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Good Luck, Have Fun, Don't Die,
Good Luck, Have Fun, Don't Die

Gore Verbinski torna dietro la macchina da presa per “Good Luck, Have Fun, Don’t Die”

Gore Verbinski torna dietro la macchina da presa con un’opera pop e attuale, capace di fondere fantascienza e satira sociale in maniera scanzonata ma mai superficiale. Nonostante alcune forzature narrative funzionali allo spettacolo, il film spinge a riflettere su una quotidianità in profondo mutamento a causa delle rivoluzioni tecnologiche degli ultimi trent’anni: dinamiche oggi accelerate dall’avvento dell’intelligenza artificiale, che ha già ridefinito i nostri modi di vivere, lavorare e relazionarsi.

Al centro della vicenda c’è un uomo barbuto e stralunato (un ottimo Sam Rockwell), apparentemente sopra le righe ma lucido nella sostanza, che fa irruzione in una tavola calda. Dice di provenire dal futuro e di essere tornato indietro nel tempo per la centodiciassettesima volta in questa specifica linea temporale. Il suo obiettivo è categorico: fermare la nascita di una IA così potente da trasformare in peggio il destino del pianeta. Per sventare questa apocalisse tecnologica, l’uomo ha bisogno di una squadra: tra incredulità e insospettabili slanci di fiducia, riesce a mettere in piedi un team eterogeneo e disfunzionale pescando tra i clienti del locale; un gruppo pronto a tutto pur di portare a termine la missione.

Dirigendo la sceneggiatura di Matthew Robinson, Verbinski costruisce un ordigno pop ricco di intuizioni ben riuscite, orchestrando un dialogo serrato con i maestri della fantascienza e della distopia. Se la figura del viaggiatore temporale ossessionato dal salvare il futuro cambiando il passato evoca immediatamente L’esercito delle dodici scimmie, l’omaggio non si ferma alla superficie narrativa. Verbinski ne adotta in parte la cifra estetica, rintracciabile in certe tonalità cromatiche e in quell’atmosfera caotica e vagamente grottesca dell’opera di Terry Gilliam; a questo immaginario si salda inoltre il legame con George A. Romero, con una efficace e acuta “zombizzazione” degli studenti. Inoltre, sebbene non manchino spiegazioni teoriche talvolta già sentite, la pellicola scorre fluida fino a un finale amaro, ma impreziosito da un colpo di scena “speranzoso” che non scade nel banale.

In questo contesto, l’elemento chiave diventa la gestione del tono: Verbinski mette in campo un’ironia tagliente ricca di sofferenza, capace di sfociare in un cinismo privo di aridità. Non c’è nichilismo fine a sé stesso, bensì il tentativo riuscito di creare una storia paradossale capace di generare spunti di riflessione sulla nostra contemporaneità.

Accanto a un Rockwell particolarmente carico, l’intero cast di supporto riesce a dare vita a una banda sgangherata ma ben motivata. Verbinski, lontano dalle sale da quasi dieci anni (dai tempi de La cura dal benessere), riafferma qui il suo stile poliedrico. Dai tempi dell’esordio con Un topolino sotto sfratto, passando per l’horror di The Ring e ai primi tre capitoli de I pirati dei Caraibi, il regista ha sempre dimostrato una spiccata capacità di muoversi tra i generi. In Good Luck, Have Fun, Don’t Die, questa poliedricità si traduce in una critica serrata alla contemporaneità tecnologica, dove il cinismo si mescola all’ironia e la commedia incontra il dramma, restituendoci un mondo tanto paradossale quanto, purtroppo, verosimile.

Silvio Gobbi