Ultime news
Home | Cabina di proiezione | Il cinema perde uno dei suoi autori più straordinari: David Lynch
David Lynch nel documentario biografico 'David Lynch - The Art Life'
David Lynch nel documentario biografico 'David Lynch - The Art Life'

Il cinema perde uno dei suoi autori più straordinari: David Lynch

È morto David Lynch, il visionario regista statunitense. Avrebbe compiuto 79 anni il prossimo 20 gennaio. Il Settempedano lo ricorda con questo articolo di Silvio Gobbi.

David Lynch è stato un regista unico nel panorama cinematografico: la sua visione artistica è stata autentica ed inimitabile, e, piaccia o meno, l’originalità dei suoi lavori è innegabile. Osannato e condannato, apprezzato e disprezzato, la sua produzione ha segnato uno spartiacque nel mondo del cinema e delle serie televisive.

La filmografia di Lynch ha sempre indagato le luci e le ombre dell’umanità, presenti tanto nelle grandi città quanto nelle piccole realtà, mostrando come anche nella più piccola città di provincia, dove tutti si conoscono, dove abbondano torte di ciliegie, caffè e burro d’arachidi, possa celarsi il male più profondo: non si può perdere l’innocenza soltanto ad Hollywood, ma anche nel paesello più innocuo; il male ed il bene albergano in ogni dove, ed ogni individuo vive la lotta di queste due potenti entità senza capirne mai pienamente i tanti misteri esistenti (il suo cinema, da Eraserhead a Inland Empire, senza dimenticare la serie Twin Peaks, è dolore e gioia, umorismo inaspettato, luci ed enigmi).

La critica ha sempre cercato di delimitare Lynch in qualche categoria, ma non ci è riuscita: David Lynch era David Lynch, senza tanti altri aggettivi, già il suo nome identificava la sua poetica. Il cinema “lynchiano” rifuggiva dalle risposte certe, dalle manualistiche interpretazioni psicologiche (in diversi casi hanno tentato di dare interpretazioni freudiane alle sue pellicole, come con Strade perdute, ma Lynch le ha sempre rifiutate): per lui il cinema doveva essere un’arte capace di dare forma compiuta alle intuizioni ed alle idee della sua mente. La sua regia, abilmente disturbante, mai convenzionale, concitata o sospesa sempre al momento giusto, ha saputo dare una forma inconfondibile alle proprie idee (senza mai tralasciare la propria esperienza da pittore, con evidenti rimandi a Oskar Kokoschka, Francis Bacon ed Edward Hopper).

L’importanza dell’idea era centrale nella sua opera, i suoi cardini erano le sensazioni, i sentimenti, e, soprattutto, l’intuizione. Sentire era più importante di capire, e dichiarava in merito: «Certe cose mi sembrano meravigliose senza che ne conosca il motivo. Altre significano moltissimo per me, ed è difficile spiegare il perché. Io ho «sentito» Eraserhead, non l’ho pensato. È stato un processo molto semplice, che partiva dalla mia interiorità e andava verso lo schermo. Ho filmato delle scene, le ho scandite in un determinato modo, ho aggiunto suoni appropriati, e alla fine ero in grado di dire se funzionassero o no. […] In un film l’astrazione è importante, ma sono assai pochi coloro che colgono l’occasione di esprimerla compiutamente attraverso il linguaggio cinematografico. Ciò che si crea è un’estensione di se stessi; e ogniqualvolta crei qualcosa, ti esponi. È rischioso»[1].

Seguendo questo pensiero, ha rischiato ed ha realizzato opere ricche di tante domande e poche certezze: non ha mai cercato soluzioni definitive alle sue vicende, ha sempre lasciato molta libera interpretazione al pubblico; ha regalato al pubblico la libertà dalle rigide interpretazioni. Come ha scritto il suo grande amico Kyle McLachlan (il famoso Dale Cooper di Twin Peaks) nel messaggio di saluto a David Lynch: «He was not interested in answers because he understood that questions are the drive that make us who we are. They are our breath». Lynch non era interessato alle risposte, ma alle domande, perché sono il nostro respiro, e le sue opere ricche di dubbi continueranno a stimolare il pubblico nel tempo. La sua filmografia, fitta di personaggi inconfondibili e storie inestricabili, sarà a lungo una fonte di stimolo per il pubblico: come detto da Steven Spielberg, «His films have already stood the test of time and they always will». I film di Lynch hanno superato, e sempre supereranno, la prova del tempo, e chiunque entrerà nelle vicende di Laura Palmer, Dale Cooper, Betty Elms, Fred Madison, Gordon Cole e di tutti i personaggi dell’“Universo-Lynch”, entrerà sempre in una realtà labirintica: una realtà che spaventa e attrae, un’inesauribile fonte di stimoli e di riflessioni che, per ognuno, assumerà un significato differente. E questa interminabile molteplicità di sensazioni è il più ambito traguardo che un artista possa raggiungere.

Silvio Gobbi

Note

[1] David Lynch (a cura di Chris Rodley), Io vedo me stesso. La mia arte, il cinema, la vita, Milano, Il Saggiatore, 2016, p. 91

Nell’articolo del 26/10/2019, in occasione dell’Oscar alla carriera a Lynch, trovate ulteriori approfondimenti riguardo le sue opere: Oscar alla carriera a David Lynch: il pittore del cinema tra passato e presente