Roberto Maggiori, storico e critico della fotografia, fondatore e direttore della Editrice Quinlan (per anni a Bologna, spostata poi a San Severino Marche), ha curato, insieme a Luca Panaro, la mostra fotografica Flat Time is the Right Time. La mostra si divide nelle due sedi di Jesi (Palazzo Bisaccioni) e Senigallia (Palazzo del Duca): in questi locali, è possibile ammirare una vasta selezione di fotografie da tutto il mondo (70 autori per più di 100 fotografie esposte), di proprietà della collezione privata del chirurgo estetico Pier Luigi Gibelli. La mostra sarà visitabile fino al 2 giugno 2026: ecco l’intervista a Maggiori in merito a questa originale esposizione.
Roberto, lei ha curato, insieme a Luca Panaro, l’imponente mostra fotografica Flat Time is the Right Time. Il progetto è nato inizialmente come monografia critica prima di evolvere in questa doppia esposizione divisa tra Jesi e Senigallia. Cosa vi ha spinto a portare la collezione Gibelli al pubblico?
“La collezione è stata prima organizzata in un bel volume pubblicato dall’Editrice Quinlan, a cura mia e di Luca Panaro su richiesta del collezionista Pier Luigi Gibelli, che ha voluto dare un taglio critico alla sua raccolta fotografica. Oltre ai nostri testi critici, ci sono anche i contributi del filosofo Mauro Carbone e dello Storico della fotografia e docente universitario Antonello Frongia. Avere tra le mani tutto quel ben di Dio e non esporlo al pubblico sarebbe stato un peccato, abbiamo quindi cercato dei partner lungimiranti e degli spazi adatti per esporre queste fotografie e li abbiamo trovati nella Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi e nell’amministrazione del comune di Senigallia che si sono dimostrati interessati a collaborare e lo hanno fatto al meglio”.
Come avete orchestrato la divisione dei temi tra corpo, paesaggio, superfici e nature morte?
“La collezione Pier Luigi Gibelli è molto ampia, conta attualmente più di 700 fotografie, con Panaro abbiamo selezionato quelle che riteniamo più rilevanti e la abbiamo poi suddivise in tre macro aree: Corpi, Luoghi, Superfici/Nature morte, che sono poi i generi classici delle arti visive, ossia i ritratti, i paesaggi e le nature morte”.
A Jesi il focus è il corpo nella fotografia. Spostandoci a Senigallia, l’attenzione vira verso luoghi, ambienti e nature morte. Come dialoga il “corpo umano” di Jesi con il “corpo della terra” – e degli oggetti – di Senigallia? Esiste un filo invisibile che unisce queste due dimensioni apparentemente distanti nella collezione?
“Gli autori selezionati da me e Luca Panaro sono in alcuni casi molto distanti tra loro sia temporalmente che stilisticamente. È stato inevitabile perché Gibelli è un collezionista curioso che ha pescato in epoche e scuole diverse. Le fotografie esposte vanno così dall’Ottocento fino ai giorni nostri, da Oriente a Occidente, dal bianco e nero al colore, dal concettuale al reportage, dal grande formato al foro stenopeico e così via. Il filo invisibile è l’autorialità che sottende ogni scatto che si iscrive dunque nell’evoluzione storica che ha avuto il linguaggio fotografico. Le mostre esposte al Palazzo Bisaccioni di Jesi e al Palazzo del Duca di Senigallia, sono un viaggio nella Storia della fotografia e nelle manifestazioni tangibili della sua iconografia”.
La mostra vanta 70 autori da tutto il mondo e oltre 100 opere, è in effetti un consistente spaccato di storia della fotografia. Come siete riusciti a far convivere i grandi maestri più noti con i fotografi meno conosciuti, senza creare strappi narrativi e mantenendo un flusso coerente?
