di Alberto Pellegrino
Può accadere che i turisti e i nostri concittadini, passando dinanzi al Palazzo comunale, si chiedano a chi appartenga il busto in bronzo collocato a destra delle due colonne d’ingresso. Ebbene si tratta dello scultore Ercole Rosa di cui ricorre quest’anno il 180° anniversario della nascita. La sua effige, alquanto idealizzata, è rappresentata in questo monumento voluto dall’Amministrazione comunale di fine Ottocento, opera dello scultore Ettore Ferrari (1845-1929) e inaugurato il 17 settembre 1899.
Ercole Rosa nasce il 13 febbraio 1846 a Roma, dove il padre Antonio, insieme alla madre Blandina Gabrielli, si è trasferito per cercare lavoro come scalpellino. Nel 1855 la famiglia ritorna a San Severino Marche, dove nascono i suoi fratelli Alessandro (1849), Cesare (1851), Sestilio (1853 anche lui scultore), Tommaso (1856), Costanza (1857) e Paolina (1860). Ercole, all’età di dieci anni, comincia a modellare nella bottega del padre figurine per il presepe in terracotta dipinta, piccole sculture della Madonna e dei santi, che vende per dare un aiuto alla sua numerosa famiglia, mostrando fin da bambino una straordinaria attitudine per la scultura. Fa inoltre il garzone di bottega dello scultore Luigi Marozzi, allievo di Venanzo Bigioli.
Di questo ragazzo così dotato si occupa il vescovo Mazzuoli che lo raccomanda al cardinale Tosti, perché “di ottima indole e di una disposizione straordinaria per le belle arti”. Così Ercole riprende la strada per Roma, perché è stato ammesso nell’Ospizio di San Michele grazie al vescovo che s’impegna a pagare la retta mensile di tre scudi. Il ragazzo può così cominciare a studiare disegno e ad essere successivamente ammesso alla Scuola del nudo nell’Accademia di San Luca. Quando nel 1861 si verifica la chiusura dell’Ospizio, l’Amministrazione comunale di San Severino fino al 1866 interviene con un assegno mensile, in modo che Ercole possa completare il ciclo di studi. Nello stesso tempo il giovane comincia a lavorare per alcuni scultori romani (Francesco Galletti, Giuseppe Trabacchi, Joseph von Kopf, la scultrice duchessa Adele Colonna), presso i quali affina la tecnica e le capacità artistiche, anche se si tratta di autori ancora legati al neoclassicismo.
Al di là del giudizio alquanto enfatico pronunciato nel 1919 dal critico Francesco Sapori, secondo il quale il Rosa era il “più potente sculture italiano del secolo XIX”, ci sembra più equilibrata e quindi più giusta la valutazione espressa, sempre nel 1919, dalla Commissione ministeriale, nominata per l’allestimento della Galleria nazionale d’Arte moderna e formata da Francesco Paolo Michetti, Ugo Oietti e Leonardo Bistolfi, la quale associa il nome di Ercole Rosa a quello di altri scultori rappresentativi dell’ultimo Ottocento come Vincenzo Vela, Giovanni Duprè e Vincenzo Gemito, artisti che “portavano nelle loro novità di emozione, di fantasia, di tecnica , nelle loro ansie per l’espressione, per il movimento, per l’aria aperta e la luce avvolgente tanta fermezza di disciplina appresa nelle Accademie o negli stessi musei, e tanta conoscenza ed esperienza delle regole dell’arte loro, che si potevano senza pericolo permettere di ripudiare i loro primi maestri perché li avevano ancora nel sangue e pur senza addarsene ne vivevano”.
Questo giudizio inquadra Ercole Rosa nell’ambito del realismo ottocentesco italiano in una prospettiva storica in cui la tradizione tecnico-artigiana e l’insegnamento accademico, negata dal punto di vista teorico, rimane una solida base di partenza per ottenere nuovi risultati. Lo stile di Ercole Rosa si basa pertanto su due fondamentali principi: il richiamo alla straordinaria spazialità del Bernini e la ricerca della monumentalità propria di Michelangelo, due elementi che finiscono per confluire in quel suo ecclettismo verista e che spingono l’artista a utilizzare anche altri linguaggi a seconda delle occasioni e delle opere da realizzare, ottenendo risultati sempre originali e convincenti pur nella diversità dei linguaggi impiegati e dettati dallo svolgimento dei temi commissionati.
