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Federico Carboni
Federico Carboni

Quasi eutanasia. “La vita è un caso o un dono di Dio?”, riflessioni di Massimo Altobelli

La vicenda di Federico Carboni, il 44enne tetraplegico di Senigallia, protagonista del primo caso di morte medicalmente assistita in Italia, ha rimesso al centro dell’attenzione mediatica nazionale il tema del fine vita che vede schierati due fronti: quello favorevole all’introduzione dell’eutanasia e quello contrario.
Premesso che non si può trattare questo tema senza il massimo rispetto per la condizione precaria di vita in cui chiunque di noi potrebbe trovarsi in qualsiasi momento della propria esistenza, specie di fronte a sofferenze fisiche ritenute insopportabili o ad una grave forma di perdita di ragioni per continuare a vivere, che costituiscono i capisaldi di chi sostiene l’introduzione dell’eutanasia, occorre, a mio avviso, non fermarsi ad una sterile contrapposizione tra favorevoli e contrari.
Sono certo che su un tema così drammatico, come quello del fine vita, non ci si può limitare a scontrarsi in una guerra di posizione. Il valore della vita è tale che merita, da entrambe le parti, uno sforzo continuo di approfondimento delle ragioni per continuare a vivere dignitosamente e delle ragioni per morire altrettanto dignitosamente.
Del resto sul rispetto della dignità della persona di fronte al fine vita si sono fatti nel tempo molti passi avanti, a cominciare dalla rinuncia all’accanimento terapeutico e soprattutto dall’istituzione degli hospice, cioè quei reparti ospedalieri, di cui vantiamo anche a San Severino l’esistenza, che offrono tutta una serie di aiuti che accompagnano le persone ad affrontare, meglio possibile, gli ultimi tempi della loro permanenza in questo mondo.
Pertanto è proprio su questo versante che tutti siamo chiamati a sollecitare un impegno costante e sempre più qualificato perché questi servizi siano non solo sostenuti, ma potenziati e soprattutto diffusi nei territori.
Detto ciò, resta tuttavia una differente visione circa il diritto, o meno, per l’uomo di disporre del proprio fine vita, compresa l’eventualità di decidere della propria morte. E questo ci pone davanti ad un bivio: se si parte dall’assunto che l’uomo è frutto del caso, come tutto l’universo, allora viene da pensare che io possa disporre della mia vita come voglio; viceversa, se ammetto l’esistenza di un Dio creatore, divento responsabile della vita di fronte a chi me l’ha donata e, come afferma anche il Catechismo della Chiesa cattolica, siamo amministratori della nostra vita e non proprietari.
Si tratta di una scelta di campo ineludibile, almeno nella premessa: la vita è un caso o un dono di Dio.
Da credente mi sento impegnato non a difendere una posizione, bensì ad andare ancora più a fondo dell’incontro con Cristo, che mi è stato donato da alcuni volti amici, per gridare la bellezza di essere voluto e amato da Dio. Ed è questo il Bene per l’uomo che, non a caso, ha sete eterna ed infinita di felicità, essendo stato creato da Dio a Sua immagine e somiglianza.
Chi si oppone a questo amore è il Male che, egoisticamente, vuole tutto per sé, al contrario di Dio che dona la vita incessantemente. Lo stesso Male da cui derivano la sofferenza, il dolore, la malattia e la morte. Ma Cristo ha vinto la morte, e con essa ogni sofferenza, non dandosi la morte, ma affrontandola e sconfiggendola con la resurrezione.
Ecco dunque la chiave della salvezza dell’uomo: non la fuga dalla vita, ma l’offerta a Dio della propria esistenza in ogni momento e, soprattutto, quando è segnata dalla malattia e dalla sofferenza come ha fatto per primo Gesù fino alla morte, e alla morte di croce, come ci ricorda San Paolo. La mèta pertanto è la vita eterna che Cristo ci ha conquistato una volta per tutte e per tutti con la promessa anche della nostra resurrezione alla fine dei tempi.
In conclusione io, da credente in Gesù, ho la certezza che offrendo a Dio la mia vita, essa mi sarà ridonata in spirito e corpo riuniti nella resurrezione. Cosa c’è di più grande in questo mondo?

Massimo Altobelli