Con L’hangar rosso (Hangar Rojo), Juan Pablo Sallato firma un potente racconto cinematografico di carattere storico. Cile, 11 settembre 1973: il colpo di stato contro Allende è compiuto. I militari di Pinochet, forti anche del lungo e consistente aiuto della CIA, sono riusciti a rovesciare il governo e a instaurare la dittatura. L’inizio di questo travagliato periodo viene raccontato dal punto di vista di Jorge Silva, capitano dell’aeronautica. In un attimo Silva, ufficiale lealista, vede trasformarsi la caserma in cui addestrava i suoi soldati in un centro di detenzione e tortura. Chiunque sia minimamente sospettato di sostenere Allende (uomini, donne, anziani, ragazzini) finisce dentro, stipato nell’hangar, per essere interrogato, torturato o ucciso.
Per capire la potenza di questa figura realmente esistita, è necessario fare un piccolo passo indietro nella storia cilena. Fino al 1973, le forze armate cilene si erano caratterizzate per una solida tradizione di apoliticità e di fedeltà alla Costituzione: il loro giuramento era legato alla legge e i militari dovevano essere estranei alle attività politiche. Questo equilibrio resse fino all’assassinio del generale Schneider nel 1970: da quel momento, la politicizzazione dei quadri militari prese totalmente il sopravvento. In questo contesto, Silva rimase tra quelli fedeli al vecchio dettame: un ufficiale disposto a obbedire agli ordini, ma fedele anzitutto allo Stato di diritto. Da qui nacque la sua frattura interiore, il conflitto insanabile tra l’obbedienza ai superiori e il giuramento alla legge. Inoltre, già nel 1970, Silva era stato tra gli ufficiali che avevano ostacolato i piani eversivi volti a impedire l’insediamento di Allende, denunciando un suo superiore, l’allora colonnello Mario Jahn, il quale era poi fuggito negli Stati Uniti per tornare nel 1973 e portare a termine il disegno eversivo. Non è un caso quindi che all’inizio della pellicola la macchina da presa indugi sul testo del giuramento impresso su una parete dell’Accademia militare, memoria di una fedeltà alla Costituzione condivisa anche da altri ufficiali lealisti che finirono arrestati e torturati, come il generale Bachelet.
Con il golpe e il ritorno di Jahn, Silva si ritrova a subire nuovamente gli ordini del suo vecchio superiore, avvertendo tutto il peso dell’ingiustizia e il soffocamento di quello sconvolgimento. La regia di Sallato restituisce questa claustrofobia con scelte tecniche rigorose: un bianco e nero tagliente, continue inquadrature da dietro che pedinano i personaggi (caricando le loro spalle del peso del dubbio e dell’orrore, una scelta stilistica che ricorda Il figlio di Saul di László Nemes) e un uso frequente della frenetica camera a mano. Inoltre, il regista gioca con la messa a fuoco: Silva è costantemente nitido, mentre l’ambiente intorno a lui è spesso sfocato, a sottolineare visivamente il suo distacco radicale dall’ordine criminale che si sta instaurando.
In questa narrazione si dipana la vicenda di un uomo che, pur scoprendosi un piccolo ingranaggio del sistema, trova la forza di incepparlo per un breve istante. Obbligato da Jahn a interrogare i sospettati, nel momento in cui gli viene ordinato di uccidere due giovanissimi prigionieri, Silva si oppone. Paga il rifiuto con l’arresto, la tortura e il successivo esilio in Inghilterra, dove è scomparso nel 2024. Il film si chiude con il ribaltamento della figura del capitano: la tetra entrata di Silva nell’hangar, non più da ufficiale, ma da prigioniero politico.
Lungo tutto il film, Sallato gestisce la tensione con abilità, mostrando la spietatezza del regime senza mai cedere alla pornografia del dolore: la violenza si percepisce tutta, anche quando resta fuori campo. Fortunatamente quel periodo storico è concluso e il Cile di oggi, pur affrontando nuove e complesse sfide sociali, ha ritrovato una stabilità istituzionale e un’alternanza democratica lontane dai fantasmi del passato. Ma L’hangar rosso dimostra soprattutto come qualsiasi assetto sociale possa crollare sotto il peso di trame coltivate a lungo nell’ombra, e come obbedire onestamente alla propria coscienza sia una scelta difficile nell’immediato, ma l’unica destinata a durare nel lungo periodo.
Silvio Gobbi
Il Settempedano

