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Ireneo Aleandri
Ireneo Aleandri

Il 230esimo anniversario della nascita di Ireneo Aleandri

di Alberto Pellegrino

Ricorre il 230° anniversario della nascita di Ireneo Aleandri (1795-1885), un architetto da poco laureato nell’Accademia di San Luca a Roma che inizia a svolgere la sua attività professionale a San Severino, la sua città natale, quando nel 1823 gli viene affidato l’incarico di progettare il Teatro Feronia. E’ l’inizio di una brillante carriera che lo porterà ad affermarsi come uno dei maggiori esponenti del Neoclassicismo italiano, detto anche Purismo per la sua ispirazione all’architettura classica e rinascimentale con particolare riferimento all’opera di Andrea Palladio. Aleandri avrà modo di affermarsi come progettista d’importanti edifici teatrali: il Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno (1839), il Teatro Nuovo di Spoleto (1859), i teatri nei centri minori marchigiani di Montelupone (1869), Sant’Elpidio a Mare (1870) e Pollenza (1873). Come architetto civile, tra il 1833 ed il 1857, Aleandri ricopre l’incarico di ingegnere capo del Comune e della Delegazione apostolica di Spoleto, occupandosi soprattutto di strade, ferrovie, acquedotti e ponti. Tra queste opere vanno ricordati il grandioso progetto per il Viadotto di Ariccia (1846), l’acquedotto della Darsena a Spoleto, il progetto della linea ferroviaria Ancona-Roma per il tratto tra Foligno e Orte, la rete stradale dell’intera Delegazione di Spoleto, l’ammodernamento viario di Spoleto con il progetto della cosiddetta Traversa nazionale interna (1834) che ancora oggi costituisce l’asse portante della viabilità cittadina. A San Severino, sua città natale, progetta diverse opere private e pubbliche, tra cui la Chiesa di San Paolo (1828), la Torre dell’Orologio (1831), il Cimitero comunale (1859).

Lo Sferisterio in un’antica stampa

Lo Sferisterio di Macerata

Nel 1819 la Congregazione Pallonaria, Società dell’Anfiteatro o Società del Circo, per soddisfare il desiderio della cittadinanza di avere un impianto sportivo all’altezza dei tempi, decide di affidare il progetto per la realizzazione di un “Sferisterio” pari di altre importanti città come Bologna, Firenze, Torino e Milano. L’incarico è affidato all’ingegnere maceratese Salvatore Innocenzi, che stila un progetto di massima e nel 1820 inizia i lavori di demolizione, sterro ed edificazione del muro d’appoggio, lavori che vengono sospesi dopo poche settimane, perché la Società committente sottopone il progetto alla supervisione dell’Accademia di Belle Arti di Bologna e dell’Accademia Nazionale di San Luca. I lavori rimangono fermi per tre anni fino a quando fino, a seguito del giudizio negativo dei due enti consultati, nel 1823 la Società decide di affidare un nuovo incarico al giovane architetto Ireneo Aleandri che progetta e dirige i lavori di costruzione di questo monumentale teatro all’aperto che si erge nel centro storico di Macerata, a ridosso delle trecentesche mura urbane e a fianco della Porta Picena, detta anche “Porta Mercato”. Si tratta un’arena semiellittica destinata al gioco del pallone col bracciale, molto in voga nell’Ottocento e amato sia dai ceti popolari, sia da nobili e artisti come Giacomo Leopardi, che nel 1821 compone la canzone A un vincitore nel pallone dedicata al conte Carlo Didimi di Treia (1798-1877), uno dei più celebrati campioni di questo sport.

L’edificio, che rimane l’opera più famosa progettata dall’Aleandri, presenta una grande parete rettilineo (m. 18×88), un prato riversato all’attività sportiva, una elegante successione di arcate sostenute da 56 gigantesche colonne che racchiudono 104 palchi suddivisi in due ordini e sormontati da una balconata. Lo Sferisterio viene inaugurato nel 1829 con voli di mongolfiere, spettacoli pirotecnici e “luminarie”. In seguito l’edificio ospita le “tauromachie” allora in voga in tutto lo Stato Pontificio, spettacoli circensi, manifestazioni politiche, celebrazioni di eventi solenni per l’arrivo in città d’illustri personalità come papa Pio IX nel 1857 e re Vittorio Emanuele II nel 1860. Nel 1909 l’impianto è destinato al calcio praticato dalla squadra locale e al nuovo sport del tennis, per cui vengono aggiunte delle tribune mobili per ospitare fino a 10.000 tifosi. Nel corso degli anni e con l’esplosione della prima guerra mondiale l’edificio comincia a decadere, a perdere importanza fino a diventare alloggio delle truppe e ricovero per i cavalli.

