di Gabriele Codoni
Le celebrazioni per i cinquant’anni dalla morte di Anna Claudi, ci richiamano al compito nei confronti della nostra umanità.
Il 5 luglio scorso la Fondazione Claudi ha inaugurato due mostre per onorare la memoria della pittrice marchigiana Anna Pioli in Claudi, una delle due figura a cui la fondazione è dedicata. Una giornata ricca e densa di eventi e partecipazione continuata anche nei fine settimana successivi l’inaugurazione. Tanti i visitatori e tutti uniti da un giudizio di stupore per un’istallazione immersiva capace di toccare le corde profonde dell’animo umano.
Un risultato che dipende sicuramente dell’altissimo livello artistico e professionale di tutti coloro che hanno collaborato: un’equipe di lavoro accomunata da una rara sinergia che ha permesso ad ognuno di realizzare in maniera personale ed originale il compito che gli era stato affidato. Per chi ha coordinato i lavori, è sembrato che gli artisti e i professionisti coinvolti abbiano lavorato ponendosi al servizio dell’opera finale, come se la propria dimensione artistica scaturisse da una messa a disposizione e non tanto da una volontà di autoaffermazione personale. Uno scopo e un risultato molto raro in questi tempi intrisi di egocentrismo, egotismo, narcisismo, vittimismo e altre socio-patologie egotiche…E già questo basterebbe a fare notizia!
Nei volti di coloro che uscivano dalla visita e dai tanti commenti apposti nei quaderni delle firme, emergono altri aspetti e significati di cui voglio raccontarvi perché possano essere dei contributi per tutti coloro che hanno ancora il coraggio e il desiderio di capire se stessi, ma soprattutto possano aiutare i tanti giovani che si appresteranno a settembre a intraprendere i propri sentieri e percorsi lavorativi e scolastici.
La biografia della Claudi è una vita affascinante, ricca di eventi, trasformazioni e peripezie che si raccolgono intorno a unico scopo: «Volevo solo diventare un uomo». Per il raggiungimento di questo obiettivo, la Claudi ha impiegato in maniera febbrile tutte le sue energie. L’amico e critico d’arte Libero de Libero nel 1976 scrive che Anna Claudi era così appassionata della vita e in particolare della pittura, che avrebbe dipinto pure sulla pelle dei figli quand’erano piccini. Una passione così forte e profonda che potremmo definire inamovibile.
Perché una donna cresciuta e maturata nel maceratese degli anni Trenta e Quaranta, appassionata di pittura, genera uno stupore e una meraviglia che tanti visitatori hanno esternato dicendo: “Mai visto niente del genere”? È questa domanda che ci permette di cogliere il significato profondo e radicale di questo percorso allestitivo dedicato alla Claudi.
Nonostante le sue esposizioni pittoriche abbiano ottenuto riconoscimenti artistici e la sua indole febbrile le abbia garantito una creatività e intraprendenza negli affari fuori dal comune, la vita della Claudi è attraversata da privazioni, fallimenti, cadute, tragedie e da tutto quello che può appartenere all’esistenza di una donna cresciuta alla fine dell’Ottocento e morta nella seconda metà del Novecento. Figlia della seconda generazione dei borghesi che hanno realizzato l’unificazione nazionale italiana, rimane comunque vittima delle consuetudini sociali che volevano le ragazze – a differenza dei figli maschi – educate in un collegio religioso per prepararsi a diventare gli angeli del focolare domestico. Inaspettatamente, però, il suo processo di emancipazione è favorito proprio dal matrimonio con il marito Adolfo Claudi che incoraggia la sua passione per la pittura. Adolfo si lascerà guidare nella gestione degli affari familiari dalle spiccate doti imprenditoriali della moglie. Questa unione non segna però l’inizio di una vita tranquilla. Anna vive con estrema sofferenza la lontananza dal marito che si arruola come volontario durante il primo conflitto mondiale. Finta la guerra, nel novembre del 1919 perde il suo terzo figlio; un lutto che la porterà sul precipizio della pazzia; un dolore sordo che si ripresenterà prepotentemente nel maggio del 1972 con la morte del suo amato figlio Claudio. Anche lo sviluppo della sua carriera pittorica non è stato semplice. Come tutti i marchigiani che cercano riconoscimenti artistici e professionali, verrà notata prima a Trieste, poi a Parigi e successivamente ad Ancona. Nel 1939 trova il coraggio di realizzare la sua prima mostra personale a Macerata. Il futurista Bruno Tano apre un articolo dedicato alla Personale della Claudi scrivendo: «Confesso che non mi aspettavo nulla di buono dalla Mostra della pittrice Claudi. Questo per due ragioni: 1) perché l’artista è una donna. Ed io in arte, ho pochissima stima per le donne; 2) perché avevo letto alcune critiche molto favorevoli. Ed io non ho alcuna stima per i critici». Un giudizio che esprime la diffusione e la radice profonda di alcuni pregiudizi, restituendoci al contempo anche i sentimenti di inadeguatezza che la Claudi potrebbe avere vissuto i giorni precedenti l’inaugurazione oppure durante la lettura delle varie recensioni alle sue opere pubblicate nelle varie testate locali e nazionali.
Potrei continuare citando tanti altri eventi, ma il significato profondo di quello che viviamo non è mai raccolto in un elenco di avvenimenti, ma affiora in intuizioni e tra i frammenti di vita. L’architetto Cipolletti, che ha realizzato insieme all’autore di questo articolo il percorso espositivo, ha sintetizzato questa suggestione in una citazione tratta dall’opera Il codice dell’anima di James Hillman: «Le intuizioni arrivano, non le facciamo noi. Ci arrivano come idea improvvisa, giudizio certo, significato colto al volo». E quello che tutti i visitatori intuiscono immediatamente cimentandosi con la vita della Claudi è la necessità e l’importanza di dare credito alle proprie attitudini e passioni. Tutta la vita di Anna Pioli in Claudi scaturisce dall’esigenza di trovare se stessa, totalmente e in ogni istante: «Volevo solo diventare un uomo». Un obiettivo perseguito in un confronto continuo con i pennelli, i colori, le immagini e le superfici in cui si è imbattuta. Per Anna dipingere e disegnare non sono mai stati dei sollazzi, delle abitudini in cui si riscopriva particolarmente brava. Assecondando la passione per la pittura, la Claudi ha intuito il punto preciso, il momento esatto in cui tutto il suo esserci si trova in accordo con il resto della natura e dell’universo. Questa suo tentativo apre e consegna a noi la responsabilità per la scoperta della nostra personale umanità; un percorso di scoperta solamente nostro perché non può essere delegato ad altri. Nel suo tentativo umano emerge la necessità e la responsabilità di scoprire il valore e il significato profondo delle nostre passioni e attitudini, strumenti che ci chiamano a scoprire e progettare disseminazioni di senso ancora possibili.
Forse è proprio questa scoperta a destare stupore, a suscitare quella “strana” meraviglia raccontata prima. Inaspettatamente ogni visitatore si è sentito come investito di una responsabilità nei confronti della propria umanità e quindi chiamato a svolgere un compito unico: essere se stessi, profondamente. Un compito che mette la propria umanità al servizio dell’altro così da custodire e realizzare il pezzo di mondo che temporaneamente abitiamo.
Il Settempedano




