L’intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha concluso la cerimonia del 25 Aprile al teatro Feronia. Un discorso dedicato ai partigiani, ai militari, ai carabinieri, ai contadini, alle donne ed alle famiglie vittime di violenza. Don Enrico Pocognoni, il vicebrigadiere Glorio Della Vecchia, Salvatore Valerio, la banda Mario, le truppe polacche, il Corpo Italiano di Liberazione composto dalle ricostituite formazioni dell’esercito italiano: sono stati ricordati tutti coloro che contribuirono, anche a costo della vita, alla liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. Il Presidente ha inoltre rievocato i diversi eccidi delle nostre zone, i violenti scontri, i campi di internamento della nostra provincia ed ha ricordato importanti figure che operarono nelle Marche durante la Resistenza, come Enrico Mattei, Carlo Alberto Dalla Chiesa e Sandro Pertini; senza dimenticare di citare le diverse medaglie al valore militare e civile conferite ai comuni marchigiani negli anni, dal nord al sud della regione.
«Quasi a volerci ispirare – ha proseguito Mattarella – questo teatro è intitolato a Feronia, dea romana della fertilità e delle messi, nonché dipinta come liberatrice dalle catene, protettrice dei liberti, gli schiavi liberati perché anche loro, come le messi, uscivano finalmente dalla luce del sole. Una sola l’idea della libertà, è questo che celebriamo il 25 aprile: la festa di tutti gli italiani amanti della libertà. La celebriamo da una terra allora attraversata da una linea che divideva l’Italia dall’Adriatico al Tirreno, che divideva gli italiani in una terra segnata dalle distruzioni della guerra».
Da San Severino, Mattarella ha voluto rimarcare l’importanza della difesa della libertà e della necessità di condivisione con gli altri popoli dei fondamentali valori di giustizia e di pace per la convivenza civile e la crescita. Ha ricordato inoltre come «le dittature che avevano scatenato il secondo conflitto mondiale avevano preteso di fare nella retorica della guerra un valore. Contro il loro disegno, dai morti tra la popolazione civile, dai militari caduti, dalle vittime dei campi di concentramento, si levava, e si leva, una sola invocazione: pace. La pace per ogni persona, la pace come il diritto di ogni popolo, la pace per ogni Paese. Questo il senso della Resistenza, opporsi alla violenza dell’uomo sull’uomo».
A seguito delle macerie della Seconda guerra mondiale, nacquero l’ONU e l’integrazione europea, per cercare di debellare sempre di più il male della guerra, ma, ha proseguito il Presidente «in questi ultimi anni stiamo assistendo dolorosamente ad antistoriche velleità di affievolire, se non addirittura rimuovere, quei percorsi. Dimenticando o ignorando che reagire alla guerra tra i popoli significa dar fiducia a istituzioni comuni di pace, renderle più autorevoli ed efficienti: un impegno, oggi, in questo periodo, tanto più indispensabile, così come per quella opera di costruzione della pace attraverso la cooperazione che gli italiani e i popoli europei hanno realizzato sulle ceneri del nazifascismo e sulle rovine del comunismo sovietico. L’Italia raccolta intorno al sua Costituzione guarda con fiducia alle sfide del futuro insieme agli altri popoli europei».

Mattarella ha ricordato la frase dello scrittore statunitense William Faulkner, premio Nobel per la letteratura: “Il passato non è mai morto, non è neanche passato”. «Quel che è accaduto – ha proseguito il Presidente – non svanisce, ma vive nelle conseguenze che ha prodotto. Il passato ha plasmato il presente. Ecco perché per la Repubblica vale l’impegno che esorta “Ora e sempre Resistenza”. Da San Severino Marche segnata dalle prove del sisma di dieci anni or sono, dalle recenti alluvioni, si conferma la volontà di risorgere. La Repubblica è riconoscente alla gente delle Marche per il contributo che ha fornito alla sua fondazione e al suo svilupparsi. Viva la liberazione, viva la Repubblica».
Silvio Gobbi
Il Settempedano



