Home | L'intervento | “Non deturpiamo le uniche risorse che restano alle aree interne: ambiente e paesaggio”
Intervento dell'architetto Luca Maria Cristini
Intervento dell'architetto Luca Maria Cristini

“Non deturpiamo le uniche risorse che restano alle aree interne: ambiente e paesaggio”

Sono stato parte attiva di quel Comitato che, con altri 11.000 cittadini firmatari della petizione, oltre venti anni fa si è opposto all’insediamento di una centrale turbogas nel territorio agricolo settempedano. Si intendeva costruire quell’impianto in un luogo del tutto illogico, in quanto non c’era lì alcuna possibilità di recupero del calore, ovvero di sfruttare la positiva opportunità di cogenerazione, che permette di elevarne il rendimento in maniera significativa. La società Tecnoplan aveva proposto diversi interventi identici in giro per l’Italia, sperando che, in base al famoso “decreto sblocca centrali” del governo Berlusconi, potesse riuscire ad ottenere qualche concessione da mettere sul mercato. Tant’è vero che a fronte di un investimento di 200 milioni di euro, la srl aveva un capitale sociale di poche migliaia di euro.

L’impatto di quella protesta dette la stura all’approvazione di un piano energetico regionale, il Pear (Piano paesistico ambientale regionale), che languiva da tempo per forti disaccordi tra le forze politiche di maggioranza e che puntava decisamente sulle fonti rinnovabili. Ma quel piano, poi, non è stato mai seguito da provvedimenti per regolamentare il posizionamento degli impianti di generazione elettrica, che rischiano di essere realizzati in aree inopportune, così come stava accadendo proprio per la scongiurata centrale Turbogas di Rocchetta. Se non bastasse ciò, tradendo ancora una volta lo spirito del piano, si è recentemente consentito nuovamente di installare parchi fotovoltaici in aree agricole. Con la furba e mendace trovata del cosiddetto ‘agrifotovoltaico’, invece di incentivare la copertura con captatori solari delle aree già urbanizzate, si permette di nuovo l’occupazione di vaste aree agricole e montane con queste strutture. Ma questo è un altro discorso.

Ritengo che l’entroterra non debba essere considerato, come sempre più spesso avviene, un territorio di risulta da sfruttare a beneficio delle aree costiere, dove c’è maggiore densità insediativa e quindi è più elevato il consumo elettrico. Questa pratica finisce per deturpare le uniche risorse che alle aree interne restano, ovvero l’ambiente e il paesaggio, la cui ancora elevata qualità ben si coniuga con le produzioni agroalimentari d’eccellenza e con le nuove forme di turismo lento, che si stanno difendendo sempre più.

Osservo che, se le mappe della velocità media annua dei venti che si possono facilmente trovare in rete fossero veritiere (ad esempio: https://share.google/QZmXf2W0cniY37Q5b), il posizionamento delle pale eoliche risulterebbe indifferente in qualsiasi località del nostro territorio regionale: se ne deduce che queste potrebbero essere impiantate con uguale risultato in terreni di risulta vicino alla costa, dove è più facile trasportare gli enormi componenti, realizzare elettrodotti interrati, meno oneroso distribuire l’elettricità verso la maggiore concentrazione di utilizzatori. In mare, la velocità del vento, come si può dedurre dallo stesso documento, è anche maggiore.

Perché, allora deturpare i nostri crinali preappenninici, dove fare tutto ciò crea danni molto maggiori? Solo perché si possono acquisire terreni a costo minore? O perché le popolazioni in calo sono forse rassegnate nei confronti di un declino ritenuto irreversibile? Non capisco, poi, perché per questi impianti giungono progetti prevalentemente da società straniere, costituite da poco, con nomi talvolta italianissimi.

La Regione Marche, che ha dimostrato con questi “NO” di essere sensibile ai valori ambientali delle nostre montagne, pianifichi opportunamente la possibilità di realizzare questi insediamenti industriali – perché di questo si tratta – rispettando i criteri che ha usato per i recenti dinieghi.

È questo l’impegno che devono ora fermamente pretendere, a mio avviso, le associazioni ambientaliste, come allora fecero per chiedere l’approvazione del Pear.

Luca Maria Cristini