Norimberga è il nuovo film di James Vanderbilt, incentrato sull’incontro tra lo psichiatra Douglas Kelley (Rami Malek) e Hermann Göring (Russell Crowe), in preparazione del Processo di Norimberga: un dramma storico e introspettivo, che si concentra non solo sulla vicenda giudiziaria, ma soprattutto sulla figura di Göring e sulla psicologia del nazismo, raccontando una storia in cui l’etica e la morale si scontrano con la complessità della realtà.
La sceneggiatura è tratta dal libro Il nazista e lo psichiatra (Jack El-Hai, 2013) e ricostruisce le ambiguità del rapporto tra i due protagonisti: un’ambiguità che mette più volte in crisi la professionalità di Kelley, incuriosito e al tempo stesso consapevole della malvagità di Göring.
La regia di Vanderbilt è misurata: l’enfasi resta sotto controllo e lo sviluppo narrativo procede in modo complessivamente sobrio. La fotografia lavora con efficacia sulle tonalità fredde, mentre il gioco di luci e ombre contribuisce a dare spessore al contenuto torbido dell’opera, rafforzandone la dimensione introspettiva.
I momenti più interessanti sono quelli legati ai dialoghi con Hermann Göring, dove emerge con chiarezza tutta l’ambiguità del personaggio: le sue capacità manipolatorie e il carisma di cui è pienamente consapevole, utilizzato come strumento di potere. Russell Crowe interpreta il ruolo con grande controllo, evitando la caricatura e restituendo un Göring affabile e inquietante: ne emerge una figura disturbante proprio nella sua apparente normalità. Rami Malek rende bene i dubbi e le contraddizioni del proprio personaggio, anche se la sua prova risulta meno incisiva rispetto a quella di Crowe.
Non tutto funziona con la stessa efficacia in Norimberga, ma l’opera resta solida: un cinema che non cerca risposte definitive, bensì insiste nel porre domande scomode. Kelley comprende (e questo lo sconvolge) che gli autori dei peggiori crimini della storia dell’umanità, se osservati al di fuori del loro contesto di potere, non appaiono come mostri, ma come uomini comuni. Da qui la conclusione più inquietante del film: il male può ripresentarsi ovunque, in ogni società e in ogni individuo, se non si vigila costantemente, perché quei crimini sono stati compiuti da “uomini ordinari” che, inseriti in un sistema criminale, sono arrivati a fare ciò che hanno fatto senza alcun rimorso. In fondo, questo è lo stesso pensiero formulato da Hannah Arendt, ed è proprio questa potenziale normalità del male a costringerci a restare sempre all’erta.
Silvio Gobbi
Il Settempedano

