di Giusy Giannangeli
Sono rimasta ricoverata nel reparto di Lungodegenza dell’ospedale di San Severino per ben 45 giorni. Non è un tempo breve. È un tempo che si sedimenta nelle ossa e nella mente, che ti mette in contatto profondo con la fragilità, ma anche con un’umanità che raramente si racconta.
Io ero la più giovane del reparto. E probabilmente anche la meno grave: avevo bisogno di un periodo di immobilità controllata dopo un reimpianto di protesi all’anca. Intorno a me, invece, c’erano uomini e donne molto anziani, con storie segnate da demenze, infermità, malattie terminali. Alcuni urlavano di notte, altri parlavano da soli, altri ancora stavano in silenzio, come dentro un mondo parallelo. Ciascuno con il proprio carico invisibile, con la propria dignità da proteggere.
Eppure, dentro tutto questo, ho visto calore, tanto calore.
Le infermiere e gli OSS si muovevano tra le stanze con una naturalezza fatta di esperienza e di cuore.
Pazienti, gentili, presenti. Come se ognuno di noi fosse il loro nonno o la loro madre.
Con i vecchietti più “difficili” – quelli che gridavano, che si agitavano o che diventavano petulanti – non ho mai visto perdere la pazienza.
Li calmavano con una carezza, con una parola dolce, con un gesto di normalità.
Al mattino, ogni paziente veniva lavato, sistemato, vestito e – quando possibile – aiutato ad alzarsi, anche solo per un po’, su una carrozzina.
Poi iniziavano le visite, le medicazioni, le terapie. E, verso metà mattina, arrivavano i fisioterapisti, figure fondamentali per chi deve imparare di nuovo a camminare o a muoversi.
Li ho visti lavorare con tenacia e rispetto, incoraggiando pazienti che a volte non credevano nemmeno più di poter recuperare.
Ho visto progressi, piccoli e grandi.
Ho visto sorrisi di soddisfazione dopo un passo in più.
Ho visto anche pazienti non farcela, e la discrezione con cui venivano accompagnati via, in silenzio, con dignità.
Non è scontato, tutto questo.
Non è scontato tenere in piedi un reparto di Lungodegenza dove si respira ordine, pulizia, attenzione e – sì, lo dico senza retorica – amore.
Perché ci vuole amore per lavorare con i corpi fragili, le menti confuse, i tempi lenti.
Ci vuole professionalità, certo. Ma da sola non basta. Servono coscienza, cuore, umanità.
Questo racconto è un piccolo grazie.
Alle infermiere, ai medici, agli OSS, ai fisioterapisti.
A chi, in quella quotidianità così dura e preziosa, fa la differenza senza clamore, ogni giorno.
Nota della redazione
Il reparto di Lungodegenza dell’ospedale di San Severino ha una ventina di posti letto, si trova al terzo piano del “Bartolomeo Eustachio” e fa capo alla divisione di “Medicina” diretta dal dottor Giovanni Pierandrei.
Il Settempedano





