Lunedì scorso, 3 agosto, don Marco Messi ha celebrato la prima messa nella “sua” San Severino, nella chiesa del monastero di Santa Chiara, invitato dalle sorelle clarisse a presiedere i vespri della novena in preparazione alla festa di Santa Chiara.
Don Marco, che emozione è stata?
“Molto forte. Tornare nella mia città, e farlo proprio qui a Santa Chiara, ha avuto per me un significato speciale. Questo monastero è legato a un momento decisivo della mia vita: nel 2010, durante la canonizzazione di Santa Camilla da Varano, ha cominciato a maturare in me il desiderio dell’incontro con Cristo. Venivo spesso a pregare qui… Ora ritornare da sacerdote significa, in qualche modo, ricucire il filo che ha accompagnato la mia storia vocazionale”.
Il mese scorso, precisamente il 10 luglio, c’è stata a Fabriano la sua ordinazione. Adesso è monaco professo solenne dell’ordine di San Silvestro Abate. Anche la comunità settempedana ha accolto con grande soddisfazione la notizia. Che cosa ha provato?
“Ho sentito un grande affetto e una vicinanza che mi hanno commosso profondamente. Vedere tanti amici e persone care venire a Fabriano per condividere con me questo momento è stato un dono. Mi sono sentito accompagnato dalla comunità e dalla mia famiglia”.
Nel giorno dell’ordinazione ha rivolto un ringraziamento particolare proprio ai suoi genitori e alla comunità monastica…
“Sì, perché non si arriva a una scelta così importante da soli. Devo molto ai miei genitori, Franco e Annamaria, al padre priore don Vincenzo Bracci e a tutta la comunità di San Silvestro. Sono tante le persone che hanno contribuito al mio cammino e che porto nel cuore”.
Nella sua prima omelia ha ricordato anche alcune persone che oggi non hanno potuto condividere con lei questa gioia…
“Sono presenze che sento comunque molto vicine. Penso al cardinale Edoardo Menichelli, che mi ordinò diacono nel 2024, all’abate Simone Tonini, ai miei nonni, a suor Costanza Rocchi, ai fratelli di comunità Giuseppina e Rolando e al maestro Mario Solinas, che considero un autentico maestro di vita. Il loro ricordo accompagna il mio ministero”.
Che cosa significa per lei diventare sacerdote?
“Il sacerdozio è un dono che mi supera e che desidero vivere ogni giorno con umiltà. Non lo considero un privilegio, ma una grande responsabilità. Il sacerdote è chiamato a servire Cristo e la sua Chiesa, ad annunciare il Vangelo, celebrare l’Eucaristia, amministrare i sacramenti e accompagnare le persone nelle gioie e nelle difficoltà della vita”.
Qual è, allora, il desiderio con cui inizia il suo cammino sacerdotale?
“Vorrei essere un segno della presenza di Cristo Buon Pastore, con semplicità, umiltà e disponibilità al servizio. Affido questo cammino al Signore e anche alla preghiera di tutte le persone che mi sono vicine”.
Lei è nell’eremo dei Silvestrini in Montefano, a Fabriano. Giusto?
“Sì, però prestiamo il nostro servizio anche in città e sul territorio. A settembre, poi, riprenderò i miei studi a Roma presso il Collegio benedettino di Sant’Anselmo per conseguire la licenza in Teologia monastica. Mi resta un anno, finirò a maggio 2027”.
Il Settempedano





