Pedro Almodóvar torna in sala con una pellicola dagli spiccati tratti meta-cinematografici: un’interrogazione che l’autore fa su di sé, sul proprio rapporto con l’arte e con la realtà circostante, dalla quale assorbe ogni elemento per poi rielaborarlo attraverso la scrittura e la pellicola. Amarga Navidad, presentato in concorso al Festival di Cannes 2026, non punta tanto a costruire una storia di finzione, quanto a raccontare, attraverso di essa, i reali limiti e le vulnerabilità del cineasta spagnolo.
Ormai da Dolor y Gloria (2019) il regista non nasconde più le proprie ansie di fronte al tempo che passa, come la crisi creativa, lo spettro della vecchiaia e della malattia. In Amarga Navidad si serve di un alter ego, Raúl (Leonardo Sbaraglia), che ne è la declinazione palese. Raúl è un regista che non dirige da tempo e sta scrivendo un soggetto incentrato su di un personaggio di finzione, Elsa (Bárbara Lennie), una regista a sua volta. Raúl plasma Elsa con frammenti della propria vita e delle vite degli altri, inserendo addirittura eventi della vita privata di Mónica (Aitana Sánchez-Gijón), ex agente di Raúl: questa mancanza di rispetto porta Mónica a litigare duramente con Raúl. Elsa, la protagonista del “film nel film”, subisce inevitabilmente le battute d’arresto del suo creatore, a dimostrazione di come la vita reale non sia semplicemente un’ispirazione per la finzione, ma il suo vero motore originario.
Nel continuo rimbalzo tra la storia di Elsa (ambientata nel 2004) e quella di Raúl (nel presente), Almodóvar dà prova ancora una volta della sua abilità nella gestione del ritmo: i salti temporali e i passaggi tra realtà e finzione sono chiari e ben concatenati. La vicenda di Elsa (così come la quotidianità di Raúl) è un distillato di lavori precedenti di Almodóvar, come Tutto su mia madre e Gli abbracci spezzati, e sul piano visivo, viene ricreata quella cromia tipica del cinema almodovariano, dove il colore si fa immediatamente espressione del sentimento (come testimoniano le scene dei vigneti lavici dell’isola di Lanzarote).
L’intento dell’opera emerge dunque con chiarezza: mettere a nudo la stanchezza e i dubbi di un autore ormai in là con l’età. Senza indulgere nel patetismo e senza cercare scuse per l’egocentrismo e per il carattere ingombrante, Almodóvar mostra il percorso e la fatica di Raúl nel ritrovare lo smalto della sua produzione migliore. E questa spossatezza di Raúl si riflette sull’andamento generale del film, il quale non riesce mai a decollare del tutto. Infine, il regista ci ricorda che l’atto creativo è un processo faticoso, fatto di genio, artigianato e frequenti scontri con il mondo esterno. La “amarga Navidad” non è allora soltanto l’amaro Natale in cui si muove Elsa, ma un concetto estendibile all’intera genesi artistica: ogni film è una gestazione complessa, strappata alla vita e da essa ostacolata. Ogni opera è un Natale amaro, una nascita faticosa e irta di ostacoli, specialmente con l’avanzare degli anni.
Silvio Gobbi
Il Settempedano



