Il mago del Cremlino è il nuovo film del regista francese Olivier Assayas, tratto dal romanzo di Giuliano da Empoli, e ha partecipato all’ultima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
Il film è ambientato nella Russia post-sovietica, in anni di tumulti e di libertà improvvisa. La Russia che Assayas racconta è quella caratterizzata da privatizzazioni selvagge, oligarchi emergenti e un senso diffuso di smarrimento collettivo. È in questo vuoto che il bisogno di stabilità diventa terreno fertile per narrazioni capaci di consolidare il potere. Qui troviamo Vadim Baranov (Paul Dano), un giovane che intraprende prima la carriera da regista teatrale, per poi passare alla televisione e finire nella politica. Il suo percorso riflette la transizione simbolica dal palcoscenico alla gestione della realtà, come se la politica fosse la forma più alta di “messa in scena”. Vadim è fondamentale per l’ascesa di Vladimir Putin, funzionario di spicco dell’FSB (ex KGB), molto meno gestibile di quanto Baranov e compagni abbiano creduto all’inizio.
Baranov (il quale rappresenta una versione romanzata dell’ex braccio destro di Putin, Vladislav Surkov) foraggia la figura di Putin, ne accresce la “verticalità” ed il potere. È lui a contribuire alla costruzione di quell’idea di stabilità che il Paese sembra invocare, trasformando un funzionario apparentemente grigio in simbolo di ordine e forza. La cricca non si fa scrupoli a fomentare terrore, a usare il pugno di ferro, ad assoldare soggetti estremi e ad alimentare conflitti (Cecenia, Georgia, Ucraina), pur di accrescere e mantenere il proprio potere. Le guerre e i conflitti non sono solo eventi storici: diventano strumenti narrativi per consolidare il bisogno e la percezione di ordine e sicurezza.
Il mago del Cremlino si caratterizza per una regia lineare, ritmata e non lenta, nonostante le quasi due ore e trenta di durata. La vicenda si sviluppa tra storia e finzione, mostrando la centralità dell’architettura del potere nelle transizioni politiche e nell’instaurazione della “democrazia sovrana” (altro marchio di Surkov/Baranov). Assayas evita toni enfatici e preferisce un’impostazione sobria, controllata, che lascia spazio ai dialoghi e alle dinamiche interne più che alla spettacolarizzazione degli eventi. Centrale è Baranov, interpretato con la giusta compostezza da parte di Paul Dano: una figura acuta, perennemente ambigua, che ci fa sempre chiedere quanto sia realmente consapevole (e soddisfatto) di ciò che ha contribuito a creare. Il suo è un personaggio che osserva e costruisce, ma che progressivamente sembra accorgersi di non avere più il pieno controllo della propria creazione; non è facile trattare un tema simile, per il rischio di confondere la realtà con la fantasia, ma la rappresentazione del potere come frutto (anche) della narrazione e della costruzione comunicativa è efficace.
Se un limite si può intravedere, è forse proprio nella scelta di concentrarsi quasi esclusivamente sull’architetto del sistema, lasciando sullo sfondo molti degli aspetti individuali, sociali, politici ed economici di quella realtà: è evidente come il film, infatti, preferisca analizzare la costruzione comunicativa e teatrale del meccanismo. Comunque, Il mago del Cremlino rimane un’opera riuscita sul potere putiniano e sulla sua genesi, con ottime interpretazioni, dove spiccano Dano e un efficace Jude Law nel ruolo di Putin. Un film che ci ricorda come in politica anche la percezione sia un fondamentale campo di battaglia, mostrando come la narrazione possa diventare uno strumento di controllo altrettanto potente quanto la forza economica, militare o istituzionale.
Silvio Gobbi
Il Settempedano