Finalmente nel 1920 si procede al restauro e alla sistemazione dell’edificio per farlo diventare un “tempio della lirica” come sta avvenendo per l’Arena di Verona e per le Terme di Caracalla a Roma. Nel 1921 si decide di riaprire lo Sferisterio con la rappresentazione dell’Aida di Giuseppe Verdi a cura della Società Cittadina presieduta dal conte Pieralberto Conti, il quale questa opera spettacolare che possa esercitare un forte richiamo su quel pubblico spesso escluso dal circuito tradizionale dei teatri. Si trasforma l’arena in un teatro all’aperto con la costruzione di un ampio palcoscenico, una “fossa” per l’orchestra, mentre sul prato si collocano numerose poltrone e sedie numerate. Nel mezzo della parete si apre una grande porta per consentire l’ingresso di scene, attrezzature e interpreti. La realizzazione dei grandi manifesti pubblicitari è affidata al pittore Emilio Lazzari e a Plinio Codognato, il cartellonista dell’Arena di Verona. Come protagonisti sono scelti per Aida il soprano Francisca Solari e per Radames il tenore Alessandro Dolci. In scena entrano oltre mille comparse e per la celebre “Marcia trionfale” salgono sul palcoscenico cammelli, cavalli e buoi. Lo spettacolo riscuote un grande successo di pubblico proveniente anche fuori regione e viene replicato per 17 serate con oltre 70.000 presenze, un record mai eguagliato a Macerata. Sulla scia di questi lusinghieri risultati, nel 1923 si decide di allestire La Gioconda di Amilcare Ponchielli, ma questa spettacolare edizione non riscuote lo stesso favore di pubblico, provoca un forte deficit finanziario che porta alla chiusura dell’impianto.

Bisognerà arrivare al 1967 per assistere al ritorno dell’opera lirica nello Sferisterio con una regolare stagione affidata al direttore artistico Carlo Perucci di San Benedetto del Tronto, il quale costituisce il primo “Circuito lirico delle Marche”, realizza un nuovo palcoscenico, una moderna illuminazione teatrale e fa riaprire le porte il 3 agosto 1967 con l’Otello di Giuseppe Verdi interpretato dal tenore Mario Del Monaco e Madama Butterfly di Giacomo Puccini interpretata dal soprano Antonietta Stella, due star internazionali. Attratte dal fascino particolare dello Sferisterio si sono avvicendate su quel palcoscenico le migliori voci del “bel canto” mondiale come Luciano Pavarotti, Plácido Domingo, Montserrat Caballé, Marilyn Horne, Fiorenza Cossotto, Ruggero Raimondi, Mariella Devia, José Carreras, Katia Ricciarelli, Renato Bruson, Rajna Kabaivanska. Tra gli allestimenti memorabili vanno ricordati La bohème con la regia di Ken Russell, La traviata e la Lucia di Lammermoor con le scenografie di Josef Svoboda, la Turandot con regia, scene e costumi di Hugo De Ana.

Nel Teatro “Lauro Rossi” sono andati in scena l’Oberto, Conte di San Bonifacio di Giuseppe Verdi con la regia di Pier Alli, la Cleopatra del compositore maceratese Lauro Rossi, il Don Pasquale di Gaetano Donizetti con la regia di Roberto De Simone, il celebre oratorio Juditha triumphans di Antonio Vivaldi. Nel 2006 la manifestazione assume la denominazione di Sferisterio Opera Festival e quella attuale nel 2012.

Il Macerata Opera Festival

Rigoletto Macerata 2019 (ph Zanconi)

Per la 61^ edizione della Stagione lirica 2025 il cartellone vede il ritorno di Rigoletto, il capolavoro di Giuseppe Verdi già andato in scena nel 2015 e nel 2019 per la regia di Federico Grassini che ha progettato uno spettacolo adatto ai grandi spazi dello Sferisterio, ambientando la vicenda in un vecchio luna park semiabbandonato, al centro del quale troneggia l’enorme maschera di un inquietante pagliaccio stile Joker che inquadra l’accesso al palcoscenico. Sul davanti sono collocate delle vecchie tende, il baracchino dei biglietti, una roulotte, che sarà poi la casa di Gilda, un camioncino per la vendita di bibite e panini che, nel terzo atto, diventerà la taverna di Sparafucile. In questo contesto degradato si aggirano sbandati, prostitute, criminali di periferia, perdigiorno festaioli in giacca e cravatta. Secondo il regista, queste tinte tragiche e oscure servono a “garantire una realtà scenica al mondo concepito da Piave e Verdi, un mondo a tinte forti, cupe, violente, in cui la vendetta è la norma comportamentale adottata da tutti o quasi tutti, in cui dominano gli istinti più brutali, e i sentimenti positivi (pietà, compassione, tenerezza) non solo hanno pochissimo spazio, ma finiscono per essere estirpati dal Duca e dalla sua corte”.