“Associandoli appunto innanzitutto per macro temi, e scegliendo poi con cura gli autori da posizionare vicini tra loro nel percorso espositivo. C’è da aggiungere che avendo selezionato solo 70 autori tra più di 700 fotografie, è ovvio che nella scelta, oltre a quello del collezionista, emerge il gusto dei curatori e anche questo è un “collante” tra le varie opere”.
Scegliere come titolo “Il tempo piatto è quello giusto” è una dichiarazione netta. Significa che, per voi, una foto degli anni Cinquanta e una di oggi possono avere lo stesso peso, la stessa “attualità”, e convivere nello stesso istante. Avete usato la collezione Gibelli proprio per questo? Per dimostrare che nella fotografia non esiste il “passato”, ma solo un unico, grande presente?
“Ogni Opera (la maiuscola non è casuale) ha una componente astorica e una invece legata al proprio tempo, queste componenti convivono e, interagendo, rendono l’opera interessante. Prendi per esempio un qualsiasi dramma shakespeariano, ci parla della storia di un dato momento, ma anche di questioni e logiche umane, attuali oggi come ieri.
Il tempo “piatto” si riferisce soprattutto alla dimensione fisica della fotografia, una superficie bidimensionale che viene “letta” come fosse a tre dimensioni, come una copia “tale e quale” della realtà. Il foglio piatto ci riconduce invece, a ben vedere, a una dimensione linguistica, come la pagina scritta di un libro o il foglio su cui si disegna. La fotografia è una porzione della realtà ma, in virtù del fatto che una porzione non è il tutto, la fotografia è sempre una rappresentazione più che una riproduzione, anche quando è estremamente realistica o apparentemente documentaria. Walker Evans a questo proposito affermava: «Documentaria è la fotografia della polizia scattata sul luogo di un delitto. Quello è un documento. Vedi bene che l’arte è senza utilità, mentre un documento ha un’utilità. Per questo l’arte non è mai un documento, ma può adottarne lo stile. È quello che faccio io»”.
Per concludere, passiamo ai prossimi progetti: cosa ha in cantiere? Nuove mostre e nuovi incontri, nel territorio marchigiano, inerenti alla fotografia?
“Nelle Marche domenica 7 giugno alle ore 16.30 condurrò al Teatro di Montefano un incontro pubblico sul tema dei libri fotografici assieme a Guido Guidi e Marcello Galvani. È il primo di una serie di incontri sul tema che curerò per l’Associazione Effetto Ghergo, che si sta mobilitando da anni sul nostro territorio per incentivare la comprensione della fotografia d’autore, anche col Premio Ghergo che si svolge ogni anno a ottobre, sempre a Motefano.
Intorno a metà luglio curerò poi una personale, su un fotografo contemporaneo, che sarà allestita nello Scattolini Studio di Loreto, altra bella realtà locale che propone un calendario di eventi piuttosto interessanti sulla fotografia, con cui collaboro dall’anno scorso. Alessandro, titolare dello Studio, mi ha chiesto di realizzare un paio di mostre l’anno nei periodi di luglio e dicembre, in queste occasioni potranno essere acquistate le foto esposte e saranno disponibili al pubblico anche le pubblicazioni edite da Quinlan.
Sempre restando nelle Marche, con l’Editrice Quinlan e la collaborazione di Chiara Capodici, curatrice e fondatrice di Leporello a Roma, stiamo per pubblicare un fotolibro su Montefortino (FM) con le fotografie di Michele De Santis.
Saremo inoltre presenti al Festival Centrale Fotografia di Fano (PU), che si svolge alla Rocca Malatestiana dal 12 al 14 giugno, con uno spazio dedicato all’Editrice Quinlan e un incontro pubblico che condurrò la domenica con alcuni degli autori con cui collaboro. Per le date e gli orari esatti vi rimando alla pagina Facebook https://www.facebook.com/EditriceQuinlan?locale=it_IT
Per gli approfondimenti sulla fotografia storica e contemporanea suggerisco invece il canale YouTube
https://www.youube.com/@AROUNDPHOTOGRAPHY
Silvio Gobbi
Il Settempedano