Le opere di vario genere
Una impronta verista si mescola alle emozioni di un tardo romanticismo quanto lo scultore deve adattare il suo stile a contenuti non ufficiali e ha modo di lasciare libero sfogo alla creatività come è possibile rilevare nella ritrattistica soprattutto femminile, nei nudi come la Frine (1874) noto anche come La lampada infranta, come la splendida Diana Cacciatrice (bronzo della Galleria nazionale d’Arte moderna e gesso della Pinacoteca di Ascoli Piceno), oppure l’affascinante Cleopatra, dove il tema romantico del suicidio è trattato con il drammatico espediente di celare il volto del personaggio per nascondere la visione dolorosa di quei momenti supremi. Altre opere attribuibili a questo genere più intimo e personale sono il Busto muliebre, la Testa di ragazzo, la Testa di ragazza, La Creola, la Ciociara, la Donna con bambino, la Suonatrice ambulante, la Suora di carità, Una baccante.
Più impegnativi e monumentali appaiono i lavori ufficiali eseguiti dal Rosa, nei quali s’ispira a quel “sublime gigantismo” michelangiolesco che ritroviamo nel busto di Alessandro Manzoni (1877, Galleria nazionale d’Arte moderna); nel solenne busto del grande anatomista sanseverinate Bartolomeo Eustachio (1882, marmo collocato nella Sala consiliare del Palazzo comunale di San Severino, poi riprodotto in bronzo e posto dinanzi alla facciata dello stesso palazzo.
Nell’accettare l’incarico per questa scultura, Rosa scrive al sindaco: “Contentissimo di poter scolpire in marmo l’effige del nostro illustre concittadino Bartolomeo Eustachio per la somma che mio fratello dice esistere a tale scopo, benché nel mio disegno che le mando potrà facilmente vedere che sarebbe impossibile eseguire un tale lavoro con meno di 6 o 7 mila lire, ma trattandosi di Sanseverino a cui debbo tutta la mia esistenza artistica non baderò anche a rimettere qualche cosa purché si faccia”.
Di particolare rilievo ha il frontone in bronzo collocato sulla facciata del Palazzo del Ministero delle Finanze (restaurato nel 2011) che rappresenta l’allegoria dell’Agricoltura e dell’Industria, nel quale lo scultore riesce a cogliere pienamente il rapporto tra architettura e figure che costituiscono con la loro massa un completamento del neo-cinquecentesco edificio progettato dall’arch. Canevari (1877). Notevole importanza assume la figura allegorica posta sulla destra del frontone e ispirata alla michelangiolesca “Notte” delle Tombe medicee nella Chiesa di San Lorenzo a Firenze.
Lo scultore del Risorgimento
Ercole Rosa, nonostante si sia formano culturalmente e professionalmente nella strutture assistenziali dello Stato Pontificio che tendevano a mantenere stretti legami con la tradizione, si avvicina alla nobiltà e alla borghesia progressiste della capitale e aderisce agli ideali risorgimentali, scegliendo per le sue opere tematiche legate alla storia civile contemporanea con soggetti che rappresentano episodi e personaggi risorgimentali ancora vivi nella memoria collettiva, per cui egli può essere legittimamente considerato l’artista più rappresentativo della fase conclusiva del Risorgimento.
Questo suo entusiasmo e forza espressiva si manifestano fin dal primo lavoro risorgimentale quando Ercole Rosa, dopo avere probabilmente partecipato il 3 novembre 1867 alla giornata di Mentana, rimane profondamente segnato dallo spettacolo atroce di quel campo di battaglia, dove hanno perduto la vita tanti giovani eroi. Lo scultore sintetizza questa emozione e l’immagine di quell’eroismo collettivo nelle figurare di due giovani combattenti, creando di getto il bozzetto del Monumento ai Fratelli Cairoli che segna praticamente l’inizio della sua carriera artistica pubblica.
Il bozzetto viene esposto al pubblico nel 1874 ed è premiato dal Municipio con 5 mila lire per la sua forza espressiva e per il movimento “berniniano” impresso alle figure; la giuria esorta inoltre l’amministrazione a reperire i fondi necessari per realizzare quel monumento, ma si dovrà attendere il 1883 per arrivare alla fusione in bronzo della scultura e alla sua installazione nel Pincio (dove tuttora si trova).