Macbeth di Macerata

L’altra opera in cartellone è il Macbeth di Giuseppe Verdi con la straordinaria regia di Emma Dante che ha messo in scena la prima opera verdiana ispirata al teatro di William Shakespeare, uno dei melodrammi verdiani risorgimentali che esalta la lotta contro la tirannia, per la libertà e il desiderio di giustizia degli oppressi. L’opera presenta anche delle coraggiose innovazioni: l’esclusione di amori tradizionali, la complessa personalità di due protagonisti che diventano l’emblema della lotta tra il Bene e il Male con un Macbeth che si comporta come una belva sanguinaria, ma anche vittima di terrori notturni e di fantasmi che tormentano la sua coscienza; con una Lady Macbeth genio criminale, freddo e spietato che nasconde una debolezza interiore, perché è marcia dentro fino a essere divorata da un profondo malessere che la farà precipitare nella follia.

La vedova allegra

La vera novità di quest’anno è l’arrivo della prima volta sul palcoscenico dello Sferisterio dell’operetta voluta dal nuovo direttore artistico Marco Vinco che ha scelto La vedova allegra di Franz Lehàr in versione italiana, la “regina” di questo genere teatrale composta da chi è considerato l’ultimo geniale autore di operette con una serie di successi internazionali come Il conte di Lussemburgo (1909), Amore di zingaro (1910), Eva (1911), La danza delle libellule (1925), Paganini (1925), Il paese del sorriso (1929).

A partire dal 1905 questa operetta trionfa su tutti i palcoscenici, perché interpreta i gusti estetici e sentimentali di un pubblico che vuole godere nuove emozioni, che risponde al richiamo di uno “scintillante” erotismo, di una “nobile” e ostentata “lascivia” cullata dalle molli note dei valzer, che vuole immedesimarsi nei due protagonisti, equamente divisi tra il lirico erotismo di Hanna Glawari e il dongiovannismo un po’ provinciale del conte Danilo, mondano frequentatore di Chez Maxim e delle sue piccanti donnine dagli stravaganti nomignoli, che si riconosce nei tradizionali “miti” del denaro, della gelosia e l’amore prima che l’Europa sia sconvolta dalla tragedia della prima guerra mondiale. Un elemento vincente è il ballo presente in tuti i tre atti: la mondana festa danzante organizzata nel saloni dell’ambasciata del Potevedro; la folcloristica festa nel palazzo di Hanna Glawari; la ricostruzione delle notturne folies auprès Maxim e il celebre valzer centrale che permette di scogliere la matassa dell’intreccio per arrivare al lieto fine. La danza non è solo un ornamento coreografico, ma permette alla vicenda di evolversi, di creare relazioni tra i personaggi, di comunicare messaggi capaci di determinare il corso degli eventi, per cui La vedova allegra è stata definita una Tanzoperette, una “operetta danzata”. Non a caso gli autori hanno ambientato la vicenda non nel fantomatico regno balcanico di Pontevedro, ma nella Parigi godereccia dei salotti mondani come ricordano i versi di un’altra celebre operetta: “Nell’aria di Parigi / c’è tanta seduzion / vi turbinan luigi, / vi turbinan passion; / si vive di peccato, d’amor, di voluttà”. La vena languida e sensuale di Lehàr si traduce in pagine musicali molto belle a cominciare dal tema sensuale e lirico del grande valzer Tace il labbro per continuare con la briosa e travolgente melodia di Sirene della danza, con la nobile e melanconica Romanza della Vilja, col duetto d’amore Come le rose la cespo, con la scanzonata Vo’ da Maxin allor inno alla vita libertina, con l’ironica e ammiccante marcetta E’ scabroso le donne studiar!

Nel nostro Teatro Feronia non è stata mai rappresentata La vedova allegra ma, tra il 1878 e il 1904, sono ospitate sul palcoscenico del “Feronia” numerose operette che allora erano altrettanto celebri come La bella Elena di Offenbach, I Moschettieri in convento di Varney, Le campane di Corneville di Robert Planquette, La figlia di Madame Angot di Lecocq, Boccaccio di Franz Von Suppé, Santarellina di Hervé con compagnie che rappresentano anche opere liriche “leggere” come Crispino e la comare di Luigi e Francesco Ricci, La Sonnambula di Bellini, Fra Diavolo di Auber.