L’omelia di don Donato De Blasi, vicario di San Severino, durante la celebrazione per il santo patrono.
Ha scritto il venerato e Santo Padre Giovanni Paolo II “Le chiese locali facciano di tutto per non lasciare perire la memoria di quanti hanno speso la vita per il Vangelo”. E’ quanto stiamo facendo, fratelli e sorelle, ritrovandoci insieme a pregare per rinnovare al santo patrono fedeltà e devozione. Ogni anno la Chiesa ci ripropone la storia della sua santità perché come ascolteremo fra poco nella preghiera la vita di san Severino ci offre un esempio, la sua intercessione un aiuto, nella devozione a Lui un vincolo di amore fraterno.
Qual è stato l’esempio di vita di San Severino pur così distante nel tempo e con scarse notizie della sua vita?
Ciò che emerge con maggiore chiarezza è la scelta radicale di san Severino, il quale, insieme al fratello Vittorino, decise di rinunciare a un’esistenza agiata, spogliandosi di tutti i suoi beni per abbracciare una vita eremitica di solitudine, preghiera e penitenza sul vicino Monte Nero.
Non era un estraniarsi dal mondo anche allora particolarmente inquieto e drammatico a causa delle continue devastazioni causate dalle invasioni barbariche, ma era l’inizio di un cammino alla ricerca di Dio, desideroso di trovare risposte ai grandi interrogativi della nostra esistenza: chi sono, da dove vengo, perché vivo, e soprattutto per chi vivo?!
Ed è proprio nel silenzio esteriore, ma soprattutto in quello interiore, che egli riesce a percepire la voce di Dio, capace di orientare la sua vita.
C’è qui un primo aspetto importante per noi: viviamo in una società in cui ogni spazio, ogni momento sembra debba essere “riempito” da iniziative, da attività, da suoni. Spesso non c’è il tempo neppure per ascoltare e per dialogare, stiamo perdendo la capacità o la pazienza dell’ascolto. Siamo connessi, raggiungibili, informati, sollecitati senza tregua, eppure sempre meno capaci di sostare davanti all’altro. La comunicazione corre, la comprensione arranca. Abbiamo strumenti potentissimi per parlare e una povertà crescente nel capire.
Carissimi fratelli e sorelle non abbiamo paura di fare silenzio fuori e dentro di noi, se vogliamo essere capaci non solo di percepire la voce di Dio, ma anche la voce di chi ci sta accanto, la voce degli altri, specie di chi non ha voce per gridare la propria sofferenza e le proprie necessità.
San Severino pur conducendo vita eremitica, non era “chiuso in se stesso”, ma era preso dalla passione di portare la buona notizia del Vangelo ai fratelli i quali si resero conto dello spessore della sua santità e lo vollero alla guida della diocesi, proprio Lui che più di tutti aveva interpretato la figura del buon pastore che si china e si prende cura delle pecorelle che il Signore gli aveva affidato. E in quel momento di buio il Santo Vescovo divenne un faro: difese i deboli, confortò gli afflitti e portò la luce del Vangelo dove regnava il caos.
“Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore…” (Gv 10,11). Inizia così la pagina del Vangelo di Giovanni che la liturgia d’oggi, festa di San Severino, ripropone alla nostra meditazione e alla nostra preghiera. L’invito, dunque, è a guardare a Cristo con gli occhi della fede, per contemplare con amore e con gioia il suo volto ed il suo cuore, cioè il volto e il cuore del “buon pastore”. Ma oggi, in questa liturgia, il volto di Cristo, lo scopriamo riflesso in quello del Vescovo Severino il cui ministero e la cui vita, se pur scarna di notizie, lo presentano come immagine viva e splendida, come specchio limpido e fedele di Gesù.
Sono passati secoli da quando San Severino ha percorso i sentieri della nostra Septempeda, ma egli rimane nella storia soprattutto per la sua santità.
“La santità, infatti, diceva Benedetto XVI, non perde mai la propria forza attrattiva, non cade nell’oblio, nella dimenticanza, non passa mai di moda, anzi, col trascorrere del tempo, risplende con sempre maggiore luminosità, esprimendo la perenne tensione dell’uomo verso Dio.
Dalla vita di San Severino possiamo allora cogliere alcuni insegnamenti validi anche nei nostri giorni visto che ciascuno di noi è chiamato alla santità. La santità è il volto più bello della Chiesa, ma che si trova anche fuori della Chiesa cattolica e in ambiti molto differenti. Lo Spirito suscita “segni della sua presenza ovunque” e Papa Francesco più di altri ci ha dato modo di individuarli.
“Mi piace – diceva il Papa – vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità della “porta accanto”, di quelli che vivono vicini a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “ la classe media della santità”.
In questa liturgia in cui come comunità facciamo memoria di un santo vescovo, confortati dal suo esempio, chiediamo al Signore il dono di sante vocazioni che sappiano fare della propria vita un dono, un dono a disposizione degli altri. Preghiamo per voi, uomini e donne rappresentanti delle Istituzioni civili, militari e del volontariato. Questa festa sia richiamo all’attenzione che dobbiamo avere verso il bene comune, nel rispetto della dignità delle persone, specialmente delle più fragili, in uno spirito di solidarietà e di condivisione verso tutti.
Infine ti affidiamo, Signore, nella devozione al nostro santo patrono, tutti coloro che soffrono perché possano presto guarire, per coloro che li curano, perché siano sostenuti nel loro impegno; per gli anziani, perché siano aiutati e non lasciati soli; per i bisognosi e i poveri, perché trovino in noi solidarietà e conforto; per chi ha perso il lavoro ed è in difficoltà perché non perda la speranza. Una preghiera sentita per i giovani, perché con generosità continuino a avere fiducia nel loro futuro e siano esempi di fede vissuta con generosità e con gioia come abbiamo potuto vedere questi giorni nella visita pastorale del papa in Spagna. Nella veglia di preghiera con centinaia e miglia di giovani le immagini erano di giovani raccolti, silenziosi, commossi, alcuni fino alle lacrime. Non sentimentalismo da evento. Non emozione passeggera. Era la presenza reale di Gesù che toccava i cuori.
Questa scena smentisce molte idee pigre sui giovani. Si dice che non sappiano pregare, che non reggano il silenzio, che abbiano bisogno solo di ritmo, stimoli, parole facili. La veglia di Madrid ha mostrato altro: i giovani sanno stare davanti al Mistero, quando la Chiesa ha il coraggio di condurli davvero a Cristo. La benedizione eucaristica, il canto finale e persino i fuochi d’artificio hanno chiuso la serata con un tono di festa.
Silenzio e gioia, adorazione e luce, lacrime e canto.
Il silenzio davanti a Gesù non spegne la festa, la purifica. L’Eucaristia non toglie gioia, la rende vera. E’ quanto auguriamo a tutti noi in questo momento di festa in onore di San Severino.
Il Settempedano

