentario del nobile Giovanni Pietro Fattorini, il quale ha destinato il proprio patrimonio alla Confraternita del Santo Sacramento con l’obbligo di rifondare il Monte di Pietà che resterà in attività fino al 1861, quando l’istituto è passato alla Congregazione di Carità, in seguito sostituita nel 1937 dall’Ente comunale di assistenza (Eca) e infine essere incorporato nel 1941 nel Monte di Credito su pegno di Macerata.
La sede del Monte è stata collocata in un edificio di forma irregolare costruito da maestranze locali con una facciata in laterizi, che nel 1521 è stata abbellita con un portale in pietra scolpita (ancora esistente) con motivi floreali e ornamentali e con in alto due angeli che reggono la Sacra Coppa simbolo del sacramento: L’opera è stata attribuita a Rocco da Vicenza, (1478 c.-1529), l’architetto che nello stesso periodo è impegnato a redigere il progetto del Santuario della Madonna del Glorioso.
Nei primi anni dell’Ottocento è stato affidato all’architetto Giuseppe Lucatelli (Mogliano 1751-Tolentino 1828) l’incarico di progettare la nuova facciata del Monte di Pietà che viene realizzata in stile neoclassico con una facciata in mattoni e due nicchie laterali, lasciando il portale cinquecentesco d’ingresso. L’attribuzione del progetto ha un suo fondamento, poiché nel 1812 Lucatelli è impegnato nella progettazione nella nuova Villa Collio.
Il Settempedano