Questa opera rappresenta una forma di ribellione e distacco dal classicismo, in quanto è segnata dalla volontà di sperimentare un linguaggio neo-berniniano legato a quella tradizione seicentesca sulla quale ancora pesa la condanna dei teorici del neoclassicismo e del bello ideale. In questo gruppo scultoreo predomina al contrario non la fissità edonistica del mondo classico, ma il movimento dei corpi, l’espressività drammatica del gesto, la capacità di comunicare una emozione. Dal gruppo scultoreo traspaiono quelle “doti del talento, la forza del modellato che lontano da ogni gratuito virtuosismo sa definire plasticamente la forma in poche masse organiche, l’apparente facilità e naturalezza della resa di un vero che va senza dubbio al di là dello stilema di un verismo anedottico, pericoloso equivoco nel quale restano invischiati tanti scultori contemporanei” (Stefano Susinno, Ercole Rosa, Galleria nazionale d’Arte moderna, Roma, 1981, p. 9)
Già il bozzetto aveva impressionato ed emozionato lo stesso Generale Garibaldi che si reca nel laboratorio del Rosa per congratularsi con lui e lo scultore coglie l’occasione per chiedere all’Eroe dei due mondi di posare per un ritratto. La proposta viene accolta, per cui il Generale si reca diverse volte in quello studio per essere ripreso e rimane talmente soddisfatto del lavoro fatto dall’artista fino a regalargli il suo celebre “poncho”. L’eccezionalità di questo evento spiega come il Rosa sia stato l’autore del grande busto marmoreo che si trova nel Museo del Risorgimento di Roma, di altri busti garibaldini, dello Studio dal vero della testa di Garibaldi.
Sull’onda di questa fama conquistata, egli realizza altre opere patriottiche come il Bozzetto per un monumento a Luciano Manara e il bozzetto per un monumento patriottico Episodio di una battaglia; il monumento a Stefano Porcari (1870-75), capitano del popolo e podestà di alcune città, vissuto nel Quattrocento e rievocato per i suoi ideali repubblicani e per i sentimenti anticlericali; il bozzetto per una statua di Giuseppe Mazzini; due bozzetti per un monumento a Erminia Fuà Fusinato, scrittrice e patriota, moglie dell scrittore Arnaldo Fusinato; i bozzetti per monumenti a Lord Byron, a George Washington, a Benedetto Cairoli; il busto del generale garibaldino Nicola Fabrizi.
Nel 1878 il Comune di Milano indice il concorso per il Monumento a Vittorio Emanuele II, al quale partecipano 67 concorrenti. Il primo premio non viene assegnato, mentre nel 1879 il secondo premio è assegnato a Ercole Rosa con l’incarico di fare il monumento, per cui lo scultore inizia a lavorare per la realizzazione dell’opera, mentre vince il concorso per la Statua di Vittorio Emanuele II a Vercelli, ma per i suoi molteplici impegni l’opera sarà realizzata materialmente su suoi disegni dallo scultore Ercole Villa.
Rosa lavora fino all’autunno 1893 alla realizzazione della statua equestre del sovrano e al grande basamento in marmo sul quale dovrà essere collocata, ai bozzetti delle altre parti che compongono l’opera. Purtroppo gravemente ammalato di cirrosi epatica, lo scultore muore a Roma il 13 ottobre 1893.
Il monumento sarà collocato in Piazza del Duomo e inaugurato il 24 giugno 1896. A causa della prematura comparsa dell’autore, l’alto rilievo progettato in marmo è realizzato in bronzo da Ettore Ferrari sulla base di una prova in cera lasciata dal Rosa; i due leoni in marmo, che si trovano nel basamento, sono scolpiti da Stefano Bianchi sul modello dei due bozzetti in gesso fatti dal Rosa.
Sopra una gradinata e un basamento in marmo con i due leoni che reggono gli stemmi di Roma e di Milano s’innalza la grande statua equestre contrassegnata da una grande movimento, perché il re compie in sella due azioni ben distinte: si rivolge ai suoi soldati per incitarli a compiere l’ultimo assalto per la conquista del colle di San Martino; contemporaneamente, controlla il cavallo che frena con le zampe anteriori e si piega sui garretti con quelle posteriori, spaventato dal fragore della battaglia.
Tutto intorno corre un altorilievo in bronzo con figure quasi ad altezza naturale: vi è raffigurato l’ingresso a Milano di Vittorio Emanuele II e di Napoleone III all’indomani della battaglia di Magenta che ha segnato la fine della dominazione austriaca in Lombardia. I due personaggi sono seguiti dai loro rispettivi eserciti e da una folla festosa formata da borghesi e popolani, anziani e fanciulli. Di particolare efficacia è la sfilata dei bersaglieri che appare notevole per la spontaneità degli atteggiamenti, la sapiente disposizione delle figure, il vigoroso chiaroscuro.
Il Settempedano










