La recente pubblicazione “Mario Depangher e la San Severino liberata” di Raoul e Lorenzo Paciaroni dedica un paragrafo alla distruzione, ad opera dei tedeschi in ritirata, del ponte delle scuole elementari. Per capire, con il realismo della cronaca, il clima che si viveva nella quotidianità, in anni tanto difficili per l’Italia, riporto la narrazione di uno dei protagonisti, suo malgrado, di quel fatto, così come me lo raccontò a suo tempo, in prima persona.
«Alla fine di giugno del ’44 i tedeschi erano in ritirata; si diceva che avrebbero fatto saltare il ponte delle scuole e il ponte di Fontenova. Babbo ci disse: “Andiamo sulle coste di Castello, vediamo far saltare i ponti!”.
Io e la mia famiglia abitavamo all’inizio di via Massarelli, sul lato destro, al secondo piano; scendemmo le scale e, come uscimmo, attraversammo la strada. Appena arrivammo dall’altro lato, sbucò, dalla parte del Palazzo del Vescovo, un soldato tedesco in bicicletta, che subito cominciò a urlarci addosso.
“Mamma mia, andiamo, andiamo!”, cominciò a mormorare mamma. “No, no, quello ci spara!”, rispondeva babbo. Mamma cercava ancora di più di scappare e babbo cercava di tranquillizzarci: “Dove vai? Calma, che vuoi che facciano… invece se scappiamo ci sparano! Aspettiamo, aspettiamo…”.
Eravamo tutti lì, mancava mio fratello maggiore che era di leva al nord. Che fece questo tedesco? Scese dalla bicicletta e indicò me, che ero già grande, e babbo. “Venire con me, venire con me”. Mamma cominciò a piangere: “Dove vi portano? Dove vi portano?”. Il tedesco in bicicletta, passando da un vicolo, ci portò in piazza¹.
La piazza era deserta, la gente aveva paura, dei tedeschi e dei bombardamenti; non c’era nessuno, ad eccezione di un gruppo di sette o otto poveri diavoli come noi, beccati come eravamo stati beccati noi, che aspettavano sotto i portici, davanti a un negozio – chiuso – con l’insegna “Sali e Tabacchi”; ci unimmo a loro. Un tedesco cominciò a dare pedate e botte col calcio del moschetto alla serranda per sfondarla, senza riuscirci. “Dove abitare padrone? Dove abitare?” ci chiese il tedesco, e uno di noi gli disse: “Lassù”, indicando un punto in direzione di via Indivini, sulle “scalette” che scendono verso piazza. Il soldato tedesco andò verso il punto che gli era stato indicato e prelevò il titolare della tabaccheria; così vedemmo arrivare il povero Grillo (questo era il soprannome del proprietario), giallo in faccia, con un’espressione che ci sarebbe stato da ridere, però non ci andava di ridere… “Aprire! Aprire!”, gli intimò il tedesco, e quello sollevò la serranda; i soldati entrarono nel negozio e ne uscirono subito dopo con dei gran pacchi di sigarette e di sigari tra le braccia. Quindi, incolonnati, ci portarono al ponte delle scuole: non c’era niente da fare, non scappi mica, se scappi ti sparano! A me mi pigliano e mi mettono sotto il ponte, ma non alla base dei piloni: a metà via rispetto al piano stradale c’erano delle nicchie; mi fecero scendere giù con delle corde in una di queste, dove volevano piazzare gli esplosivi. Eravamo lì in due, gli altri erano alle fondamenta del ponte.
Con una fune ci calavano giù le bombe da 50, 70 chili, bombe da cannone, pesantissime, e anche polvere di tritolo. Riempimmo tutto il vano di esplosivo; se scoppiava, saltavamo tutti in aria. Mi ricordo bene che, prima che scendessimo sotto il ponte, passò un gruppo di tedeschi, saranno stati dieci o dodici, tutti giovani, diciotto, venti anni al massimo, con mitragliatrici, bandoliere piene di pallottole, fucili. “Noi andare ribelli, ribelli”, e indicavano verso Serripola. Andarono su e dopo un’oretta tornarono indietro “Kaputt, ribelli niente”. Io e il mio compagno rimanemmo lì circa un paio d’ore a lavorare; poi ci fecero risalire sulla strada, dove già erano tutti gli altri, tra cui babbo, e ci dettero cinque sigarette a testa: erano quelle che avevano rubato prima.
Ci lasciarono liberi. Ma molti civili venivano trasferiti su a Castelraimondo, fino a Matelica, per far saltare i ponti. Mamma, per l’ansia, mandava mio fratello piccolo a controllare che cosa stessimo facendo; lui guardava da lontano stando sotto le logge di Luzi, e andava a casa a riferire e tornava a guardare, finché un soldato non gli urlò qualcosa in tedesco puntandogli il fucile, cosa che lo fece scappare via a gambe levate, definitivamente. Il giorno dopo ci fu la ritirata, e quel giorno stesso il ponte fu fatto saltare; mi ricordo ancora le esplosioni, i botti. Fecero scoppiare anche il ponte di Fontenova e il ponte romano, sebbene fosse già ridotto male e non servisse più per il transito pedonale, ma solo per l’acquedotto; fecero saltare il ponte di Sant’Antonio, anche il ponte ferroviario. Ma gli alleati erano organizzati, con le ruspe rimediavano subito ai guasti provocati dai tedeschi. Così tracciarono velocemente una strada nuova verso il rione di Contro, sulla quale facevano passare i carri armati. I resti del ponte, caduti sul Potenza, fecero una diga, che, impedendo alle acque del fiume di transitare regolarmente, formò un lago, piuttosto ampio; questo, per tutta un’estate, finché i detriti non furono rimossi, costituì un divertimento per noi giovani di San Severino che ce ne appropriammo facendone la nostra spiaggia e il nostro mare, dove ci bagnavamo e ci tuffavamo da un punto che rimaneva a strapiombo sull’acqua profonda».
Scritto nel 2018
Alda Minocchi
- Si tratta del vicolo che separa palazzo Gentili di Rovellone da quello che lo precede: si snoda tra le case e sotto di esse, così che per brevi tratti si passa sotto un tunnel a volta. Si chiama, pomposamente, “via dell’Arco”, come si riconosce da un bello e tenero riquadro, ormai scolorito, pitturato sul muro.
Il Settempedano

